lunedì 30 luglio 2018

MONDIAL DAY HUMAN TRAFFICKING


Pope calls for a firm stand against 'shameful crime' of human trafficking
Pope Francis on Sunday looked ahead to the World Day against Trafficking in Persons, marked each year on 30 July, and said it is everyone’s responsibility to take a stand against the shameful crime.

Pope Francis has appealed to all men and women of goodwill to take responsibility, denounce injustice and stand firm against the "shameful crime" of human trafficking.
Addressing the faithful gathered in St. Peter’s Square for the Sunday Angelus, the Pope recalled that Monday, 30 July, is World Day against Trafficking in Persons, promoted by the United Nations.
“This scourge, he said,  reduces many men, women and children to slavery”.
It’s aim, he continued, is to exploit them for cheap labour, for the sex trade, for the trade of organs, to force them to beg or to engage in delinquency.
Francis also highlighted the fact that “the routes of migration are also often used by traffickers and exploiters to recruit new victims of trafficking”.
Pope Francis has repeatedly denounced human trafficking, which is believed to claim 40 milliion victims worldwide, calling it a “crime against humanity.”

mercoledì 25 luglio 2018

IMMIGRATI E DELINQUENZA. LE FAKE NEWS

Tempo fa Il Giornale pubblicava un pezzo carico di enfasi («Tenetevi forte» era l’incipit) per affermare che «i migranti delinquono di più». Come spesso accade quando si parla di immigrazione, si affrontava un tema complesso in modo troppo semplificatorio. Nel testo viene citato uno studio della Fondazione Hume curato dal sociologo Luca Ricolfi, ma i dati – senza contesto – possono avere significati diversi.
 
Per esempio: «Dal 2006 al 2015 gli immigrati imputati sono cresciuti del 22%». Ma nello stesso periodo il numero di residenti stranieri è cresciuto molto di più: da 2,7 a 5 milioni, ovvero dell’88%. Ancora, parlando dell’aumento delle violenze sessuali dal triennio 1995-1997 al 2013-15, «il boom è degli imputati immigrati – riporta il quotidiano – che sono passati da 317 a 1050», ovvero sono triplicati; ebbene, dal 1995 al 2015 i residenti stranieri sono cresciuti di circa sette volte, passando da meno di 700 mila a 5 milioni.
 
Ecco allora che il trend storico rivela una conclusione molto diversa dall’articolo: l’incidenza degli imputati stranieri sul totale dei residenti stranieri è andata diminuendo nel tempo. Se proprio si volesse stabilire un nesso causale tra immigrazione e reati, bisognerebbe sostenere che l’aumento degli stranieri degli ultimi anni coincide con una generale diminuzione dei reati.
 
Dal 2007 al 2015, mentre gli stranieri passavano da 3 a 5 milioni, tutti i principali indicatori con cui misuriamo la criminalità sono diminuiti: le denunce di delitti, cioè dei reati più gravi, secondo l’Istat sono scese da 2,9 milioni a 2,6. Mentre il numero di furti è rimasto praticamente invariato, sono diminuiti gli omicidi (fonte: ministero dell’Interno), mai così pochi dall’Unità d’Italia, le rapine e le violenze sessuali.
 
Inoltre, secondo il Viminale, dal 2004 al 2014 le denunce per reati con autori noti – circa la metà – sono cresciute del 34,3% contro gli stranieri (a fronte di un aumento del 147,3% degli stranieri in Italia) e del 40% contro gli italiani (a fronte di una leggera diminuzione dei residenti italiani). Rimane il dato sull’alta presenza di stranieri nelle carceri.
 
Spiega Paolo Pinotti, coordinatore della Fondazione De Benedetti e docente di Economia alla Bocconi: «Riflette anche il minor accesso degli stranieri agli istituti alternativi alla detenzione, come gli arresti domiciliari. In particolare, tali opzioni sono sostanzialmente precluse agli stranieri irregolari».
 
In questo senso, per il docente dell’Università milanese «è sostanzialmente incorretto affermare che non c'è spazio per discriminazioni né da parte dei giudici né delle forze dell'ordine, come sostiene lo studio di Solivetti, perché le statistiche non possono essere messe in discussione». Pinotti cita un dato del 2011: «Il 30,7% degli italiani condannati a pene detentive ha beneficiato di misure alternative, mentre per gli immigrati questa percentuale scende al 12,7%.
 
Questo perché spesso gli immigrati spesso non soddisfano le condizioni richieste per le misure alternative al carcere, come avere un lavoro regolare, un domicilio, una famiglia in grado di ospitare l'individuo». Accedere o meno a questa possibilità può determinare il futuro: secondo l’Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nel 2007 la recidiva di chi espiava tutta la pena in prigione era oltre tre volte superiore a quella di chi scontava la condanna con misure alternative alla detenzione: il 68,5% nel primo caso, il 19% nel secondo.
 
Inoltre va considerato che gli stranieri hanno una condizione socioeconomica mediamente più bassa: pagarsi un buon avvocato o avere quello di ufficio fa, in alcuni casi, la differenza. È la stessa ragione per cui, negli Stati Uniti, i poveri e gli afroamericani sono in percentuale particolarmente alta tra i condannati a morte.
 
L’articolo del Giornale si conclude affermando: «Chi non si integra socialmente ed economicamente ha più probabilità di ricorrere al crimine». Questo è vero e infatti da qui occorre partire per una seria riflessione sul tema. Lo fa uno studio della Bocconi sul rapporto tra permessi di soggiorno e propensione a commettere reati, coordinato da Pinotti e pubblicato sulla prestigiosa American economic review.
 
Spiega il professore: «Gli stranieri che ottengono il permesso di soggiorno sono del 50% in meno propensi a commettere reati economici gravi (furti, rapine, spaccio) rispetto a chi non ha potuto mettersi in regola». Per il Viminale, infatti, gli stranieri regolari hanno dati di criminalità in linea con gli italiani, mentre crescono drasticamente tra chi è senza permesso. Gli irregolari sono stimati il 20% degli stranieri in Italia, ma sono protagonisti dell’80% dei reati economici commessi da stranieri.
 
Che fare dunque? Le ricerche sono molto chiare: «Quando ottengono i documenti, gli stranieri assumono comportamenti molto più virtuosi. Potersi inserire regolarmente nel mercato del lavoro - per cui è necessario il permesso - fa da deterrente a invischiarsi in situazioni criminose. Il problema è, appunto, ottenere i documenti».
 
Dal 1998 il Governo stabilisce, con il Decreto flussi, ogni anno quanti permessi per motivi di lavoro possono essere concessi. Negli ultimi anni i numeri si sono ridotti, quasi azzerando la possibilità di ottenere permessi per lavoro. Nel dicembre 2007 la procedura è stata per la prima volta online: i datori di lavoro potevano cliccare la domanda dalle 8 di mattina.
 
I permessi avrebbero dovuto essere assegnati a stranieri residenti all'estero, ma tutti sanno che in realtà il click day ha legalizzato chi già era in Italia senza documenti. Spiega Pinotti: «Funzionava un po’ come una lotteria, il criterio di accettazione era casuale: chi prima arriva, meglio alloggia. Pochi minuti hanno fatto la differenza, dato che furono accolte le domande arrivate prima delle 8.27, legalizzando 170mila stranieri su 610mila irregolari in Italia».
 
La Bocconi ha analizzato i reati commessi dagli immigrati che hanno inviato la domanda immediatamente prima del taglio e da coloro che l’hanno inviata subito dopo le 8.27, quindi individui molto simili. «Per i reati economici – continua il docente – la criminalità degli immigrati legalizzati si è dimezzata nel corso dell'anno successivo, mentre il tasso di criminalità di chi non ce l’ha fatta è rimasto invariato.
 
Non cambiano le caratteristiche dei due gruppi, ma ricevere il permesso di soggiorno abbassa la propensione a commettere crimini, che sono sostituti imperfetti di attività economiche legali». Tra l’altro, molte delle domande si basavano su lavori falsi, cioè “fittizi” e strumentali al click day. Eppure la propensione ai reati economici si dimezza anche in questo caso: avere l'accesso al mercato del lavoro legale è sufficiente per innescare il cambiamento, anche se l'immigrato legalizzato non ha realmente un lavoro.
 
La tesi che spinge per la regolarizzazione è al centro di un altro lavoro di Pinotti insieme al collega Giovanni Mastrobuoni, che nel 2016 è aggiudicato il premio dell’American Economic Association. Racconta: «Abbiamo studiato i dati dell’indulto dell’agosto 2006, che ha rilasciato 22mila detenuti dalle carceri italiane (10mila dei quali stranieri).
 
Nel gennaio 2007 l’allargamento dell’Ue dava a rumeni e bulgari lo status di regolari, inclusi coloro che uscivano dalle prigioni. L’anno successivo il tasso di recidiva dei rumeni e bulgari (tutti regolarizzati) è risultato la metà di quello degli altri stranieri rilasciati dopo lo stesso indulto». Del resto, ciò che dicono le ricerche scientifiche è anche scritto nella nostra storia.
 
Negli anni Cinquanta i giudici minorili svizzeri aprirono un pacato dibattito sull’esagerato coinvolgimento dei minori italiani in procedimenti penali; ci si chiese se non vi fosse una propensione culturale della popolazione italiana al furto, un’idea avvalorata a quei tempi da molta letteratura europea. Il dibattito si esaurì man mano che gli italiani immigrati in Svizzera diventavano gelatai e aprivano pizzerie, attività per cui era necessario avere il permesso di soggiorno.
 
Insomma, “tenetevi forte”… Regolarizzare gli immigrati dimezza il tasso di criminalità.
  
Stefano Pasta

  
(articolo tratto da www.famigliacristiana.it)
 
 
 

lunedì 23 luglio 2018

FRANCO PIAZZA, 30 ANNI FA TORNAVA ALLA CASA DEL PADRE

PASSIONE, INTRAPRENDENZA, COMPETENZA, PRONTEZZA, SERVIZIO
LO HANNO CONTRADDISTINTO

di Giovanni Perrone

Il 24 luglio del 1988 mi trovavo in Calabria, a Serra San Bruno, per il campo di reparto. Eravamo all'imbrunire. Dei carabinieri ci vennero a comunicare che Ciccio Piazza era improvvisamente morto. Non ci aspettavamo tale notizia (mi aveva "promesso" che non sarebbe andato al campo perché non stava bene e aveva avuto qualche problema cardiaco  ... "però non dire niente ad altri").
Padre Randazzo, partì subito per l'Aspromonte per dare una mano ai giovani capi che erano rimasti sconvolti dall'accaduto. Infatti, Franco (Ciccio, per tutti) si trovava al campo estivo, anch'egli in Calabria, nella zona dell'Aspromonte, coi ragazzi del Palermo 1°.
Stava rimettendo a posto la pompa che portava l'acqua dalla sorgente al campo. Erano stati giorni di duro lavoro per assicurare agli scouts una buona organizzazione. Il cuore non resse. A causa delle sue precarie condizioni di salute il medico gli aveva sconsigliato di partire per il campo!
Si accasciò tra le braccia dei suoi scout che, testardamente, aveva voluto accompagnare al campo, senza sottrarsi ad alcuna fatica.
Ciccio era fatto così. "Prima i ragazzi!" soleva dire. Per lui significava mettersi con infaticabile generosità al servizio dei più piccoli.
Tempo, denaro, progetti, sogni, speranze erano completamente dedicati ai ragazzi, in particolare a quelli più bisognosi, che erano la gran parte degli scout del "suo" gruppo.
Anche nella sua quotidiana attività di insegnante era così. Il "fare" per costruire, per risolvere problemi, per sostenere chi aveva bisogno era caratteristica del suo essere.
Non un fare senza idee e senza valori, ma un fare sostenuto dalla fede, dalla speranza, dalla carità, dalla voglia di andare avanti,  nonostante le difficoltà, le incomprensioni ed anche le umiliazioni che talora intralciano chi  privilegia la pensosa e dinamica operosità, supportata da un forte spirito di servizio. Non amava molto il parlare, ma l'agire per risolvere problemi.
Lo Scautismo era la sua passione. Però, rispondeva generosamente ai molteplici inviti o ai bisogni che individuava là ove prestava servizio. Catechista, animatore del movimento dei maestri cattolici, responsabile diocesano per la pastorale dell'infanzia, collaboratore del dirigente scolastico ... ovunque era chiamato rispondeva prontamente e generosamente.
Nello scautismo svolse con grande impegno vari incarichi: fondatore ed animatore di vari gruppi scout, responsabile provinciale dell'ASCI e dell'AGESCI, organizzatore e conduttore della Cooperativa regionale di forniture scout, animatore del Settore Nautico degli scout, componente il Comitato nazionale per le forniture AGESCI, logista in campi nazionali, formatore nei campi scuola e nei campi nautici, uno dei costruttori della Base scout della Massariotta, collaboratore del Settore Specializzazioni .... Era sempre pronto a tuffarsi in nuove avventure, con un sorriso accogliente, rassicurante, incoraggiante. 
Non amava le luci della ribalta, la prontezza e l'umiltà erano costanti del suo quotidiano agire. Gli piaceva "andare al sodo", evitando lunghe e talora inutili elucubrazioni (che lo annoiavano).
Sia a scuola, sia in parrocchia, sia nello scautismo prestava attenzione ai più poveri e ai più bisognosi, con paterna attenzione, trascurando se stesso, svuotando il suo portafoglio, occupando senza sosta il suo tempo.
Aveva anzitempo messo in pratica l'invito di Papa Francesco: "Andate nelle periferie esistenziali!"
Per tutti era padre, amico e fratello.
In tutti coloro che abbiamo avuto la fortuna di condividere con lui il cammino ha lasciato una grande traccia: è stato leale amico e valido fratello.
Aveva un suo particolare modo di essere e di fare, talora giudicato un po' naif, ma sempre leale ed orientato a dare aiuto e a risolvere i problemi. Era "lo stile Ciccio Piazza"!
Gli sono molto grato, in particolare, per il grande aiuto nell'organizzazione e  gestione dei campi nazionali EG svoltisi a Vico e in Abruzzo, per il Massarjam, per la costruzione della Base della Massariotta, per la gestione di Basi scout ad Alpe Cucco, Caserma Cozzo e Val dei Conti, per la logistica di diversi campi scuola nazionali di formazione capi e di specializzazione e tant'altro. Sempre pronto a risolvere i problemi per il "bene comune".
Tutti abbiamo imparato tanto dal suo dinamismo, dalla sua voglia e capacità di fare sempre del "suo meglio", dal suo costante impegno a favore del prossimo.  Il suo ricordo mi (e ci) sarà sempre di esempio e di stimolo.


Riportiamo uno scritto su Franco Piazza pubblicato dopo la sua morte.

Nella foto in alto: Franco Piazza (al centro) con padre Salvatore Vitellaro e il giovane seminarista Benedetto Genualdi )entrambi poi direttori della Caritas diocesana di Palermo. Anno 1973 alla Base  scout della Massariotta per i primi campi nazionali di specializzazione.
In basso: Lo chalet "Franco Piazza" nella Base scout "Massariotta", costruito con  la sua cooperazione.

sabato 21 luglio 2018

ADOLESCENTI E INTERNET

Oltre un adolescente su cinque presenta un uso problematico di Internet

Comunicato stampa dell’Ufficio Stampa Policlinico Gemelli 20 luglio 2018
Oltre un adolescente su cinque presenta un uso problematico di Internet.
È il quadro che emerge dai risultati di uno studio condotto presso la Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” IRCCS – Università Cattolica del Sacro Cuore e pubblicato sulla rivista internazionale “Frontiers in Psychiatry”.
È elevata la prevalenza degli adolescenti italiani con comportamenti a rischio di dipendenza da sostanze e non solo: oltre il 22% dei giovani che frequentano le scuole superiori presenta un rapporto disfunzionale con il Web. È il dato che emerge da uno studio effettuato presso la Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” IRCCS – Università Cattolica del Sacro Cuore e pubblicato sulla prestigiosa rivista “Frontiers in Psychiatry”.
La ricerca è stata condotta dal Dottor Marco Di Nicola e coordinata dal Professor Luigi Janiri dell’Unita operativa Complessa del Gemelli e Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica e dimostra anche una relazione tra l’uso problematico di Internet ed un peggiore rendimento scolastico, oltre che alcuni tratti di personalità e caratteristiche psicologiche già associati al rischio di sviluppare disturbi psichici.
La ricerca ha coinvolto 996 ragazzi che frequentano le scuole superiori (240 maschi e 756 femmine, con un’età media di circa 16 anni) valutati mediante questionari specifici atti a indagarne le caratteristiche sociodemografiche, l’abitudine al fumo di sigaretta, l’uso di alcolici e di altre sostanze d’abuso, il rendimento scolastico e i comportamenti a rischio di dipendenza (uso di Internet, gioco d’azzardo, esercizio fisico).
“Il consumo frequente di alcolici e l’uso di sostanze sono risultati molto comuni nei maschi”, spiega il Dottor Di Nicola, “ma rispetto al passato le differenze di genere sono sempre meno evidenti, soprattutto per quanto riguarda i cannabinoidi ed il binge drinking (abbuffate alcoliche)”.
L’uso problematico di Internet è stato rilevato nel 22,1% dei giovani senza differenze tra maschi e femmine. “Tale fenomeno”, spiega l’esperto “è stato valutato con un’intervista e con test specifici che esplorano l’impatto dell’uso di Internet sulla quotidianità (scuola, lavoro, rapporti familiari e relazioni interpersonali, durata e qualità del sonno, etc.) e il grado di disagio che i giovani sperimentano quando non possono accedere al Web con le modalità desiderate. Si tratta di un comportamento altamente disadattivo (con ripercussioni significative sul funzionamento generale del soggetto) anche se non si può parlare ancora di una vera e propria “dipendenza”.
Inoltre, il 9,7% degli adolescenti valutati ha descritto delle modalità di gioco problematiche, con un elevato rischio di sviluppare una condizione di gioco d’azzardo patologico. I maschi riportano tale condotta più frequentemente delle femmine (29,9% vs. 3,7%).
E ancora, il 6,2% del campione ha riferito di praticare esercizio fisico in maniera eccessiva (in questo caso è stato valutato il grado di coinvolgimento in attività sportive, le ripercussioni negative sul funzionamento quotidiano e sulle relazioni interpersonali, oltre che sull’umore quando i soggetti non possono allenarsi come vorrebbero).
Le condotte di dipendenza studiate, sia da sostanze sia comportamentali, sono risultate associate ad una ridotta performance scolastica: più grave è la problematica del ragazzo, peggiore è il suo rendimento, sottolinea il Dottor Di Nicola.
Infine, tratti di personalità e caratteristiche psicologiche come l’incapacità di provare piacere, l’impulsività, la difficoltà a riconoscere e descrivere le proprie emozioni e la tendenza alla dissociazione, correlano con il rischio di comportamenti di dipendenza.
“Negli ultimi anni abbiamo assistito, tra i giovani italiani, all’abbassarsi dell’età del primo contatto con le sostanze d’abuso, all’aumento del poliabuso, di comportamenti quali il binge drinking e la drunkoressia (sottoporsi a restrizione alimentare prima di consumare alcolici, sia per limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso, sia per potenziare gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol), nonché dell’uso problematico di Internet e del gioco (prevalentemente online), con un incremento del rischio di sviluppare in età adulta dipendenze patologiche e disturbi psichici”, conclude il Professor Janiri.