lunedì 23 marzo 2020

LA PESTE, IL MOZZO E IL CAPITANO


"Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?"
"Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?"
"Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari".
"E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?"
"Non me lo perdonerei mai, anche se per me l'hanno inventata questa peste!"
"Può darsi, ma se così non fosse?"
"Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa".
"E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo".
"Mi prendete in giro?"
"Affatto... Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso".
"Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?"
"Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa".
"E di cosa vi privaste?"
"Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po' di primavera a terra. Ci fu un'epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un'abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.
Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l'uomo in salute.
Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all'alba. Un vecchio indiano mi aveva detto,anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l'ora delle preghiere, l'ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l'indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l'abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.
Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l'attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L' attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente.
Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell'equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando".
"Come andò a finire, Capitano?"
"Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto".
"Vi privarono anche della primavera, or dunque?"
"Sì, quell'anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più".

Dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung

mercoledì 18 marzo 2020

SCOUT E PANDEMIA


"Dedicato ai miei raazzi e amici scout"
 
"Vi ricordate quando eravate costretti a lavarvi con l'acqua fredda, a mangiare pasta scotta o mezza cruda e a volte mescolata a terriccio e foglie secche? Vi ricordate della pietra che puntualmente vi trovavate sotto la schiena nonostante aveste pulito il terreno sotto la tenda? Del cespuglio spinoso dietro il quale eravate costretti a fare pipì, perché la latrina era troppo lontana e al buio? Del fuoco la sera che arrostiva il viso mentre lungo la schiena scorrevano brividi di freddo? Vi ricordate come, nel silenzio della notte e nel buio di un bosco illuminato solo dalle stelle, sentivate la mancanza di casa pur sentendovi a casa dentro il sacco a pelo umido? E vi ricordate quante volte nei momenti di sconforto vi siete detti "chi me lo fa fare"? Poi tornati a casa, improvvisamente e misteriosamente, tutto questo veniva dimenticato e rimaneva solo il ricordo del profumo di erba bagnata e legna bruciata, di risate e fughe notturne dalla tenda per dividervi il bottino che noi capi non avevamo trovato nei vostri nascondigli, un pezzo di cioccolato o una merendina... e il sapore era sublime dopo giorni di cucina trappeur! 
Poi, ritornati a casa, nel tepore delle vostre camere, sprofondati nel materasso, ringraziavate Dio per aver ritrovato la vostra quotidianità fatta di comodità, di cibo buono, di chat sul telefonino, di tv e bagni puliti. Eppure sono certa che vi piaceva quella sensazione da eroi sopravvissuti: avevate affrontato le privazioni e la fatica e ne eravate usciti più forti e vincitori. Per un po' non ne volevate sapere di campi e strada, ma solo per un po'...
Bene, se vi ricordate tutto questo, forse ora potrete comprendere perché cerchiamo di educarvi all'essenzialità, alla rinuncia se pur momentanea di ciò a cui siate (siamo) assuefatti, compresi l'affetto e gli abbracci di chi lasciate a casa. Oggi forse sarete più forti di altri a superare questo momento così difficile, perché noi siamo quei "cretini in pantaloncini e calzettoni" che sanno adattarsi ai cambiamenti, che sanno affrontare le difficoltà sorridendo, che sanno cos'è il senso civico e la responsabilità. Noi siamo quelli che resisteranno un giorno in più del virus".

Silvia Brunini, dirigente scolastica e scout




lunedì 9 marzo 2020

LA GOCCIA D'ACQUA DEL PICCOLO COLIBRI'

Se ognuno fa del proprio meglio, 
piuttosto che farsi prendere 
dal panico ….

“Un giorno, nella foresta, scoppiò un grande incendio.
Tutti gli animali, di fronte all’avanzare delle fiamme, scappavano terrorizzati, mentre il fuoco distruggeva ogni cosa.
Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e molti altri animali cercavano rifugio nelle acque del grande fiume ma ormai l’incendio stava arrivando anche lì. 
Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume. Dopo aver preso nel becco una goccia d’acqua, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo.
Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento.
 Il colibrì, però, non si perse d’animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua che lasciava cadere sulle fiamme.
La cosa non passò inosservata.
A un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: “Cosa stai facendo?”. L’uccellino gli rispose: “Cerco di spegnere l’incendio!”.
Così piccolo, pretendi di fermare le fiamme?
Il leone si mise a ridere: “Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?”. Insieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. L’uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un’altra goccia d’acqua.
A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume. Dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco.
Anche un giovane pellicano si riempì il grande becco d’acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme.
Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d’animale si prodigarono insieme per spegnere l’incendio, che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. 
A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono ad aiutarli. Quando le ombre della sera calarono sulla savana, l’incendio potè dirsi ormai domato.
 Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti, ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio.”


 EMMANUEL CARRÈRE

venerdì 6 marzo 2020

NON ISOLATEVI. PROSSIMITÀ VUOL DIRE FELICITA'

“Giovane, dico a te, alzati!” è il titolo del Messaggio per la 35.ma Giornata mondiale della  gioventù che sarà celebrata a livello diocesano il 5 aprile prossimo, Domenica delle Palme. Francesco sprona ragazze e ragazzi a non estraniarsi dalla vita, ma a farne qualcosa di bello per il mondo e la Chiesa.

di Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

Lo schermo dello smartphone per filmare magari anche un dramma rimanendo al di qua senza coinvolgersi, una specie di sipario calato sul cuore. L’happy hour da godersi “tenendosi a distanza”, la vita “distratta” presa dal lato di chi guarda senza vedere. La ricetta della felicità per tanti giovani, che dentro però sanno di “morte”, per noia e per depressione, per scelte che rendono apatici. E dalla parte opposta il dinamismo del Vangelo, lo stile di Gesù che passa, guarda la gente, si commuove, si coinvolge, tocca, ama e sana.
Lo sguardo attento
Francesco scrive ai giovani per la Giornata mondiale della gioventù diocesana il primo di due messaggi che separano dal prossimo incontro internazionale di Lisbona 2022. Scrive ispirandosi alla Christus vivit, l’Esortazione pubblicata a suggello del Sinodo del 2018. E com’è nel suo stile quando si rivolge ai ragazzi, le parole passano con grande energia dall'individuare con schiettezza gli angoli bui e le trappole dell’esistenza a indicare la luce di chi, sentendosi amato da Cristo, cade e si rialza ma comunque non smette di amare. A dimostrazione il Papa analizza nei singoli gesti il comportamento che Gesù tiene nei riguardi della vedova di Nain, quando gli accade di incrociare la piccola folla che sta portando alla sepoltura l’unico figlio della donna. “Gesù – nota – ferma il corteo funebre. Si avvicina, si fa prossimo”. Ma prima ancora, si ferma a osservare la scena “con sguardo attento e non distratto”, scorge lo strazio della donna, ne ha pietà.
Mali di vivere
“E il mio sguardo, com’è? Guardo con occhi attenti, oppure come quando sfoglio velocemente le migliaia di foto nel mio cellulare o i profili social?”. Anche Francesco scruta atteggiamenti e stili di vita dei giovani, rilevando una tendenza in tanti “a lasciarsi vivere”, a stare da parte. “Intorno a noi, ma a volte anche dentro di noi – scrive – incontriamo realtà di morte: fisica, spirituale, emotiva, sociale. Ce ne accorgiamo o semplicemente ne subiamo le conseguenze? C’è qualcosa che possiamo fare per riportare vita?”. Ci sono giovani, dice, “morti perché hanno perso la speranza”, colpiti dalla depressione, “chi vivacchia nella superficialità”, chi si mette in pericolo “con esperienze estreme”, chi mendica qualche gratificazione spicciola, “chi pensa soltanto a fare soldi e a sistemarsi”, chi soffre per un fallimento personale. “A lungo andare – afferma – comparirà inevitabilmente un sordo malessere, un’apatia, una noia di vivere, via via sempre più angosciante”.
Il valore di farsi prossimi
Davanti a questi percorsi di morte interiore, Gesù indica strade di vita. Che passano, sostiene Francesco, per l’apertura agli altri, specie se in difficoltà. La commozione che Gesù prova nel vedere la vedova e suo figlio senza vita “lo rende partecipe della realtà dell’altro. Prende su di sé la miseria dell’altro. Il dolore di quella madre diventa il suo dolore. La morte di quel figlio diventa la sua morte”. Ecco la verità-paradosso che il Vangelo insegna e il Papa ripete ai giovani: “Se saprete piangere con chi piange, sarete davvero felici”. Se saprete farvi prossimi come prossimo si fa Cristo con la donna e il ragazzo del Vangelo, “che era morto per davvero” ed “è tornato in vita perché è stato guardato da Qualcuno che voleva che vivesse. Questo – assicura il Papa – può avvenire ancora oggi e ogni giorno”.
La parola che fa rinascere
La parola di Gesù supera le frasi motivazionali – il Papa le definisce “magiche” – che oggi, sottolinea, “vanno di moda e dovrebbero risolvere tutto: ‘Devi credere in te stesso’, ‘Devi trovare le risorse dentro di te’ (…) Ma tutte queste sono semplici parole e per chi è veramente ‘morto dentro’ non funzionano. La parola di Cristo è di un altro spessore, è infinitamente superiore. È una parola divina e creatrice, che sola - insiste - può riportare la vita dove questa si era spenta”. In un’epoca in cui spesso “c’è ‘connessione’ ma non comunicazione”, in cui ci sono “giovani isolati e ripiegati su mondi virtuali", Francesco ripete le parole di Gesù al ragazzo sul feretro: “Alzati!”. “È un invito – spiega – ad aprirsi a una realtà che va ben oltre il virtuale. Ciò non significa disprezzare la tecnologia, ma utilizzarla come un mezzo e non come un fine. “Alzati” significa anche “sogna”, “rischia”, “impegnati per cambiare il mondo”, riaccendi i tuoi desideri, contempla il cielo, le stelle, il mondo intorno a te”.
“Fatevi sentire”
“Se Gesù fosse stato uno che si fa gli affari suoi, il figlio della vedova non sarebbe risuscitato”, ricorda il Papa di aver sentito dire da un giovane. E conclude: “Quali sono le vostre passioni e i vostri sogni? Fateli emergere, e attraverso di essi proponete al mondo, alla Chiesa, ad altri giovani, qualcosa di bello nel campo spirituale, artistico, sociale. Vi ripeto nella mia lingua materna: hagan lìo! Fatevi sentire!”.



mercoledì 4 marzo 2020

CORONA VIRUS. LA GENTILEZZA CI SALVERA'

Covid-19:
 oltre le opportune  cautele
 e le molteplici isterie

di Davide Rondoni

C’ è un virus di cui tutti parlano e che segnalano come Covid-19. E ci sono le sue conseguenze, l’allarme, le cautele, persino le isterie. E però c’è un’altra cosa, e non ne parla nessuno. Una conseguenza quasi invisibile: come lui, il maledetto. Ma io l’ho vista. È la gentilezza. Anche lei, se così si può dire, una conseguenza del virus.
Appare e scompare rapida, in gesti quasi impercettibili. Una attenzione verso qualcuno che sta entrando, un sorriso cortese in più, una sfumatura di cura. Soprattutto verso quelli che sentiamo più esposti. Insomma, piccoli gesti o atteggiamenti che portano scritto addosso, come un tatuaggio invisibile, 'eh, ci tocca vivere questa situazione, almeno trattiamoci bene tra noi' o qualcosa del genere. E allora si tiene una porta aperta per chi sta uscendo dopo di noi, si bada un attimo se la signora anziana non ha difficoltà a scendere il gradino. Come se lo tsunami di senso di fragilità che ha investito il mondo avesse ridestato – insieme a molte cose più superficiali – anche qualcosa di profondo, di propriamente nostro e nascosto. Quella gentilezza che segnala come primo fiore tremante sul ramo di acerba primavera la nostra natura cosa sia. Orrore, sì, ma anche propensione all’aiuto reciproco. Un segno fragile ma incancellabile. Di sorriso all’essere dell’altro. Qualcosa di discreto, che se ne sta spesso e volentieri nascosto, che insomma ci sta depositato dentro come un segreto. Una specie di anima che viene ridestata – e a volte ci vogliono dei veri tsunami perché succeda. Ma quando accade, se si hanno gli occhi per vederla, per notarne le mosse rapide e semplici, è lo spettacolo più bello e meno scontato tra tutte le scene che si vedono in casi come questi. E di scene ne abbiamo viste in questi giorni! Ma da dove viene questa altra cosa, la gentilezza? Che tesoro è ? Da dove viene in giorni in cui per mille sacrosanti motivi si potrebbero aver ragioni invece d’esser solo arrabbiati e scontenti? Anche Dante se lo chiedeva, e imputava a Federico II, che pure era uomo intelligente e di gran potere e sfarzo da venir chiamato 'meraviglia del mondo', di non averla difesa nell’Impero. Come dire: anche la politica ha una responsabilità nel favorire o meno la gentilezza.
Dante come altri poeti prima e dopo di lui, sapeva che la fonte della vera gentilezza non sta nel censo o nel sangue. Ovvero la gentilezza non viene dalla ricchezza o dal lignaggio. Non sono i soldi e la posizione una garanzia di gentilezza. Lo vediamo bene, non è proprio detto per nulla che i signori sian più gentili del popolino, né che gli appartenenti agli strati cosiddetti alti della società e della cultura siano più gentili degli incolti e dei poveracci. La gentilezza, aveva capito Dante, viene da una disposizione interiore, da qualcosa che è naturale in noi ma se non lo coltivi diminuisce, si sclerotizza, muore. Quei poeti sapevano che la gentilezza coincide con un vivo senso del destino, cioè si è gentili quando ami e tratti bene qualcosa o qualcuno che non è tuo. Come quando guardi tuo figlio e tremi, vedi scritto in modo invisibile sul suo viso: non è tuo, è del Destino. E anche sul viso della donna o dell’uomo che ami. E mai è tuo possesso. Così quando succedono certi fatti è come se quella scritta ce la vedessimo addosso un po’ tutti. Quando il Destino fa un segno, allora in chi ce l’ha dentro coltivata la gentilezza emerge.
Sono sicuro che ce n’è in tutti. O quasi. C’è da tremare a pensare che secoli di cultura, di formazione religiosa, spirituale potrebbero non aver lasciato almeno un grano di tale dote. O che magari se ne abbia ancora qualche traccia senza sapere però bene cosa sia né da dove venga questa cosa bella che illumina i giorni dell’ansia. Intanto però lei, la gentilezza un po’ nascosta, si mostra in queste ore e in popolazioni che di solito vengono dipinte come rudi e un po’ rapaci. Una gentilezza che ha accenti diversi ma occhi simili.
C’è una gentilezza veneta, una lombarda e una emiliano-romagnola. Si potrebbe dire che insegue e fronteggia il virus, e quelle conseguenze peggiori. Opponendosi lei, che sembra invisibile tra tutte le news e le analisi, alla possibile disgregazione del Paese. La gentilezza italiana salverà l’Italia, i poeti lo han sempre saputo. Ma ora va detto forte.