Visualizzazione post con etichetta pandemia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pandemia. Mostra tutti i post

venerdì 22 ottobre 2021

NO VAX? LIBERTA' SENZA CITTADINANZA


 Responsabilità personale

 e collettiva. 

È difficile trovare nella storia del pensiero un sostegno

 alle ragioni portate dai disobbedienti

 

-         di Simone M. Sepe

-          Il Green pass altro non è che uno strumento per 'promuovere' la vaccinazione di massa. Il problema è comprenderne il significato. Si tratta di un semplice incentivo? Oppure di qualcosa di più cogente che approssima l’obbligatorietà? Dipende ovviamente dalla posta in gioco; se il premio è una caramella, o una ciambella come Krispy Kreme qui in America regala a ogni vaccinato per colazione (e per tutto l’anno), siamo nel mondo degli incentivi. Se invece diventa un lasciapassare per lavorare, quella promozione assumerebbe un carattere più coercitivo, soprattutto quando l’alternativa alla vaccinazione è il test obbligatorio periodico, il cui costo (pecuniario e di tempo-opportunità) non è trascurabile. Il problema è dunque comprendere la compatibilità di questo meccanismo con la difesa morale e giuridica che i no-pass antepongono a giustificazione della loro protesta: la loro libertà. Libertà, una parola meravigliosa e al contempo misteriosa. Abbiamo cercato di riesaminare le varie declinazioni di libertà nella storia del pensiero per trovarne una – che fosse soltanto una – a difesa delle ragioni dei 'disobbedienti'. Non ci siamo riusciti. Ma procediamo con ordine.

Nella concezione degli antichi – ogni riferimento a Benjamin Constant è voluto – libertà significa assenza di turbamenti interni. L’individuo vittima delle proprie passioni, privo di autodisciplina, acratico appunto, non è libero. Per i greci la libertà non era separabile dalla razionalità. Ne consegue che l’esercizio della libertà si risolve in un processo rigoroso di deliberazione interna ( phronesis o saggezza pratica) in condizioni ideali. Se, per ipotesi, il piano delle nostre scelte possibili collassasse in un solo punto, potremo ancora dirci liberi purché quel punto rappresentasse l’unica scelta corretta. Per il pensiero antico, dunque, saremmo liberi anche di fronte all’obbligatorietà vaccinale. Fermandoci solo all’estetica dei comportamenti e all’apparato di suggestioni scomposte che i no-pass portano nel dibattito pubblico, ci sentiremmo di dire che la libertà da loro proposta non è quella degli antichi.

La libertà nel senso moderno assume invece un significato più politico, o se si preferisce negativo, spostando l’asse del concetto dalle costrizioni interne dell’individuo a quelle esterne. La libertà è quindi la capacità di scegliere tra un ventaglio di opzioni possibili, senza che forze esterne – come un governo – ne condizionino o addirittura ne coartino la decisione. Per inciso, questa è la libertà da sempre osteggiata da chi considera la società come un qualcosa di organicamente diverso e non riducibile agli individui solamente, come il fascismo appunto. Ma anche i fascisti, di ritorno da Marte, evidentemente sono cambiati. Tuttavia, anche volendo rimanere nel solco del pensiero esclusivamente liberale è difficile, se non impossibile, trovare una rappresentazione della libertà idonea a giustificare il 'gran rifiuto' dei disobbedienti.

Ci sarebbero infatti delle ragioni che sono libertà-dipendenti per restringere la libertà, proprio a difesa della libertà stessa. Non è un paradosso! Questo accade quando si rischia che le nostre scelte non siano adeguatamente informate oppure viziate nella struttura profonda dei processi cognitivi. Vizi e distorsioni che ancora una volta abbiamo visto con i nostri occhi, durante i fatti violenti di Roma del 9 ottobre 2021, quando quell’umanità arrabbiata e sofferente diceva 'gli italiani liberi vanno ad assediare la Cgil'. Così John Stuart Mill, che presume la libertà come condizione naturale, descrive i casi in cui questa presunzione possa essere legittimamente rigettata. Tra questi include la possibilità di restringere la libertà di oggi per proteggere quella di domani. Questa è la logica liberale che accetta l’obbligatorietà della cintura di sicurezza quando guidiamo: protegge la libertà del giorno dopo.

Il filosofo contemporaneo David Schmidtz, influente esponente del liberalismo classico, inquadra la libertà come potere di dire 'no', perché quel 'no' è la base su cui costruire relazioni umane e comunità fondate sul 'sì'. Quel 'no' non significa avere il diritto di espirare particelle di virus verso chi ci sta accanto. Quel 'no' potrebbe invece estendersi alla privacy quale incarnazione della libertà, laddove un governo volesse agire sul nostro corpo, imponendo la vaccinazione obbligatoria. Ma il green pass non è la vaccinazione obbligatoria. E quindi non vìola la privacy.

Ma anche se prendessimo quella che è forse la versione più radicale, non paternalista, di libertà negativa, quella del libertarianismo, si fatica a trovare argomenti a favore dei no-pass. Robert Nozick, sofisticatissimo pensatore contemporaneo e autore di 'Anarchia, Stato e Utopia', dice chiaramente che laddove l’azione individuale generi un rischio su altri, la pretesa della libertà come immunità diventa problematica. Si chiede allora come individui razionali e liberi risolverebbero il conflitto tra libertà e rischio in uno stato di natura, dove le istituzioni sono ancora da definire. Per Nozick semplifichiamo – ci sarebbero due possibilità: 1) vietare le azioni pericolose (il che equivarrebbe a giustificare la legittimità del Green Pass); 2) permettere le azioni pericolose (nel caso specifico, permettere di interagire nella società senza Green Pass), a condizione che gli agenti 'pericolosi' compensino gli altri (vale a dire richiedere ai no-vax e/o no-pass di risarcire in via preventiva la popolazione più responsabile). Ma Nozick con acuto pragmatismo si pone anche il problema di come amministrare il secondo regime, in un mondo in cui i 'pericolosi' (i no-pass) non abbiano le risorse per risarcire le 'vittime' o comunque non sia così semplice farli pagare. Senza compenso, infatti, il costo della libertà degli uni (quello di no-vax e nopass) verrebbe traslato sugli altri (i vaccinati), un’eventualità che Nozick non accetterebbe.

Sul piatto rimarrebbe allora solo la prima possibilità. Evidentemente i no-pass non conoscono Nozick, ma molti di loro intendono il Reddito di cittadinanza come 'meccanismo di risarcimento'; peccato che il pagamento vada nella direzione opposta. Se infine volessimo volare più alti e considerare la struttura metafisica della nostra libertà, i no-pass ancora una volta sono con le spalle al muro: la libertà è infatti la dimensione della nostra responsabilità morale. La dimensione della nostra partecipazione e compassione, come insegna l’illuminismo scozzese. Qualcuno direbbe della nostra coscienza. Più siamo liberi, più dobbiamo essere responsabili verso gli altri. Ma i disobbedienti non sembrano aver compreso questa proporzione: le responsabilità – per loro – sono da socializzare, a differenza dei benefici che invece vorrebbero mantenere privati.

È una brutta vicenda piena di contraddizioni, ignoranza e furbizia. Dove chi ne beneficia sono quei cinici senza virtù all’incetta di voti che sfruttano le contingenze della storia e le debolezze della gente. E giustificano i vizi umani, anche i più bassi, nel nome di un concetto di libertà senza cittadinanza. Fa bene il presidente del Consiglio Draghi a tirar dritto per la strada della responsabilità personale e collettiva, senza tentennamenti. Come un uomo libero farebbe.

*Giurista ed economista, University of Arizona (Usa)

 

www.avvenire.it

 

venerdì 26 marzo 2021

GIOVANI E PANDEMIA

 «I giovani 

nella morsa della crisi»

Il sociologo Gori: la pandemia sociale mette in ginocchio le nuove generazioni e si abbatte anche sul Nord «Lo stop alle lezioni in aula? Fa crescere gli abbandoni scolastici e certifica i divari. Un’ipoteca sul futuro»

-          

-         di PAOLO LAMBRUSCHI

-          

Si diventa poveri sempre più in fretta a causa del Covid. Troppo in fretta. Le due fratture che la pandemia ha aperto nella società italiana in un anno di lockdown e chiusure a ondate di cui ha parlato ieri il Cardinale Bassetti si stanno allargando. Sono ormai oltre due milioni le famiglie povere, con un aumento di 335mila unità rispetto al 2019, secondo l’ultimo rapporto Istat sul 2020. E i cittadini interessati dal fenomeno sono 5,6 milioni, oltre un milione in più rispetto all’anno precedente. Cifre spaventose, dietro le quali si leggono storie di famiglie, da qualche mese costrette a ridurre i consumi (la spesa si è contratta del 9,1% nel 2020 rispetto al 2019) e in molti casi a cercare aiuto per mangiare, curarsi, pagare gli studi ai figli. Le Caritas diocesane e parrocchiali hanno incontrato molte di queste persone: non solo nelle regioni meridionali ma anche in quelle più ricche. I dati Istat di fatto hanno confermato i numeri e le previsioni della Caritas, segnalando che al Nord vivono ormai 218mila famiglie in povertà assoluta. Per Cristiano Gori, docente di sociologia a Trento, studioso e “lobbista dei poveri”, autore del recente volume Combattere la povertà, la novità preoccupante non è solo il numero crescente di donne e uomini in fila ai centri di ascolto parrocchiali e agli empori solidali, ma la rapidità dell’impoverimento che ha determinato il restringimento della forbice tra Nord e Sud del Paese.

Chi sono le persone che in un anno sono cadute a terra?

Molti sono nuovi poveri. La linea di sviluppo dell’impoverimento è la stessa dell’epoca pre-Covid. Ha quindi caratteristiche di trasversalità e interessa tutte le fasce sociali con una concentrazione nelle fasce più giovani. La novità è la rapidità della caduta di molti. Da anni parliamo di povertà che rompe gli argini: la tendenza si è aggravata. I dati Istat confermano lo sfondamento a Nord tra i giovani e le famiglie monoreddito dove l’unico sostegno ha perso l’occupazione. Si pensi ad esempio ai lavoratori con un contratto a termine non rinnovato. O alle madri sole con due figli che tipicamente non fanno un lavoro protetto da una cassa integrazione lunga.

Domenica scorsa il Papa e ieri la Chiesa italiana con il cardinale Bassetti nell’introduzione al Consiglio permanente insieme a diversi vescovi nelle diocesi hanno richiamato il pericolo dell’infiltrazione della criminalità organizzata tra i nuovi poveri con vere e proprie forme di welfare mafioso. Che cosa ne pensa?

Sono d’accordo, il rischio è grosso. Ma un giudizio onesto non può che essere ambivalente. Da una parte, le misure ordinarie e straordinarie contro la povertà prese in quest’anno hanno funzionato. I poveri assoluti sono cresciuti dal 7,7 al 9,4% , ma l’intensità della povertà di oggi si è abbassata rispetto a quella di 12 mesi fa. Oggi ci sono più poveri, ma con più risorse e un grado di povertà inferiore rispetto all’inizio della pandemia. Dobbiamo interpretare i numeri anche sotto questo aspetto, ma è altresì evidente che ci sono buchi nel sistema di protezione sociale in cui la malavita può infilarsi.

E quali sono?

Il primo buco riguarda la povertà al Nord dove è cresciuto maggiormente il numero degli indigenti. Il problema nel Mezzogiorno è numericamente superiore, riguarda l’11% circa della popolazione, ma la caduta del Nord (il 9%) è stata accelerata dalla crisi legata al Covid. Alcuni anni fa il divario era superiore. Nel Settentrione il reddito di cittadinanza ha una capacità protettiva minore perché, avendo una soglia di accesso uguale in tutte le regioni, è penalizzante dove il costo della vita è superiore. Il secondo buco riguarda le famiglie numerose. Il terzo le persone che hanno avuto un calo di reddito, ma hanno conservato un piccolo patrimonio, il classico profilo da crollo immediato.

La povertà educativa è invece più forte al Sud. Rischia di aggravarsi?

Sì, quello che è successo quest’anno ha già messo un’ipoteca sul futuro di una generazione. Con le sue difficoltà strutturali, l’Italia non può permettersi le chiusura scolastiche: significa una perdita di opportunità di vita con la crescita degli abbandoni scolastici. Ovviamente la Dad certifica le disuguaglianze. Non basta avere un buon pc e una buona connessione. Occorre una famiglia presente e dotata di buona cultura. Il compito della scuola è proprio quello di ridurre i divari di partenza dando a tutti le stesse opportunità.

 

www.avvenire.it

 

 

 

mercoledì 10 marzo 2021

ON LINE, PRIGIONIERI DELL'ISTANTE

RITROVARE IL SENSO DEL TEMPO

 Come la pandemia ha cambiato il nostro modo di pensare e di stare al mondo

Sottoposti a una dittatura delle procedure, il rischio è confondere la vita quotidiana con quella in rete. 

Ma nel ritmo delle macchine non c’è posto per relazioni e festa.



-         di ADRIANO FABRIS

Come ogni esperienza collettiva, anche la pandemia sta lasciando tracce permanenti. Di molte ci accorgeremo tra un po’. Non parlo solo delle conseguenze fisiche, più o meno evidenti in chi ha contratto il Covid ed è riuscito a guarire. Non parlo solo del dolore di chi, a causa della malattia, ha perduto persone care, senza neppure averle potute accompagnare negli ultimi istanti. Né parlo dell’estremo disagio di chi ha perso il lavoro e dei tanti che non riescono a trovarlo: la vera emergenza che non può essere affrontata solo con i sussidi. Parlo di qualcosa di più generale, che coinvolge tutti, anche chi dal virus non è stato colpito direttamente. Mi riferisco ai cambiamenti nel nostro modo di pensare, di guardare agli altri, di stare al mondo.

Anche qui c’è una trasformazione: meno evidente ma non meno radicale. E tuttavia bisogna intendersi. Non si tratta solo di una perdita. Infatti, come ogni esperienza, anche la pandemia offre opportunità che vanno sfruttate, insegnamenti di cui fare tesoro, accanto a pericoli da comprendere e da evitare. Pensiamo, per esempio, a come è cambiata in questi mesi la nostra esperienza dello spazio e del tempo. Pensiamo a quanto sono mutate le nostre relazioni. Per molti lo spazio quotidiano si è ristretto, spesso fino alla costrizione e al confinamento entro le mura di casa. L’apertura di spazi digitali ha supplito solo fino a un certo punto. Certo, abbiamo sperimentato che le tecnologie della comunicazione non comportano semplicemente una trasmissione di dati ma dischiudono ambienti molteplici, all’interno dei quali abitiamo. Ciò ha fornito una grande opportunità: ampliare gli orizzonti della nostra esperienza. Ma abbiamo anche capito che spazio fisico e ambienti online non sono la stessa cosa. In questi ambienti a mancarci è il corpo. La percezione resta limitata ai contorni dello schermo. E ci siamo accorti che le regole di questi nuovi spazi non sono le stesse della vita offline, che queste regole abbiamo bisogno di definirle per davvero, che non possiamo solo farcele imporre da questa o quella piattaforma. L’opportunità, insomma, è quella di ampliare le nostre capacità di relazione.

Il rischio è di confondere la vita quotidiana con quella in rete, sovrapponendo i comportamenti dell’una a quelli richiesti dall’altra. Purtroppo, tanti episodi recenti, che coinvolgono anche i nostri ragazzi, ci fanno capire come questo sia un rischio da non sottovalutare. La nostra esperienza del tempo, poi, ha subìto una trasformazione forse ancora più grande. Il tempo all’epoca del coronavirus si è fatto uniforme e indifferente. Ha perso continuità, si è concentrato nell’attimo. Da quest’attimo siamo sempre più assorbiti. Ogni istante – ad esempio durante lo smart working – richiede totale impegno e attenzione. Ciò non è privo di conseguenze per il nostro equilibrio psicofisico. Infatti, il venir meno delle abitudini consolidate ha provocato in molti disorientamento e la necessità di ricalibrare nuovi ritmi: non più dettati dalle relazioni sociali e dall’incontro con gli altri ma definiti da procedure e programmi con cui siamo costretti a interagire. Per molti l’orario della riunione è ricordato dalla piattaforma, ciò che bisogna fare per il lavoro dipende dalla capacità di adattarsi a un determinato protocollo. Ci troviamo sottoposti a una dittatura della procedura, che non siamo noi ma sono certe macchine a mettere in opera.

Tutto questo probabilmente resterà anche in futuro: almeno a detta degli esperti. Il problema è che il tempo delle macchine e dei programmi è un tempo quantitativo, un tempo tutto uguale. Non è il tempo della nostra esperienza, che qualitativamente è invece sempre diverso. Per noi la stessa mezz’ora pare volare via in un lampo, o sembra invece non finire mai. Se invece il nostro tempo viene standardizzato, se noi siamo costretti a seguire il suo ritmo meccanico, tutto si fa omogeneo. Tutto diventa indifferenziato e sembra, alla fine, essere indifferente. Ne è una riprova il venir meno della distinzione tra tempo di lavoro e tempo della festa, visto che le macchine non ammettono pause. E così la domenica cessa definitivamente di essere il giorno del Signore. Insomma: se il tempo delle relazioni interumane si eclissa, se cade la distinzione tra impegno e pausa, se i ritmi della vita non sono più stabiliti da noi ma da un programma, se le procedure che dobbiamo seguire non ci danno tregua e non distinguono tra giorno e notte, allora ciò che rimane è solo un tempo esploso, polverizzato. È un tempo che non offre più continuità. Che non collega più i vari aspetti della nostra vita. Che in definitiva non ci permette di costruire un’identità, di capire chi siamo.

Tutto ciò si riflette infine sulle relazioni che sostengono la nostra vita. Se c’è una cosa che la pandemia ha smascherato è l’illusione – moderna – della centralità dell’individuo isolato e autosufficiente. Abbiamo invece sperimentato sulla nostra pelle, proprio quando siamo stati costretti a isolarci, che le relazioni non possono essere tagliate via, perché sono la sostanza del nostro essere. Se questo è un indubbio guadagno, nel contempo tuttavia è emerso anche un modo di pensare che può essere fuorviante e pericoloso. La distanza, il distanziamento, si sono imposti come valori. Abbiamo imparato che, paradossalmente, si ama il prossimo tanto più quanto lo considera (e lo si tratta) come qualcuno che va tenuto lontano: per non contagiarci, per non contagiarlo. È il pericolo dell’indifferenza. Tenere a distanza il prossimo, vederlo soltanto da lontano, magari su uno schermo, ci fa addirittura pensare che ciò che lo riguarda sia una mera rappresentazione o – peggio – una montatura: come ritiene chi nega, assurdamente, la realtà della pandemia. Ma l’immagine non sostituisce la realtà. Il reale ha una forza di verità che prima o poi viene fuori. E che sollecita il nostro impegno.

Ecco dunque alcuni segni profondi che quest’esperienza – tragica per molti, difficile per tutti – sta lasciando. Ecco i rischi e i guadagni che essa comporta. Non sarà un’esperienza inutile, però, a un’unica condizione. Potrà restarne qualcosa di positivo solo se ne trarremo insegnamenti: solo se la pandemia non ce la lasceremo alle spalle, senza pensarci più, quando i vaccini saranno finalmente disponibili per tutti. Se saremo capaci di fare tesoro di ciò che è avvenuto e sta avvenendo potremo iniziare a conciliare e a gestire i nostri spazi, reali e virtuali. Potremo recuperare il vero senso del tempo: un tempo che scorre, non già bloccato nell’istante. Potremo riattivare le nostre relazioni, in tutto il loro spessore. E saremo in grado di ripartire – di ripartire davvero – su basi nuove. Perché bisogna andare avanti. E per andare avanti ci vuole una prospettiva. Già il semplice prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto di coloro che da questa pandemia sono i più colpiti, può essere un primo passo concreto.

www.avvenire.it

 

martedì 26 gennaio 2021

MORIN. DI FRONTE ALL'INATTESO


Alla vigilia del mio centesimo compleanno

 

Sono stato sorpreso dalla pandemia, ma nella mia vita sono abituato all'inaspettato. L'arrivo di Hitler fu inaspettato per tutti. Il patto tedesco-sovietico fu inaspettato e incredibile. L'inizio della guerra d'Algeria fu inaspettato... Ho vissuto solo per l'imprevisto e l'abitudine alle crisi. In questo senso, sto vivendo una nuova, enorme crisi, ma che ha tutte le caratteristiche di una crisi. Cioè, da un lato suscita l'immaginazione creativa e provoca paure e regressioni mentali. Tutti cerchiamo la salvezza provvidenziale, ma non sappiamo come.

Dobbiamo imparare che nella storia l'inaspettato accade e accadrà ancora. Pensavamo di vivere con certezze, statistiche, previsioni, e l'idea che tutto fosse stabile, quando tutto cominciava già ad entrare in crisi. Non ce ne siamo resi conto. Dobbiamo imparare a vivere con l'incertezza, ad avere il coraggio di affrontare, ad essere pronti a resistere alle forze negative.

La crisi ci rende più pazzi e più saggi. Una cosa e un'altra. Molte persone perdono la testa e altre diventano più lucide. La crisi favorisce le forze più opposte. Desidero che queste siano le forze creative, le forze lucide e quelle che cercano un nuovo cammino, quelle che si impongono, anche se sono ancora molto disperse e deboli. Possiamo giustamente indignarci, ma non dobbiamo chiuderci nell'indignazione.

C'è qualcosa che dimentichiamo: vent'anni fa è iniziato nel mondo un processo di degradazione. La crisi della democrazia non è solo in America Latina, ma anche nei paesi europei. La padronanza del profitto illimitato che controlla tutto è in tutti i paesi. Lo stesso vale per la crisi ecologica. La mente deve affrontare le crisi per poterle dominare e superare. Altrimenti siamo le sue vittime.

Oggi vediamo elementi del totalitarismo insediarsi. Non ha niente a che vedere con quello del secolo scorso. Ma abbiamo tutti i mezzi per monitorare le persone: i droni, i telefoni cellulari, il riconoscimento facciale. Abbiamo tutti i mezzi per realizzare una sorveglianza totalitaria. Il problema è impedire che questi elementi si uniscano per creare una società totalitaria insopportabile per noi.

Alla vigilia del mio centesimo compleanno, cosa posso desiderare? Auguro forza, coraggio e lucidità. Abbiamo bisogno di vivere in piccole oasi di vita e fratellanza".

 

giovedì 21 gennaio 2021

GIOVANI. IN AUMENTO I TENTATIVI DI SUICIDIO


Stefano Vicari, Bambin Gesù: "Posti letto occupati al 100% da tentativi di suicidio, non mi era mai successo. Al pronto soccorso un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’"

di Ilaria Betti

 

Via l’immagine dei fannulloni sdraiati sul divano con il cellulare. I giovani, che da quasi un anno vivono la pandemia, stanno soffrendo. E anche molto. A dimostrarlo è un dato condiviso da Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma: i tentativi di suicidio e autolesionismo sono aumentati del 30%. “Dal mese di ottobre ad oggi, quindi con l’inizio della seconda ondata, abbiamo notato un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita - ci spiega -. Se nel 2019 gli accessi al pronto soccorso erano stati 274, nel 2020 abbiamo superato quota 300. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo. Al pronto soccorso si registra un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’”.

Tutta colpa della pandemia?

“Stiamo assistendo a due fenomeni: da una parte, abbiamo gli adolescenti che per autoaffermarsi diventano aggressivi, fanno male agli altri, fanno male ai genitori, si tagliano, diventano intrattabili. Dall’altra, abbiamo i giovani che si chiudono a riccio, si rifugiano nel loro mondo e nella loro stanza e non sappiamo se avranno voglia di uscire fuori da questo guscio, una volta passata la tempesta. Il fatto è che la pandemia sta facendo aumentare lo stress e lo stress facilita la comparsa di una serie di disturbi, principalmente disturbi d’ansia, disturbi del sonno e depressione. Aumentano per una serie di fattori: prima di tutto, c’è la paura di ammalarsi che i bambini e i ragazzi ‘respirano’ dentro casa. Poi c’è l’assenza del gruppo dei coetanei che fa da ammortizzatore. Un adolescente - lo siamo stati tutti e lo sappiamo benissimo - parla poco con mamma e papà. Se deve raccontare un problema preferisce confrontarsi con un amico, con il compagno di banco. Questa interazione in presenza non c’è più e a distanza non è la stessa cosa”.

Perché si reagisce con l’autolesionismo?

“L’autolesionismo esiste da sempre: il 20% degli adolescenti in Italia e il 25% in Europa si fa del male, si taglia, si infligge un danno fisico intenzionalmente. Tra le attività di autolesionismo c’è anche il tentativo di suicidio che è la seconda causa di morte per i giovani tra i 10 e i 25 anni dopo gli incidenti stradali. Questo fenomeno è sempre esistito, ma da ottobre si è acutizzato. Si tratta principalmente di tagli negli avambracci, nelle braccia, nelle gambe. Molti ragazzini ci dicono che lo fanno perché si sentono attanagliati da un malessere psicologico ed è come se il male fisico li liberasse dal dolore interiore”.

Quanti sono i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori in Italia?

“Da questo punto di vista c’è un problema troppo spesso sommerso: sebbene il 20% degli adolescenti soffra di un disturbo mentale, i posti letto complessivi in Italia sono soltanto 92. Qui al Bambin Gesù ce ne sono otto, ma ci sono regioni che non ne hanno neanche uno. Si tratta di una vera e propria emergenza, calcolando che il numero di tentati suicidi e autolesionismo si sta alzando. Dove non ci sono posti, i giovani vengono ricoverati in pediatria - accanto magari al bimbo con la bronchite - o in strutture dedicate agli adulti, dove la permanenza non è di certo facile. I disturbi psichiatrici e la loro cura passano ancora in secondo piano. Basti pensare che, sebbene i disturbi psichiatrici siano più frequenti in età evolutiva, i pediatri non studiano psichiatria nel loro percorso di formazione”.

La mancanza della scuola in presenza ha un ruolo nell’aumento degli episodi di autolesionismo e tentati suicidi?

“Sono convinto che sia proprio l’assenza della scuola ad aver ‘pesato’ così tanto sugli adolescenti. Continuiamo a pensare che la scuola sia solo didattica: questo è un errore gravissimo. La scuola non può essere vista come luogo di preparazione al mondo del lavoro ma come luogo di formazione del carattere e della conoscenza. All’interno della scuola si cresce culturalmente, ma non solo. Ci si riscatta, ci si afferma. Anche chi appartiene a contesti umili, tramite la scuola può studiare e riscattarsi. Se la scuola non c’è, l’affermazione di sé passa attraverso valori negativi: le risse per strada, l’autolesionismo, i litigi violenti, con compagni e genitori. I giovani hanno necessità di ribellarsi, ma più riduciamo gli spazi di possibile ‘deragliamento’, gli spazi in cui possono infrangere le regole sotto lo stretto controllo dell’adulto - come appunto, le scuole - più queste ribellioni diventano violente”.

Cosa ne pensa di chi dice che i giovani non stiano soffrendo in questa pandemia perché “non stanno mica combattendo la guerra”?

“Penso che si sbagli di grosso. Ai ragazzi è stato chiesto di fare uno sforzo enorme in questi mesi: allontanarsi dai propri compagni, dalla propria routine, da tutto quello che prima costituiva il loro mondo. Chi ha gli strumenti giusti, ovvero risorse economiche, famiglie solide alle spalle, può cavarsela. Ma chi vive in periferia, in contesti poveri con genitori con rapporti conflittuali: ecco, per questi giovani la permanenza in casa non è così facile. Sono costretti a cercare altre valvole di sfogo”.

Cosa si può fare per invertire la rotta?

“In questa emergenza i giovani sono stati dimenticati: devono invece essere rimessi al centro dell’attenzione del mondo, politico e non, per il semplice fatto che saranno loro gli adulti di domani. Dobbiamo supportarli e dotare di strumenti per affrontare questo momento storico anche quei ragazzi che risorse non ne hanno. Dovremmo poi lavorare su ciò che rinforza la salute mentale, cioè famiglia e scuola, e potenziare le strutture psichiatriche sul territorio, dato che le Asl hanno impoverito fortemente i servizi di neuropsichiatria infantile. La buona notizia è che dalle malattie mentali si guarisce. Il genitore di un figlio con malattia mentale fa fatica ad accettarla perché in qualche modo se ne dà la colpa. Un papà con la figlia anoressica non va dallo psichiatra perché crede di essere stato un cattivo padre. La malattia mentale fa paura, ma solo affrontandola senza pregiudizi si può sconfiggere”.

 

LEGGI ANCHE...

The young hope. "I giovani da soli nel lockdown hanno trovato risorse impreviste" (di I. Betti)

 

 Fonte


venerdì 20 novembre 2020

BAMBINI E ADOLESCENTI AI TEMPI DEL COVID -19 - Rapporto UNICEF

"Future We Want", i risultati dell'indagine sul futuro post-COVID degli adolescenti in Italia

In occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza (20 novembre) l’UNICEF lancia il nuovo rapporto “The Future We Want - Essere adolescenti ai tempi del COVID-19”, ideato per far conoscere come l’emergenza sanitaria abbia cambiato la percezione che gli adolescenti in Italia hanno del proprio benessere, l’impatto che il COVID-19 ha avuto sulle loro vite e le lezioni da trarre per un futuro più equo e sostenibile. 

 Secondo i dati del sondaggio - realizzato sulla base delle risposte di oltre 2.000 giovani tra i 15 e i 19 anni - gli adolescenti che vivono in Italia si dichiarano mediamente soddisfatti della propria vita, con un valore di 6,5 su una scala da 1 a 10. 

Guardando alle diverse dimensioni, il benessere economico si colloca poco sopra 6/10. Sotto la sufficienza invece la salute (5,9), nella cui valutazione ha sicuramente pesato la percezione di insicurezza e fragilità legata alla pandemia. 

L’ambiente in cui gli adolescenti vivono è l’aspetto di cui essi si dichiarano più soddisfatti, valutato con un 8,1, con 7,6/10 in riferimento alla famiglia di appartenenza. 

Un adolescente su tre afferma che le relazioni con familiari e conviventi durante il lockdown siano migliorate, mentre il 16% dei rispondenti al sondaggio riferisce di un peggioramento dei rapporti familiari. 

Emerge però anche un dato allarmante: il 64% degli adolescenti (con una significativa differenza tra il 73% delle ragazze e il 53% dei ragazzi) ritiene che la casa o la struttura in cui vive non sia sempre e comunque un luogo sicuro. 

 ll Rapporto verrà presentato ufficialmente domani da una delegazione di tre dei ragazzi che hanno collaborato alla ricerca, nel corso dell’evento “Le sfide della pandemia per l’infanzia e l’adolescenza" organizzato dal Dipartimento per le Politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.

 Una delegazione dell’UNICEF Italia composta da bambini e ragazzi e accompagnata dalla Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.  sen. Stefania Pucciarelli, presenterà il Rapporto il giorno successivo, 20 novembre, alla Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. 

 Altri dati del rapporto

Dal rapporto emerge una fotografia dell’impatto che la pandemia ha avuto sulla percezione di benessere degli adolescenti in Italia. I giovani chiedono il ritorno a una nuova normalità che tenga conto delle lezioni apprese in questi mesi e delle buone pratiche messe in atto, con un cambio di rotta che non può prescindere dall’ascolto della loro voce.

 Il 65% dei rispondenti al sondaggio ritiene che un sistema sanitario pubblico, gratuito e accessibile a tutti sia il fattore indispensabile per mantenere un buono stato di salute. Per quasi il 40% del campione, inoltre, i fattori ambientali che agiscono sulle cause delle epidemie sono da tenere in stretta considerazione per la salute pubblica.

 Metà degli adolescenti coinvolti considerano prioritario che la scuola si adoperi per la promozione di una corretta alimentazione e di stili di vita più sani, e addirittura l'87% degli adolescenti propone diminuzione dell’inquinamento e riduzione dei consumi come comportamenti virtuosi da mantenere anche dopo l’emergenza. 

 Un terzo dei ragazzi esprime il desiderio di una maggiore disponibilità di reti di ascolto e supporto psicologico.

 Quasi metà degli adolescenti che hanno risposto al sondaggio pensa che il digitale abbia consolidato il senso di unione durante il lockdown, riducendo l'isolamento, ma un terzo dei rispondenti manifesta dubbi in proposito e uno su 5 afferma il contrario, in quanto non tutti hanno avuto le stesse possibilità di accedere alle tecnologie e alla connessione.

 Per quanto riguarda la didattica a distanza, quasi il 60% degli studenti non hanno riscontrato difficoltà con la digitalizzazione, ma un terzo sì. E, al di là della maggiore o minore facilità di gestione, la maggioranza degli studenti (oltre il 60%) dichiara che la DAD ha portato forme di stress nello studio.

 Diverse le buone pratiche adottate durante il COVID-19 che ragazze e ragazzi vorrebbero ritrovare a scuola quest’anno: prima fra tutte, una maggiore flessibilità degli orari e la partecipazione alla definizione del calendario scolastico con gli insegnanti (58%), seguita da lezioni di recupero per chi è in difficoltà (37%) e dall’utilizzo di materiale didattico online come integrazione ai libri di testo.

 Tuttavia, solo un adolescente su 4 vorrebbe continuare a mantenere alcune sessioni di didattica a distanza.

 Per aiutare gli studenti in difficoltà economiche, un terzo degli studenti vorrebbe più borse di studio e l’integrazione del bonus cultura.

 Gli adolescenti chiedono più tempo da dedicare alle persone care, più opportunità di ascolto nelle proprie comunità, vogliono essere coinvolti nelle decisioni scolastiche, con un occhio attento all’ambiente.

 Le raccomandazioni al Governo Italiano, presentate dall'UNICEF nella chiusura del Rapporto, richiedono un quadro normativo e politiche più attenti ai bisogni di ragazze e ragazzi e maggiori investimenti nelle aree rilevate.

 La campagna dell’UNICEF “The Future We Want”, di cui questo rapporto fa parte, è nata con l’obiettivo di coinvolgere ragazze e ragazzi sull’impatto della pandemia nelle loro vite e sulla loro visione del futuro post-COVID, ed è stata lanciata nel luglio scorso attraverso un Manifesto in 10 punti con le raccomandazioni dei giovani alle istituzioni per un futuro più equo e sostenibile. Tutte le osservazioni contenute nel documento sono state approfondite nel rapporto. 

 “L’UNICEF ribadisce da sempre l’importanza dell’ascolto e della partecipazione dei giovani. Oggi, in occasione di questa data simbolica, abbiamo voluto collegare questo messaggio all’idea di un futuro più equo e sostenibile, che può essere costruito solo ascoltando oggi quelli che saranno i suoi protagonisti principali, intervenendo sulle diseguaglianze economiche e sociali per permettere che tutti i bambini e gli adolescenti possano godere, senza esclusione alcuna, di questo diritto”, ha dichiarato Anna Riatti, Responsabile dell’UNICEF per la risposta a favore dei bambini e adolescenti migranti e rifugiati.

 “Il 20 novembre celebriamo la Giornata mondiale dell’infanzia, quest'anno più che mai vogliamo ribadire che i diritti di tutti i bambini e gli adolescenti contano e devono essere rispettati e promossi ogni giorno, ovunque nel mondo"- ha dichiarato Carmela Pace, Vice Presidente dell'UNICEF Italia. "Il 2020 è stato caratterizzato a tutti i livelli dal COVID-19 che ha aperto nuove crisi e acuito quelle già esistenti, soprattutto per i bambini e i giovani, i più vulnerabili. Povertà, istruzione, accesso a internet, disagio psicologico, assistenza sanitaria, cambiamento climatico: sono queste alcune delle priorità che richiedono a tutti noi uno sforzo congiunto, sostenuto e sostenibile, senza dimenticare o lasciare indietro nessuno. Dobbiamo aiutare concretamente tutti i bambini e i giovani in Italia e nel mondo. Noi dell'UNICEF, celebriamo questa Giornata con la promessa di continuare a essere presenti nella risposta alla pandemia e nel garantire supporto ai gruppi più vulnerabili”, ha dichiarato Carmela Pace, Vice Presidente UNICEF Italia. 

 “La pandemia ha messo tutti a dura prova, noi siamo tornati però a manifestare per un futuro migliore. Siamo coscienti che il cambiamento comincia da noi ed è questo il messaggio che vogliamo condividere con i nostri coetanei”, ha detto Nafissa, volontaria YOUNICEF e partecipante ai lavori per il Manifesto.

La campagna “The Future We Want” non si ferma il 20 novembre, ma continua con diversi appuntamenti:

• Si parte con la call to action di “Future we want”, attraverso cui l’UNICEF promuoverà canali di mobilitazione per gli adolescenti nelle loro comunità, dall’attivazione nei gruppi YOUNICEF alla partecipazione a programmi e movimenti esterni. Saranno gli stessi partecipanti ai lavori per il Manifesto a condividere tramite i propri canali social idee e modi per impegnarsi in prima persona a costruire il futuro che vogliono.

• I risultati del report saranno condivisi direttamente da ragazze e ragazzi in un webinar, che avrà luogo domani, 19 novembre, organizzato dal network interassociativo Gruppo CRC per il lancio del rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e l’adolescenza.



""The Future We Want" - Il Rapporto finale"   scarica pdf (6148 kb)