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martedì 12 luglio 2022

OCCHI GRANDI PER UNA NUOVA EUROPA

 In un messaggio ai partecipanti alla EU Youth Conference, Conferenza dei giovani dell'UE, che si apre oggi a Praga, Francesco li esorta ad essere generativi nelle idee e nell’amore, a scrutare nell’altro le sue ricchezze, a guardare alla Verità. Nel cuore del Papa anche la “guerra assurda” che si combatte in Ucraina. "Come al solito, pochi potenti -scrive - decidono e mandano migliaia di giovani a combattere e morire. In casi come questo è legittimo ribellarsi!"

 

-        -  di Benedetta Capelli -

E’ pieno di fiducia e speranza il messaggio che Papa Francesco rivolge ai tanti giovani riuniti da oggi fino al 13 luglio a Praga per la EU Youth Conference, l’iniziativa promossa dalla presidenza ceca dell'Unione Europea che intende mettere in contatto i ragazzi con chi è chiamato a decidere e promuovere allo stesso tempo un impegno comune per un'Europa sostenibile e inclusiva.

L’invito del Papa è chiaro: trasformare il “vecchio continente” in un “nuovo continente”. Un passaggio non semplice ma i ragazzi, scrive Francesco, hanno “buone carte da giocare”.

Siete giovani attenti, meno ideologizzati, abituati a studiare in altri Paesi europei, aperti a esperienze di volontariato, sensibili ai temi dell’ambiente. Per questo sento che c’è speranza.

Fate sentire la vostra voce

Capaci di dare un volto nuovo all’Europa ma anche capaci di guardare oltre. Il Papa si sofferma sull’etimologia ancora poco chiara della parola “Europa” e rilancia l’espressione suggestiva di “eurús op”, cioè “occhio grande”, “ampio sguardo”. Guardando al Patto Educativo Globale, iniziativa lanciata nel 2019, per un’alleanza tra educatori e nuove generazioni, Francesco invita a far sentire la propria voce.

Se non vi ascoltano, gridate ancora più forte, fate rumore, avete tutto il diritto di dire la vostra su ciò che riguarda il vostro futuro. Vi incoraggio ad essere intraprendenti, creativi e critici.

L’altro, una ricchezza

Da qui il Papa disegna un cammino che ha come prima tappa quella di “aprirsi all’accoglienza”, all’inclusione perché l’altro è sempre una ricchezza.

Fa bene avere “occhi grandi” per aprirsi agli altri. Nessuna discriminazione contro nessuno, per nessuna ragione. Essere solidali con tutti, non solo con chi mi assomiglia, o mostra un’immagine di successo, ma con coloro che soffrono, qualunque sia la nazionalità e la condizione sociale.

La vostra ambizione, sottolinea Francesco, non sia di “entrare negli ambienti formativi d’élite” ma in esperienze che educhino alla crescita della persona, al bene comune. “Saranno – scrive - queste esperienze solidali che cambieranno il mondo, non quelle esclusive (ed escludenti) delle scuole d’élite. Eccellenza sì, ma per tutti, non solo per qualcuno”. Poi l’invito a leggere la Fratelli tutti, per crescere “in fraternità”, e il

Concreti nella difesa della Casa comune

L’altra proposta del Papa riguarda la cura per la casa comune ma in tal senso elogia la concretezza dei giovani, “per questo – scrive - dico che questa volta può essere la volta buona”. Francesco ricorda la necessità di “ridurre il consumo non solo di carburanti fossili ma anche di tante cose superflue” e “in certe aree del mondo, è opportuno consumare meno carne”. Invita pertanto a leggere la Laudato si’ per impegnarsi a favore di un’ecologia integrale.

Non lasciatevi sedurre dalle sirene che propongono una vita di lusso riservata a una piccola fetta del mondo: possiate avere “occhi grandi” per vedere tutto il resto dell’umanità, che non si riduce alla piccola Europa; aspirare a una vita dignitosa e sobria, senza il lusso e lo spreco, perché tutti possano abitare il mondo con dignità.

Ucraina, la guerra assurda

Parlando di Europa, il Papa fa riferimento all’Ucraina dove “si combatte una guerra assurda”, rilancia il concetto di fraternità sottolineando che l’Europa unita è sorta da un forte anelito di pace. “Se il mondo fosse governato dai giovani, – si legge nel messaggio - non ci sarebbero tante guerre: coloro che hanno tutta la vita davanti non la vogliono spezzare e buttare via ma la vogliono vivere in pienezza”.

 Ora dobbiamo impegnarci tutti a mettere fine a questo scempio della guerra, dove, come al solito, pochi potenti decidono e mandano migliaia di giovani a combattere e morire. In casi come questo è legittimo ribellarsi!

Porta poi gli esempi di due giovani “dagli occhi grandi”: Franz Jägerstätter, che Benedetto XVI ha proclamato beato, era un giovane contadino austriaco che, a motivo della sua fede cattolica, fece obiezione di coscienza di fronte all’ingiunzione di giurare fedeltà a Hitler e di andare in guerra. Morì per questo. Stessa sorte toccata a Dietrich Bonhoeffer, giovane teologo luterano tedesco, antinazista.

Cercare la Verità

Infine, Francesco ricorda che “dopo la conoscenza di sé stessi, degli altri e del creato, finalmente la conoscenza del principio e del fine di tutto”, esorta a ricercare il senso della vita, guardando in alta, all’origine e alla fine, “perché non si vive se non si cerca la Verità”. Da qui l’invito a camminare “con i piedi ben piantati sulla terra, ma con sguardo ampio, aperto all’orizzonte, al cielo”, grazie anche alla lettura della Christus vivit e dopo averli invitati alla prossima Gmg di Lisbona.

E voglio concludere con un augurio: che siate giovani generativi, capaci di generare nuove idee, nuove visioni del mondo, dell'economia, della politica, della convivenza sociale; ma non solo nuove idee, soprattutto nuove strade, da percorrere insieme. E che possiate essere generosi anche nel generare nuove vite, sempre e solo per amore! Amore al vostro sposo e alla vostra sposa, amore alla famiglia, amore ai vostri figli, e anche amore all’Europa, perché sia per tutti terra di pace, di libertà e di dignità.

 Vatican News

MESSAGGIO DEL PAPA AI GIOVANI



 

 

venerdì 6 marzo 2020

NON ISOLATEVI. PROSSIMITÀ VUOL DIRE FELICITA'

“Giovane, dico a te, alzati!” è il titolo del Messaggio per la 35.ma Giornata mondiale della  gioventù che sarà celebrata a livello diocesano il 5 aprile prossimo, Domenica delle Palme. Francesco sprona ragazze e ragazzi a non estraniarsi dalla vita, ma a farne qualcosa di bello per il mondo e la Chiesa.

di Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

Lo schermo dello smartphone per filmare magari anche un dramma rimanendo al di qua senza coinvolgersi, una specie di sipario calato sul cuore. L’happy hour da godersi “tenendosi a distanza”, la vita “distratta” presa dal lato di chi guarda senza vedere. La ricetta della felicità per tanti giovani, che dentro però sanno di “morte”, per noia e per depressione, per scelte che rendono apatici. E dalla parte opposta il dinamismo del Vangelo, lo stile di Gesù che passa, guarda la gente, si commuove, si coinvolge, tocca, ama e sana.
Lo sguardo attento
Francesco scrive ai giovani per la Giornata mondiale della gioventù diocesana il primo di due messaggi che separano dal prossimo incontro internazionale di Lisbona 2022. Scrive ispirandosi alla Christus vivit, l’Esortazione pubblicata a suggello del Sinodo del 2018. E com’è nel suo stile quando si rivolge ai ragazzi, le parole passano con grande energia dall'individuare con schiettezza gli angoli bui e le trappole dell’esistenza a indicare la luce di chi, sentendosi amato da Cristo, cade e si rialza ma comunque non smette di amare. A dimostrazione il Papa analizza nei singoli gesti il comportamento che Gesù tiene nei riguardi della vedova di Nain, quando gli accade di incrociare la piccola folla che sta portando alla sepoltura l’unico figlio della donna. “Gesù – nota – ferma il corteo funebre. Si avvicina, si fa prossimo”. Ma prima ancora, si ferma a osservare la scena “con sguardo attento e non distratto”, scorge lo strazio della donna, ne ha pietà.
Mali di vivere
“E il mio sguardo, com’è? Guardo con occhi attenti, oppure come quando sfoglio velocemente le migliaia di foto nel mio cellulare o i profili social?”. Anche Francesco scruta atteggiamenti e stili di vita dei giovani, rilevando una tendenza in tanti “a lasciarsi vivere”, a stare da parte. “Intorno a noi, ma a volte anche dentro di noi – scrive – incontriamo realtà di morte: fisica, spirituale, emotiva, sociale. Ce ne accorgiamo o semplicemente ne subiamo le conseguenze? C’è qualcosa che possiamo fare per riportare vita?”. Ci sono giovani, dice, “morti perché hanno perso la speranza”, colpiti dalla depressione, “chi vivacchia nella superficialità”, chi si mette in pericolo “con esperienze estreme”, chi mendica qualche gratificazione spicciola, “chi pensa soltanto a fare soldi e a sistemarsi”, chi soffre per un fallimento personale. “A lungo andare – afferma – comparirà inevitabilmente un sordo malessere, un’apatia, una noia di vivere, via via sempre più angosciante”.
Il valore di farsi prossimi
Davanti a questi percorsi di morte interiore, Gesù indica strade di vita. Che passano, sostiene Francesco, per l’apertura agli altri, specie se in difficoltà. La commozione che Gesù prova nel vedere la vedova e suo figlio senza vita “lo rende partecipe della realtà dell’altro. Prende su di sé la miseria dell’altro. Il dolore di quella madre diventa il suo dolore. La morte di quel figlio diventa la sua morte”. Ecco la verità-paradosso che il Vangelo insegna e il Papa ripete ai giovani: “Se saprete piangere con chi piange, sarete davvero felici”. Se saprete farvi prossimi come prossimo si fa Cristo con la donna e il ragazzo del Vangelo, “che era morto per davvero” ed “è tornato in vita perché è stato guardato da Qualcuno che voleva che vivesse. Questo – assicura il Papa – può avvenire ancora oggi e ogni giorno”.
La parola che fa rinascere
La parola di Gesù supera le frasi motivazionali – il Papa le definisce “magiche” – che oggi, sottolinea, “vanno di moda e dovrebbero risolvere tutto: ‘Devi credere in te stesso’, ‘Devi trovare le risorse dentro di te’ (…) Ma tutte queste sono semplici parole e per chi è veramente ‘morto dentro’ non funzionano. La parola di Cristo è di un altro spessore, è infinitamente superiore. È una parola divina e creatrice, che sola - insiste - può riportare la vita dove questa si era spenta”. In un’epoca in cui spesso “c’è ‘connessione’ ma non comunicazione”, in cui ci sono “giovani isolati e ripiegati su mondi virtuali", Francesco ripete le parole di Gesù al ragazzo sul feretro: “Alzati!”. “È un invito – spiega – ad aprirsi a una realtà che va ben oltre il virtuale. Ciò non significa disprezzare la tecnologia, ma utilizzarla come un mezzo e non come un fine. “Alzati” significa anche “sogna”, “rischia”, “impegnati per cambiare il mondo”, riaccendi i tuoi desideri, contempla il cielo, le stelle, il mondo intorno a te”.
“Fatevi sentire”
“Se Gesù fosse stato uno che si fa gli affari suoi, il figlio della vedova non sarebbe risuscitato”, ricorda il Papa di aver sentito dire da un giovane. E conclude: “Quali sono le vostre passioni e i vostri sogni? Fateli emergere, e attraverso di essi proponete al mondo, alla Chiesa, ad altri giovani, qualcosa di bello nel campo spirituale, artistico, sociale. Vi ripeto nella mia lingua materna: hagan lìo! Fatevi sentire!”.



domenica 14 aprile 2019

POPULISMO. UNA PAROLA CHE DIVIDE

Il termine nasce a fine Ottocento ma non è legato a un concetto bene definito. 
Federico Finchelstein propone un legame con il Fascismo ma non convince.
Lo storico argentino cerca le esperienze comuni tra le esperienze populiste passate e recenti, arrivando a definire il fenomeno «democrazia autoritaria» e «teologia politica» Gli strumenti concettuali appaiono labili e i confini così ampi da divenire evanescenti

di DAMIANO PALANO

«Dove i concetti mancano, ecco che al punto giusto compare una parola », diceva Mefistofele nel Faust.
E qualcosa del genere è accaduto probabilmente per la parola “populismo”: un vocabolo nato sul finire dell’Ottocento negli Stati Uniti, ma a lungo rimasto circoscritto a un ambito piuttosto limitato, prima di conoscere una straordinaria fortuna nell’ultimo quarto di secolo. A dispetto di un utilizzo quantomeno inflazionato, al termine non è però legato un concetto chiaramente definito. E anche per questo il dibattito condotto dagli studiosi su cosa sia davvero il “populismo” – se si tratti cioè di un’ideologia, di una mentalità, di uno stile retorico, di una modalità organizzativa, o altro – è ben lontano dall’aver raggiunto una conclusione. E ovviamente la discussione è diventata ancora più accesa dopo la conquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump, da molti considerato il portabandiera del nuovo “populismo globale”.
Il libro di Federico Finchelstein Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale si inserisce proprio in questo dibattito. In particolare, il lavoro dello storico argentino – da quasi un ventennio trasferitosi negli Stati Uniti – nasce dall’insoddisfazione nei confronti della gran parte della riflessione recente, accusata di due limiti: per un verso dalla convinzione che il populismo sia un fenomeno nuovo, innescato soprattutto dalla vittoria di Trump; per l’altro, dall’assenza di riferimenti ai precedenti storici del populismo, e in particolare al regime di Juan Domingo Perón in Argentina. Al contrario, sostiene Finchelstein, è indispensabile riconoscere gli elementi comuni tra le esperienze populiste del passato e quelle più recenti. E soprattutto è necessario comprendere il fenomeno con la prospettiva di una «storia globale». A dispetto di queste premesse, senz’altro condivisibili, il quadro che lo studioso dipinge finisce però col ricorrere a categorie interpretative piuttosto evanescenti.
La tesi di fondo è che esista una stretta parentela tra fascismo e populismo: quest’ultimo sarebbe in sostanza una «democrazia autoritaria », oltre che un movimento – né di destra né di sinistra – «portatore di una concezione intollerante della democrazia, in cui il dissenso è ammesso ma viene dipinto come privo di qualsiasi legittimazione«. Dopo il 1945, il populismo avrebbe riformulato gli obiettivi del fascismo adattandoli a un contesto democratico, senza però perdere il carattere autoritario. Pur riconoscendo la variabilità delle forme in cui il fenomeno si è presentato, Finchelstein propone un’articolata griglia definitoria, che considera il populismo, fra l’altro, come «una forma estrema di religione politica», «una visione apocalittica della politica», «una teologia politica fondata da un leader del popolo che ha tratti messianici e carismatici», «una concezione omogenea del popolo». Ma già da questa definizione emerge il limite di un notevole lassismo concettuale.
Desta senz’altro qualche perplessità il fatto che Finchelstein definisca l’ideologia fascista come «parte di una più vasta reazione intellettuale all’Illuminismo » e come una «reazione alle rivoluzioni progressiste del lungoXIX secolo». In questo modo si fornisce una visione monolitica del fascismo, trascurandone l’infatuazione per il progresso, le ambizioni di radicale modernizzazione della società, gli elementi di affinità con il socialismo. Qualche ulteriore perplessità è sollevata dalla stessa categoria di «fascismo globale», che riconduce a un’unica matrice ideologica regimi e movimenti in realtà piuttosto eterogenei. Ma problemi ancora più evidenti emergono quando lo storico passa a considerare il populismo. Contestando i tentativi di ridurre i fenomeni a ideal-tipi costruiti astrattamente, Finchelstein ritiene si debba cominciare dalla storia, e cioè dai caratteri delle esperienze populiste, a partire dal primo caso di regime populista, individuato nel peronismo argentino. In altre parole, a suo avviso non si deve tentare di definire teoricamente il concetto di populismo. Si devono invece registrare gli elementi principali dei regimi e dei movimenti populisti emersi nella storia. E proprio dall’osservazione di tali casi risulterebbe una straordinaria affinità – che non è però un’identità – tra populismo e fascismo. Ma, se il peronismo rappresentò davvero una riformulazione di alcune componenti del fascismo, simili legami risultano quantomeno più deboli per molti di quei leader che Finchelstein annovera nella famiglia populista, come – per fare solo alcuni nomi – Carlos Menem, Alberto Fujimori e Silvio Berlusconi. Le difficoltà non sono comunque solo queste. Il populismo viene dipinto infatti in modo impressionistico, al tempo stesso, come un’ideologia, un tipo di regime politico, uno stile, una visione del mondo e molto altro. I confini del populismo diventano così davvero molto evanescenti. Fra l’altro, Finchelstein sembra inconsapevole del fatto che il peronismo venne definito “populismo” solo a posteriori, che quella categoria è il risultato di una rielaborazione compiuta dalle scienze sociali, e che, più in generale, non esistono testi fondativi della visione del mondo populista: e proprio queste circostanze rendono quantomeno problematico definire il populismo come un’ideologia, al pari di quella fascista e socialista. Ma altrettanto critica è la definizione del populismo come “democrazia autoritaria”, soprattutto perché non viene chiarito quali sarebbero gli elementi “empiricamente osservabili” tali da rendere “autoritaria” una democrazia (senza al tempo stesso trasformarla in un regime non competitivo e dunque non democratico). Il rompicapo diventa così davvero insolubile. E la parola “populismo” rischia di diventare una sorta di passepartout che promette di spalancare tutte le porte, ma che non ne apre davvero nessuna.


Federico Finchelstein - Dai fascismi ai populismi - Storia, politica e demagogia nel mondo attuale
Donzelli. Pagine 278. Euro 28 ,00