lunedì 22 febbraio 2021

GIORNATA DEL PENSIERO 2021


Messaggio della Capo Guida e del Capo Scout per la Giornata del Pensiero 2021

 Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (2Cor 4, 7-10)

 

Carissime e carissimi coccinelle e lupetti, guide e esploratori, scolte e rover, capo e capi,
genitori e famiglie delle guide e degli scout,  
in questo ultimo anno è stato un po’ triste vedere il mondo meno colorato dalle uniformi scout.

Nelle città, nei boschi e sulle montagne, al mare e nelle campagne. Ma dove eravamo finiti tutti? Dispersi dalla tempesta? Smarriti e confusi dalle dure prove? Assolutamente no! Tutte le guide e gli scouts sono stati impegnati nel tenere accesa e viva la fiammella delle loro lanterne. Con sacrificio, con passione, con generosità, con creatività e fantasia. Come nel tempo eroico della “Giungla silente”, tesi nello sforzo di resistere “un giorno in più”!

Dal più profondo del cuore: GRAZIE!

Il nostro primo e più grande ringraziamento va a voi tutti, coccinelle e lupetti, guide e esploratori, rover e scolte. Senza i vostri “eccomi!”, “del nostro meglio!”, “estote parati!”, “servire!”, non sarebbe stato possibile continuare a vivere il nostro entusiasmante Grande Gioco. Se lo scautismo continuerà a percorrere la sua pista, il suo sentiero e la sua strada per rendere il mondo migliore di come lo abbiamo trovato, lo dovremo soprattutto a voi.
Ringraziamo di cuore tutte le capo e tutti i capi, per aver tenuta viva, con audacia e creatività, la relazione educativa con i ragazzi, per non aver mollato mai lo sguardo su di loro, per aver vissuto lo scouting, nella sua essenza e profondità, per aver testimoniato la bellezza del mettersi a servizio degli altri secondo le scelte delle Comunità capi e le possibilità consentite nei diversi territori. Fare l’educatore è oggi stare nell’Esodo, essere profeti e sentinelle,
accogliere, dare senso, camminare insieme, cercare segni di futuro e speranza insieme alla Comunità! E’ questo a cui siamo chiamati oggi: a testimoniare il coraggio della presenza e della speranza, nonostante tutto! Oggi il capo educatore ha proprio il ruolo di “garante della speranza”, con la consapevolezza che “siamo in una notte che già contiene l’albore del giorno”.

Quali sono le sfide che ci stanno davanti? Come Associazione siamo chiamati oggi a fare “resistenza educativa”:

– essere accanto alle ragazze e ai ragazzi, rimettendo al centro la relazione educativa, ciò che, più di ogni altra cosa, ci rende “una parte preziosa della società italiana”;
– difendere la socialità delle nostre bambine e dei nostri bambini, delle ragazze e dei ragazzi, da tutto ciò che la ostacola e ritornando ad offrire esperienze di vita all’aperto;
– affermare il valore e la forza rivoluzionaria dell’educazione, unica realtà che può produrre cambiamenti, in un tempo generativo come quello che stiamo vivendo;
– assumersi la responsabilità della cura e della custodia di ognuno e soprattutto di coloro che sono più fragili e più deboli, nella fedeltà al mandato di “Fratelli tutti”;
– costruire coesione sociale, cercando tutte le opportunità possibili, insieme agli altri;
– annunciare che l’amore non è una proposta, ma è un mandato; non è una strada possibile, ma è l’unica Via (dal documento “Chiamati ad annunciare” del Consiglio generale 2020).
Vogliamo quindi proporvi un gesto, non solo simbolico ma concreto, per questo Thinking Day che ha come tema la Pace. Ogni Gruppo scout o unità, con fantasia e in accordo alle norme di legge, cerchi il modo per rinnovare la Promessa Scout, pubblicamente. In spazi aperti, dove possibile, in piazza, in chiesa o nel modo che riterrete più opportuno, anche se video-connessi. Se volete, poi mandate una foto alla Redazione di Proposta educativa (*).
Cerchiamo di testimoniare, tutti insieme, che ci siamo e che siamo sempre pronti a servire il nostro Paese.

Sentiamoci sempre uniti e sostenuti da tutti gli altri: sarà più facile affrontare le sfide che ci stanno davanti.

Buon volo, buona caccia e buona strada!

 Daniela Ferrara e Fabrizio Coccetti

La Capo Guida d’Italia e il Capo Scout d’Italia

 

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venerdì 19 febbraio 2021

TRANSIZIONE ECOLOGICA

 


UN IMPEGNO PER TUTTI


 - di Federica Fasciolo*

 

Recentemente, l’istituzione del nuovo Ministero della Transizione ecologica, ha suscitato curiosità e interesse verso un ambito ancora poco definito, creato dal governo francese negli anni settanta, come Ministero della protezione della natura e dell’ambiente, ed ora strettamente correlato allo sforzo messo in campo dall’Unione Europea per far fronte alla crisi scatenata dalla pandemia.

Il processo di transizione ecologica rimanda perciò a una serie di riforme strutturali che ci vengono richieste dall’Unione Europea per accedere al piano di investimenti, ma riguarda anche cambiamenti nella quotidianità e negli stili di vita.

In questo senso sembra sostituirsi al termine “ sviluppo sostenibile”, che ha caratterizzato gli anni precedenti.

Presuppone un progressivo allontanamento dall’utilizzo di combustibili fossili, ricercando una crescente efficienza energetica, sostenendo le economie circolari in diversi settori.

Sullo sfondo è presente l’Agenda 2030, rivolta a tutti i Paesi del mondo, con 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, che descrivono le maggiori sfide dello sviluppo per l’umanità: il fine è quello di assicurare una vita sulla terra che sia sostenibile, equa per tutti, nel presente e nel futuro, capace di garantire la sopravvivenza, coinvolgendo governi, imprese private, società civile e quotidianità dei cittadini.

Tutti i Paesi che sottoscrivono questa agenda si impegnano ad adeguare i loro sforzi in vista di 17 obiettivi, così riassunti:

-povertà zero

-fame zero

-salute e benessere

-istruzione di qualità

-parità di genere

-garantire a tutti accesso all’igiene e all’ assistenza sanitaria

-energia pulita e accessibile

-lavoro dignitoso e crescita economica

-imprese, innovazione e infrastrutture

-riduzione disuguaglianze

-città e comunità sostenibili

-consumo e produzione responsabili

-lotta contro il cambiamento climatico

-vita sott’acqua

-vita sulla terra

-pace, giustizia e istituzioni solide

-partenrship per gli obiettivi.

Come portare a compimento questi obiettivi?

Non è sufficiente un Ministero. Serve uno sforzo condiviso, e l’ambito educativo è sicuramente privilegiato, mettendo in atto stili di vita virtuosi.

Non solo come cittadini, ma anche come scout possiamo fare molto: abbiamo un grande potenziale di risorse che attende di essere sfruttato in tutta la sua forza.

Lo scautismo è luogo privilegiato per capire la complessità, per vivere la solidarietà, per immergersi nella natura amandola e rispettandola, per restaurare gli equilibri compromessi e impegnarsi per un futuro migliore.

 

·        R-S Servire

mercoledì 17 febbraio 2021

UNA VISIONE PER EDUCARE

 

                     “DIPENDE.....” 

Come cambia 

l’educazione oggi


-         Di Roberto D’Alessio

educatore scout

-          

Si può educare senza avere l’idea di ciò che è bene e di ciò che è male? O, ancora, senza domandarsi quale tipo di uomo e di donna e di convivenza sociale vogliamo? Baden-Powell direbbe certo di no, dal momento che pensava che la fraternità scout avrebbe cambiato il mondo e portato la pace tra i popoli. struire una visione personale e collettiva o di delega all’uomo forte, al capo che incarna la visione più opportuna e semplice.

Il tema è importante, perché la maggioranza dell’opinione pubblica odierna risponderebbe, al contrario, che è possibile con due accezioni: “l’educazione è un tirar fuori dall’altro, sarà poi lui a scegliere”; oppure direbbe che “è troppo difficile avere certezze nella complessità odierna, e bene o male dipendono dalle circostanze: non ci sono regole generali”. In ambedue i casi non importa l’idea di uomo buono o cattivo, di società giusta o sbagliata: l’educazione si riduce ad affiancare o a curare i traumi o a favorire il tempo libero: assistenza, terapia, accompagnamento, non educazione!

La visione. 

La relazione educativa presuppone per noi un patto in cui, esplicitamente o implicitamente a seconda del livello di concettualizzazione possibile, gli obiettivi, le prospettive, gli orientamenti, fin i sogni, siano dichiarati: da “qui i patti, le carte firmate, gli impegni assunti. Poi sarà un gioco, una lotta, un confronto di libertà reciproca, nel contesto di una esperienza comune, di una vita che cresce e che ci offre molteplici occasioni di realizzare o meno le nostre idee. Educare ha bisogno dunque di una visione, non astratta, non generica, non idealista di ciò che è bene e di ciò che è male. La visione è propriamente questo: un punto di vista sulla vita e sul mondo, che mi consente di esprimere valutazioni e giudizi, orientamenti per il futuro. Se vogliamo, un punto di vista ottimistico ma coerente, attuale ma anche capace di vedere le conseguenze, indicatore del futuro che verrà, concreto, pratico ma al contempo nutrito di speranza e valori. Possiamo dedurre questa visone dalla cultura odierna? dall’opinione pubblica corrente? No, troppo debole, troppo relativa, troppo dipendente dall’aria che tira, dagli interessi particolari, dal contingente, dai vari “dipende”, insomma. E troppo soggettiva e individualista per diventare visione collettiva. Lo stato di confusione causato da visioni particolari, senza criteri di priorità condivisi e senza luoghi dove agire il confronto, genera incertezza e l’incertezza paura: è una condizione di tutti, quasi inevitabile, ma le persone ne soffrono veramente; da qui nascono i desideri sbagliati di rinuncia a costruire una visione personale e collettiva o di delega all’uomo forte, al capo che incarna la visione più opportuna e semplice.

 I due ancoraggi

 L’azione educativa vera ha invece due ancoraggi: 1) alla realtà concreta sulla quale è radicato il punto di partenza, il linguaggio compreso, il patto fiduciario iniziale; 2) alla visione di fondo fatta di una valutazione del presente e di una prospettiva sul futuro. Il processo educativo cresce e si sviluppa costantemente tra i due ancoraggi. Il primo ancoraggio, alla realtà, è meno difficile oggi: o c’è o non c’è; o ne siamo capaci o falliamo lo start-up. La realtà è lì, basta starci dentro e provare e riprovare. Il secondo ancoraggio è più difficile. Lavorare oggi sul giudizio di bene e male e sulla visione di prospettiva richiede un costante discernimento, un costante porsi domande. Non da soli, come vedremo. Se il percorso educativo va avanti, si attua anche progressivamente un lavoro di traghettamento, dalle visioni personali alla visione collettiva comune. Per questo non basta leggere insieme un documento, anzi non serve a nulla: la visone comune nasce dalla esperienza comune, dal condividere fatti, percorsi, valutazioni, dal lavorare assieme, dal fare esperienze vitali insieme e trarne insieme conseguenze di giudizio (è bene, è male) e di volontà (decisioni di fare o non fare, comportamenti da evitare o da ripetere). Il mondo occidentale contemporaneo, detto post-ideologico, fatica a fare questa sintesi, ad assumere una visione complessiva condivisa; è frammentato, scisso. Paradossalmente è un mondo iper-connesso sulle informazioni, ma sconnesso sui valori che nutrono le visioni. La tecnologia che connette può essere il veicolo di nuove visioni, ma non può essere lei la sintesi di senso.

Teoria della pratica

Come costruire una propria visione e passare da una visione personale a una collettiva

 Questo lavoro costante, diviso in livelli solo per marcare l’inizio (fidarsi) e la fine (scegliere, elaborare), si svolge in alcuni luoghi di volontariato (cioè dove vado volontariamente, per voluntas o che, sempre per libera scelta, cerco di costruire come luoghi di elaborazione di giudizio). Ognuno deve averne almeno un paio: il tempo dell’individualismo non li ha previsti. Ognuno deve trovarli e soprattutto spingerli a funzionare così. Il nome di questi luoghi è molto vario, sono luoghi del discernimento altrettanto essenziali dei luoghi di sopravvivenza o di svago: piccolo gruppo di chiesa, di amici studio/lavoro/associazione, comunità educatori, genitori o staff pensanti, assistente, coppia… e via di questo passo.

Che “tempo” fa?

- Tempo del relativismo culturale: Varie visioni e giudizi di bene e di male si confrontano senza criteri e priorità condivise

- Tempo del soggettivismo etico: Ognuno dà valore solo a ciò che pensa, sente, lo emoziona, indipendentemente dai fatti;  abitudine a dare giudizi partendo dai fatti, dalle esperienze vissute, dai dati raccolti.

-Tempo dell’individualismo esasperato: L’individuo (io) è più importante della persona (io, tu, egli, noi... loro); mi salvo da solo, a prescindere dagli altri.

 Riconoscere il bene e il male: Dare nome al bene e al male non è affatto facile: ad esempio, è più facile parlare di bene comune in generale che non di beni comuni in concreto. Questo schema (dedotto dal libro “Cosa dobbiamo fare?” del cardinale C.M. Martini) ci può aiutare descrivendo i tre livelli di male che si presentano agli occhi “aperti” di un educatore. Sia chiaro: la domanda su cosa è male non è fatta per distinguere buoni e cattivi (altri ci penseranno e noi sappiamo che tutti siamo un po’ buoni e un po’ cattivi, per cui vale la pena di usare incessantemente perdono e misericordia su di noi e i nostri fratelli), ma per scoprire quel male di cui siamo conniventi e per vincere misteriosamente il male col bene.

*Male del singolo: È tantissimo, si somma e per questo è molto pericoloso. Cosa fare? Correzione fraterna, lotta di opposizione, credere nella possibilità di recupero, esemplificare il contrario.

* Male collettivo: Situazioni di corruzioni generalizzate, criminalità organizzata, guerre, … Spesso istituzionalizzato in strutture di peccato che quasi ti costringono a essere connivente. Cosa fare? Consapevolezza, discernimento, preghiera, denuncia pubblica.

* Male globale: Forme collettive di male che si auto giustificano e si legittimano in teorie e che soffocano il valore della ragione e deridono la fede. Cosa fare? Il male non è eliminato ma trasformato in bene da esempio e forza della morte di Gesù Cristo in Croce. Penetrare il male e lasciarsene penetrare (nessuna fuga dal mondo): è lotta che ci impegnerà tutta la vita operando il bene.

I temi “crinale” (o “generatori”)

Nella mia esperienza sono tutti i temi di confine, o perché scandiscono le tappe della crescita nell’età evolutiva (ad es. le tappe verso la autonomia e la responsabilità sociale, che devono fare i conti con genitori che mangiano la vita dei figli, iper-proteggendoli) o perché marcano un confine geo-politico: privato pubblico; diritti e doveri (ad es. il “crinale” tra luoghi da presidiare e flussi di persone, cose che li attraversano). Dentro questa grande categoria, alcuni temi e situazioni assurgono per quella specifica vita, in quel tempo, in quella nazione, per i misteri della comunicazione di massa e della psicologia collettiva, a fatti emblematici, cioè si impongono a tutti come eventi decisivi e sintetici. Non è che siano più importanti di altri, ma lo sono in quel momento storico, in quel luogo geografico, nella nostra vita. Invece di negarli, dicendo che non è vero che sono così importanti, è più utile attraversarli, percorrerli e rinforzare cosi la nostra visione, perché questi temi rendono immediatamente evidente le conseguenze dei comportamenti nostri e altrui, ci obbligano a scegliere e a dichiarare da che parte stiamo.

Un esempio delle due tipologie: Come si lavora sui temi “crinale”? a) Scavo e approfondimento sulla base della esperienza diretta. b) Cosa pensa l’opinione pubblica. c) La nostra opinione e decisioni conseguenti.

È chiaro che alle diverse età questo processo può durare un anno o una uscita: l’importante è che dalla esperienza diretta si parta e si ritorni. Ai lettori che sono educatori, lascio la felicità di costruire i propri strumenti e modelli.

 

Bibliografia

Luigi Melesi, Liberaci dal male, Ed. Don Bosco. Uno dei più grandi educatori contemporanei descrive il costante lavoro di costruzione e ricostruzione di una visione etica coi detenuti del carcere di San Vittore nei suoi 30 anni di cappellania.

Gabriele Gabrieli, Il cammino è la meta, la preghiera universale per la pace. Storico capo scout e animatore interculturale di comunità, ci offre il suo taccuino di strada in cui si legge l’esperienza scout incrociata a quella dei popoli sinti e rom.

 

RS - SERVIRE

sabato 13 febbraio 2021

UNA VALIGIA VUOTA


  Un uomo morì. Appena varcata la soglia dell’al di là vide Dio, con una valigia, che gli veniva incontro.

E Dio disse: – Figlio, è ora di andare.  L’uomo stupito domandò: -Di già? Così presto? Avevo tanti progetti…

– Mi dispiace, rispose Dio, ma è giunta l’ora della tua partenza.

E si incamminarono. Curioso, l’uomo chiese a Dio: – Cosa porti nella valigia?  E Dio gli rispose: – Ciò che ti appartiene!

– Quello che mi appartiene? Rispose l’uomo. Allora porti le mie cose, i miei vestiti, i miei soldi?
E Dio disse:  – Quelle cose non ti sono mai appartenute, erano del mondo!
– Porti i miei ricordi allora?
– No. Non ti sono mai appartenuti. Erano del tempo!
– Allora porti i miei talenti? Continuò l’uomo.
– Non ti sono mai appartenuti. Rispose Dio. Erano delle circostanze!
L’uomo, ancora più incuriosito, proseguì dicendo: – Porti i miei amici, i miei familiari?
– Non ti sono mai appartenuti. Erano compagni di viaggio!
– Porti mia moglie e i miei figli?
– Non ti sono mai appartenuti. Ti sono stati solo affidati!
– Porti il mio corpo?
– Non ti è mai appartenuto. Era della polvere!
– Allora porti la mia anima?
– No. L’anima, disse Dio, è mia!
Allora l’uomo, di scatto, afferrò la valigia per guardarvi dentro e, con le lacrime agli occhi, disse: – Ma è vuota! Allora, non ho mai avuto niente?
Con grande amore e misericordia Dio rispose:
– Beh, le cose materiali, per cui hai tanto lottato, non puoi portarle con te. Il vero bene, nella vita, è il tempo. Ecco perché non dovevi sprecarlo ma impegnarlo per prepararti alla Vita Eterna, accumulando l’unico tesoro che ha valore nel mio Regno: i tuoi gesti d’Amore. Il resto non conta nulla.

MORALE: Ci affanniamo nel ricercare e accumulare tesori che al termine della nostra vita non porteremo con noi!!! Ebbene, non dimentichiamoci, dunque, ciò che Gesù ci dice: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (cf. Mt 6,19-21).

 

martedì 26 gennaio 2021

MORIN. DI FRONTE ALL'INATTESO


Alla vigilia del mio centesimo compleanno

 

Sono stato sorpreso dalla pandemia, ma nella mia vita sono abituato all'inaspettato. L'arrivo di Hitler fu inaspettato per tutti. Il patto tedesco-sovietico fu inaspettato e incredibile. L'inizio della guerra d'Algeria fu inaspettato... Ho vissuto solo per l'imprevisto e l'abitudine alle crisi. In questo senso, sto vivendo una nuova, enorme crisi, ma che ha tutte le caratteristiche di una crisi. Cioè, da un lato suscita l'immaginazione creativa e provoca paure e regressioni mentali. Tutti cerchiamo la salvezza provvidenziale, ma non sappiamo come.

Dobbiamo imparare che nella storia l'inaspettato accade e accadrà ancora. Pensavamo di vivere con certezze, statistiche, previsioni, e l'idea che tutto fosse stabile, quando tutto cominciava già ad entrare in crisi. Non ce ne siamo resi conto. Dobbiamo imparare a vivere con l'incertezza, ad avere il coraggio di affrontare, ad essere pronti a resistere alle forze negative.

La crisi ci rende più pazzi e più saggi. Una cosa e un'altra. Molte persone perdono la testa e altre diventano più lucide. La crisi favorisce le forze più opposte. Desidero che queste siano le forze creative, le forze lucide e quelle che cercano un nuovo cammino, quelle che si impongono, anche se sono ancora molto disperse e deboli. Possiamo giustamente indignarci, ma non dobbiamo chiuderci nell'indignazione.

C'è qualcosa che dimentichiamo: vent'anni fa è iniziato nel mondo un processo di degradazione. La crisi della democrazia non è solo in America Latina, ma anche nei paesi europei. La padronanza del profitto illimitato che controlla tutto è in tutti i paesi. Lo stesso vale per la crisi ecologica. La mente deve affrontare le crisi per poterle dominare e superare. Altrimenti siamo le sue vittime.

Oggi vediamo elementi del totalitarismo insediarsi. Non ha niente a che vedere con quello del secolo scorso. Ma abbiamo tutti i mezzi per monitorare le persone: i droni, i telefoni cellulari, il riconoscimento facciale. Abbiamo tutti i mezzi per realizzare una sorveglianza totalitaria. Il problema è impedire che questi elementi si uniscano per creare una società totalitaria insopportabile per noi.

Alla vigilia del mio centesimo compleanno, cosa posso desiderare? Auguro forza, coraggio e lucidità. Abbiamo bisogno di vivere in piccole oasi di vita e fratellanza".

 

giovedì 21 gennaio 2021

GIOVANI. IN AUMENTO I TENTATIVI DI SUICIDIO


Stefano Vicari, Bambin Gesù: "Posti letto occupati al 100% da tentativi di suicidio, non mi era mai successo. Al pronto soccorso un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’"

di Ilaria Betti

 

Via l’immagine dei fannulloni sdraiati sul divano con il cellulare. I giovani, che da quasi un anno vivono la pandemia, stanno soffrendo. E anche molto. A dimostrarlo è un dato condiviso da Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma: i tentativi di suicidio e autolesionismo sono aumentati del 30%. “Dal mese di ottobre ad oggi, quindi con l’inizio della seconda ondata, abbiamo notato un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita - ci spiega -. Se nel 2019 gli accessi al pronto soccorso erano stati 274, nel 2020 abbiamo superato quota 300. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo. Al pronto soccorso si registra un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’”.

Tutta colpa della pandemia?

“Stiamo assistendo a due fenomeni: da una parte, abbiamo gli adolescenti che per autoaffermarsi diventano aggressivi, fanno male agli altri, fanno male ai genitori, si tagliano, diventano intrattabili. Dall’altra, abbiamo i giovani che si chiudono a riccio, si rifugiano nel loro mondo e nella loro stanza e non sappiamo se avranno voglia di uscire fuori da questo guscio, una volta passata la tempesta. Il fatto è che la pandemia sta facendo aumentare lo stress e lo stress facilita la comparsa di una serie di disturbi, principalmente disturbi d’ansia, disturbi del sonno e depressione. Aumentano per una serie di fattori: prima di tutto, c’è la paura di ammalarsi che i bambini e i ragazzi ‘respirano’ dentro casa. Poi c’è l’assenza del gruppo dei coetanei che fa da ammortizzatore. Un adolescente - lo siamo stati tutti e lo sappiamo benissimo - parla poco con mamma e papà. Se deve raccontare un problema preferisce confrontarsi con un amico, con il compagno di banco. Questa interazione in presenza non c’è più e a distanza non è la stessa cosa”.

Perché si reagisce con l’autolesionismo?

“L’autolesionismo esiste da sempre: il 20% degli adolescenti in Italia e il 25% in Europa si fa del male, si taglia, si infligge un danno fisico intenzionalmente. Tra le attività di autolesionismo c’è anche il tentativo di suicidio che è la seconda causa di morte per i giovani tra i 10 e i 25 anni dopo gli incidenti stradali. Questo fenomeno è sempre esistito, ma da ottobre si è acutizzato. Si tratta principalmente di tagli negli avambracci, nelle braccia, nelle gambe. Molti ragazzini ci dicono che lo fanno perché si sentono attanagliati da un malessere psicologico ed è come se il male fisico li liberasse dal dolore interiore”.

Quanti sono i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori in Italia?

“Da questo punto di vista c’è un problema troppo spesso sommerso: sebbene il 20% degli adolescenti soffra di un disturbo mentale, i posti letto complessivi in Italia sono soltanto 92. Qui al Bambin Gesù ce ne sono otto, ma ci sono regioni che non ne hanno neanche uno. Si tratta di una vera e propria emergenza, calcolando che il numero di tentati suicidi e autolesionismo si sta alzando. Dove non ci sono posti, i giovani vengono ricoverati in pediatria - accanto magari al bimbo con la bronchite - o in strutture dedicate agli adulti, dove la permanenza non è di certo facile. I disturbi psichiatrici e la loro cura passano ancora in secondo piano. Basti pensare che, sebbene i disturbi psichiatrici siano più frequenti in età evolutiva, i pediatri non studiano psichiatria nel loro percorso di formazione”.

La mancanza della scuola in presenza ha un ruolo nell’aumento degli episodi di autolesionismo e tentati suicidi?

“Sono convinto che sia proprio l’assenza della scuola ad aver ‘pesato’ così tanto sugli adolescenti. Continuiamo a pensare che la scuola sia solo didattica: questo è un errore gravissimo. La scuola non può essere vista come luogo di preparazione al mondo del lavoro ma come luogo di formazione del carattere e della conoscenza. All’interno della scuola si cresce culturalmente, ma non solo. Ci si riscatta, ci si afferma. Anche chi appartiene a contesti umili, tramite la scuola può studiare e riscattarsi. Se la scuola non c’è, l’affermazione di sé passa attraverso valori negativi: le risse per strada, l’autolesionismo, i litigi violenti, con compagni e genitori. I giovani hanno necessità di ribellarsi, ma più riduciamo gli spazi di possibile ‘deragliamento’, gli spazi in cui possono infrangere le regole sotto lo stretto controllo dell’adulto - come appunto, le scuole - più queste ribellioni diventano violente”.

Cosa ne pensa di chi dice che i giovani non stiano soffrendo in questa pandemia perché “non stanno mica combattendo la guerra”?

“Penso che si sbagli di grosso. Ai ragazzi è stato chiesto di fare uno sforzo enorme in questi mesi: allontanarsi dai propri compagni, dalla propria routine, da tutto quello che prima costituiva il loro mondo. Chi ha gli strumenti giusti, ovvero risorse economiche, famiglie solide alle spalle, può cavarsela. Ma chi vive in periferia, in contesti poveri con genitori con rapporti conflittuali: ecco, per questi giovani la permanenza in casa non è così facile. Sono costretti a cercare altre valvole di sfogo”.

Cosa si può fare per invertire la rotta?

“In questa emergenza i giovani sono stati dimenticati: devono invece essere rimessi al centro dell’attenzione del mondo, politico e non, per il semplice fatto che saranno loro gli adulti di domani. Dobbiamo supportarli e dotare di strumenti per affrontare questo momento storico anche quei ragazzi che risorse non ne hanno. Dovremmo poi lavorare su ciò che rinforza la salute mentale, cioè famiglia e scuola, e potenziare le strutture psichiatriche sul territorio, dato che le Asl hanno impoverito fortemente i servizi di neuropsichiatria infantile. La buona notizia è che dalle malattie mentali si guarisce. Il genitore di un figlio con malattia mentale fa fatica ad accettarla perché in qualche modo se ne dà la colpa. Un papà con la figlia anoressica non va dallo psichiatra perché crede di essere stato un cattivo padre. La malattia mentale fa paura, ma solo affrontandola senza pregiudizi si può sconfiggere”.

 

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The young hope. "I giovani da soli nel lockdown hanno trovato risorse impreviste" (di I. Betti)

 

 Fonte


venerdì 8 gennaio 2021

FORMAZIONE CAPI. RICORDI DI UN'ESPERIENZA


 - di Luigi Sanlorenzo

Oggi 8 gennaio ricorre l'ottantesimo  l'anniversario della scomparsa di sir Robert Baden Powell of Gilwell il fondatore dello Scautismo mondiale, oggi sepolto in Kenya. Una lapide lo ricorda nell'Abbazia di Westminster tra i grandi uomini della Gran Bretagna.

Per fare memoria di quell'anniversario con un inno alla continuità del suo messaggio educativo  nel 1977 con un gruppo di Capi della provincia di Palermo, tra cui Ciccio Piazza, Lucio Drago, Totò Scalisi, Pippo Vetri, Giovanni Perrone e Don Giuseppe Randazzo (spero di non dimenticare alcuno) organizzammo nel fine settimana un evento di formazione per rovers e scolte 16/17enni al fine di presentare tra le prospettive di servizio anche quello educativo nell'Associazione che solo tre anni prima con la fusione tra ASCI ed AGI era diventata AGESCI.

 La Formazione Capi della nuova realtà era ancora in corso di ridefinizione ma l'esigenza di nuove leve era urgente. Decidemmo così  di avviare intanto un primo momento provinciale  che chiamammo "formazione di primo pelo" Era un sabato e come oggi, pioveva. La sera precedente Totò Scalisi ed io avevamo salutato Pippo Vetri  che partiva per il suo primo incarico in una scuola del nord Italia. Più o meno a quest'ora ci cambiammo in casa non ricordo più di chi, in via D'Ossuna, e partimmo per Ficuzza. L'appuntamento con gli allievi era ad Alpecucco, allora semidiroccata dopo la dismissione della Caserma Forestale. A poco a poco li vedemmo arrivare, completamente inzuppati durante il percorso a piedi iniziato da Ficuzza. Li accogliemmo con un tè caldo e indicammo loro i residui locali agibili predisposti per l'accantonamento separato di uomini e donne. 

La prima sessione avvenne la sera stessa sul Patto Associativo che illustrammo e commentammo. Molti vetri dello stanzone era rotti e faceva veramente freddo e quella notte molti avrebbero dormito in due nell'unico sacco a pelo per riscaldarsi ma lo spirito scout era alle stelle. Tra gli allievi erano presenti  molti che negli anni successivi sarebbero divenuti ottimi capi e quadri locali e nazionali che hanno segnato la storia associativa: c'erano Marisa Anello, Giusi Iannazzo, Vincenzo Carnemolla, Giulio Campo, Gianfranco Scarlata, Riccardo Cangalosi ed altri provenienti anche dalla provincia,  che, se leggeranno questo post,  invito a farsi avanti.

L'atmosfera si fece presto magica, come sanno bene coloro che hanno vissuto esperienze analoghe e culminò con la lettura dell'ultimo messaggio di B.-P.:



"Cari Scouts, ricordate che sono le ultime parole che udirete da me, meditatele. Io ho trascorso una vita felicissima e desidero che ciascuno di voi abbia una vita altrettanto felice. Credo che il Signore ci abbia creato in questo mondo meraviglioso per essere felici e godere la vita. La felicità non dipende dalle ricchezze né dal successo della carriera, né dal cedere alle vostre voglie.

Un passo per la felicità lo farete conquistandovi salute robustezza finché siete ragazzi, per poter essere utili e godere della vita pienamente una volta fatti uomini.
Lo studio della natura vi mostrerà di quante cose belle e meravigliose Dio ha riempito il mondo per la vostra felicità. Contentatevi di quello che avete e cercate di trarne tutto il profitto che potete. Guardate al lato bello delle cose e non al lato brutto. Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Preoccupatevi di lasciare questo mondo un po' migliore di quanto l'avete trovato e, quando scatterà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di avere "fatto del vostro meglio".
"Siate preparati" così, a vivere felici e a morire felici: mantenete la vostra promessa di Esploratori, anche quando non sarete più ragazzi, e Dio vi aiuti in questo.
Il vostro amico

Sir Robert Baden Powell lord of Gilwell"


Fu un evento fondativo per il nuovo corso dello Scautismo palermitano e quando terminò con l'indicazione di un successivo appuntamento, con l'intero staff ci guardammo pensando tutti la stessa cosa: il testimone era stato consegnato ad un 'ennesima generazione  e il percorso sarebbe continuato a lungo, noi avevamo fatto intanto la nostra parte.  Avevo appena compiuto 20 anni e frequentato il campo di primo tempo in branca R/S.  Allora si cominciava presto !!