martedì 29 maggio 2018

SOLIDARIETA' AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA


COMUNICATO
                              
A tutti gli Adulti Scout,  A tutti i Magister,  Al Consiglio Nazionale,  
Al Comitato Esecutivo, Agli Assistenti Ecclesiastici
A tutte le nostre reti. 

Il Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (M.A.S.C.I.) esprime profondo disagio per gli scomposti attacchi levatisi nelle ultime ore, nei confronti della Presidenza della Repubblica. 

Il dibattito politico non ha tenuto conto dei rischi di riflesso e di risonanza violenta nei social media, nei quali si è giunto a disgustosi e inaccettabili atti di vilipendio contro la persona del Presidente Sergio Mattarella, al quale rinnoviamo la nostra vicinanza e solidarietà. 

Lo spettacolo di queste ultime ore, a seguito del fallimento dell’ennesimo tentativo di composizione della crisi, apre scenari pericolosi per la tenuta delle nostre Istituzioni democratiche.

Riteniamo indispensabile che tutte le forze politiche recuperino la serenità di giudizio e la consapevolezza delle ricadute anche educative di ogni proprio atto e comportamento, e che il perseguimento degli interessi di parte, anche nella prospettiva di un nuovo confronto elettorale, sia sempre contemperato da una esigente visione del bene comune.

 Roma, 28 Maggio 2018 

 IL SEGRETARIO NAZIONALE         LA PRESIDENTE NAZIONALE      L’ASSISTENTE NAZIONALE                             
Luigi Cioffi                                     Sonia Mondin                         Don Guido Lucchiari  



   

Sede Nazionale 
Via V. Picardi, 6 - 00197 - Roma

giovedì 24 maggio 2018

GIOVANI VOLONTARI, UNA RISORSA PER LA SOCIETA'

L’ALTRUISMO 
 DEI       «MILLENNIALS» 

OLTRE I PREGIUDIZI

Il volontariato dei giovani liquidi 
ma aperti al dono

Il mondo del volontariato rappresenta ancora oggi uno dei volti più vivi e dinamici della società civile italiana.
La galassia composita di associazioni, cooperative sociali, comitati, fondazioni ed enti religiosi dove ogni giorno centinaia di migliaia di cittadini prestano gratuitamente la loro opera ha fatto da argine all’onda d’urto della crisi dell’ultimo decennio, contribuendo a mantenere la coesione in un contesto di forte crescita dei problemi e delle tensioni sociali. Ma le attuali generazioni di giovani che spazio occupano in questa galassia? Per i Millennials il volontariato è ancora un valore? Se lo è, quanto e in che modo è praticato? Spesso gli adulti liquidano queste domande con discorsi preconfezionati e generalizzati sull’indifferenza dei giovani per le questioni riguardanti il bene comune, la loro superficialità e irresponsabilità, la loro tendenza a isolarsi nei luoghi del consumo, la loro mancanza di determinazione e impegno anche per quanto riguarda la sfera del sociale. In realtà le indagini multiscopo dell’Istat sulla vita quotidiana degli italiani mostrano come i livelli di partecipazione dei giovani under 30 siano aumentati tra il 1995 e il 2015 e non siano particolarmente differenti da quelli delle coorti più anziane.
I dati del Rapporto giovani, l’indagine periodica svolta dall’Istituto Toniolo, confermano che il volontariato è una realtà tenuta in grande considerazione anche dai Millennials. Nel 2017 è tra le uniche istituzioni, insieme alla ricerca scientifica e agli ospedali, ad avere raggiunto la sufficienza nella scala della fiducia. A breve distanza, ma già ampiamente sotto la soglia della sufficienza, si collocano le piccole imprese, le forze dell’ordine, le scuole e l’università, istituzioni percepite come più vicine alla vita quotidiana e ai bisogni delle persone, a differenza di istituzioni politiche, sindacati e banche che sono agli ultimi posti. Passando dall’attribuzione di valore all’impegno sul campo i dati più recenti mostrano un’evoluzione della partecipazione da parte dei 18-30enni ad attività di volontariato tra luci e ombre. La buona notizia è che diminuisce drasticamente la quota di giovani che non hanno mai fatto esperienze di volontariato, dal 64,8% del 2013 al 55,2% del 2017. Cresce anche la percentuale di chi ha avuto esperienze di volontariato in passato (21,6% nella prima rilevazione e 34,6% nell’ultima). C’è quindi una maggiore familiarità e contiguità dei giovani con questo tipo di attività. Tuttavia diminuiscono anche quelli che hanno dichiarato di essere impegnati al momento dell’intervista: erano il 13,6% nel 2013 e sono diventati il 10,2% nel 2017. Di questi ultimi sono più i giovani attivi saltuariamente (5,5%) rispetto a quelli coinvolti in modo continuativo (4 ,8 %).
L e esperienze di volontariato sono dunque più comuni oggi tra i giovani ma, al tempo stesso, si fanno più discontinue e occasionali: una fluidità della partecipazione che, da un lato, risente dell’andamento non lineare dei percorsi scolastico-lavorativi e della maggiore mobilità dei giovani. Dall’altro lato, questi comportamenti riflettono un approccio diverso, più centrato sul valore in sé del dono, sulla dimensione relazionale dello scambio, sul riscontro tangibile e immediato del proprio impegno. L’appartenenza a un’organizzazione e il senso del dovere non sono leve motivazionali sufficienti per mobilitare l’impegno e da sole non ne garantiscono la continuità. Almeno nel volontariato sono i giovani a non ambire a un 'posto fisso' in un’organizzazione ma a seguire e cercare opportunità maggiormente gratificanti, ingaggianti e significative.
I dati raccolti dal «Rapporto giovani» permettono anche di gettare una luce sul modo attraverso il quale famiglia e scuola contribuiscono o meno a indirizzare i giovani verso il volontariato.
In primo luogo mostrano come la famiglia, mediando tra la persona e il contesto socioculturale, gioca un ruolo importante nella formazione di un atteggiamento prosociale e nel favorire il primo ingresso in circuiti sociali di impegno e partecipazione. Al di là dell’appartenenza di classe sociale e del background familiare, è la qualità delle relazioni familiari che può fare la differenza. Là dove la famiglia promuove un clima positivo, connotato da supporto e apertura, si generano più frequentemente tra i suoi membri comportamenti solidali che possono essere trasferiti nel contesto esterno; viceversa, dove prevalgono genitori intrusivi e la famiglia viene percepita come una prigione, o come uno spazio neutro di coabitazione di individui, allora la spinta propulsiva verso il sociale perde di slancio e intensità.
A nche la scuola esercita un’influenza tangibile sulle chance dei giovani di vivere esperienze di volontariato.
Sempre secondo i dati del Toniolo, i giovani tra 18 e 33 anni che nel 2016 non hanno mai svolto volontariato sono il 69% di quelli con licenza media e il 68,3% dei qualificati. La percentuale scende al 58,7% tra coloro che hanno concluso gli studi con il diploma di scuola superiore e al 48,2% nei laureati. Anche tra coloro che attualmente svolgono esperienze di volontariato in modo continuativo sono di più i laureati (5,9%) e i diplomati (5,2%) dei giovani con licenza media (4,2%) e di quelli con qualifiche professionali (2,5%).
Se è un fatto che la famiglia e la scuola rappresentano, insieme al gruppo dei pari, i contesti relazionali primari all’interno dei quali i giovani maturano atteggiamenti prosociali ed entrano in contatto con realtà ed esperienze di volontariato questo non significa che non si possano e non si debbano incentivare altri canali di accesso e di coinvolgimento. Il rischio altrimenti è che si perpetui anche in questo ambito un meccanismo di iniquità che fa sì che abbiano accesso a mondi vitali arricchenti e umanizzanti soprattutto coloro che sono nati in contesti che dispongono di una forte dotazione di capitale sociale e culturale. Diventano allora importanti tutte quelle esperienze e occasioni che, a partire dalle associazioni e dalle realtà del terzo settore, gettano dei ponti e accettano la sfida di attivare e coinvolgere nuovi giovani a prescindere dalle loro esperienze e appartenenze pregresse.
Un esempio virtuoso, da questo punto di vista, è il servizio civile nazionale: un’attività istituzionalmente promossa dallo Stato e dalle Regioni rivolta ai giovani, temporanea, mirante a promuovere in svariati modi l’impegno sociale a favore di cerchie differenti di beneficiari a fronte di un corrispettivo economico. Ogni anno decine di migliaia di giovani, molti dei quali senza esperienze pregresse di volontariato, scelgono di aderire ai progetti proposti da enti pubblici e privati nei più disparati ambiti di servizio: dalla cultura all’assistenza, alla tutela dell’ambiente all’educazione. I n una delle ultime rilevazioni del rapporto è stato chiesto ai giovani cosa ne pensassero del nuovo servizio civile universale, istituto che subentrerà a quello attuale ampliando gli ambiti di intervento e le possibilità di coinvolgimento.
Sebbene sia stato appurato che i giovani conoscono poco il servizio civile universale, ne emerge una rappresentazione coerente con le ricerche sinora condotte riguardanti il servizio civile nazionale: il 95% lo ritiene uno strumento molto o abbastanza importante per esprimere i valori della solidarietà, il 90% ritiene che aiuti a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità, una percentuale analoga ritiene che sia utile per arricchire conoscenze e competenze utili per la vita sociale e lavorativa. L’esempio positivo del servizio civile consente di mettere in luce alcune caratteristiche vincenti per qualsiasi iniziativa volta a coinvolgere i giovani in attività prosociali: l’esistenza di una progettualità mirata all’inserimento dei nuovi arrivati nel contesto preesistente, la presenza di figure di riferimento che dedicano tempo all’accompagnamento dei giovani, la durata temporanea, l’attivazione di dispositivi e metodologie di formazione mirati. La presenza di giovani volontari in determinate associazioni, cooperative, parrocchie non è frutto del caso ma della capacità e dell’impegno profuso dalle stesse nel fare spazio al proprio interno ai giovani, ed è un’importante cartina al tornasole della capacità di queste organizzazioni di essere attori generativi.
*Professore di Sociologia della Famiglia e dell’Infanzia Università Cattolica, Brescia
da www.Avvenire.it

giovedì 17 maggio 2018

I GIOVANI SECONDO PAPA FRANCESCO


Sognatori, vivi, coraggiosi 
Dieci proposte formative per le nuove generazioni ispirate agli insegnamenti del Santo Padre e al suo stile nelle relazioni dirette con la gioventù di tutto il mondo. 
Un percorso educativo fondato sulla fiducia
Lo sguardo di Francesco sui giovani, come del resto nei confronti di ogni realtà, è sempre uno sguardo positivo che rifugge da qualunque tentativo di giudizio categorizzante, perché fondato sul desiderio e sulla possibilità di fidarsi di loro, puntando al cuore più che ai comportamenti esteriori. La conoscenza nasce innanzitutto dall’incontro e si tratta sempre di un incontro umano e umanizzante.
Da esperto nella «cultura dell’incontro» egli comunica ai giovani un messaggio chiave che sollecita a creare ponti, a tessere relazioni, a chiedere all’altro con delicatezza disponibilità e apertura a dialogare, a entrare in sintonia e in confidenza reciproca. E lui i giovani li conosce con il cuore, trovando con immediatezza una consonanza reciproca, aprendosi all’altro con confidenza («Vi farò una confidenza...», «Voglio parlarvi da persona a persona...»), stimolando la capacità di porsi domande e, nello stesso tempo, tentando di rispondere a esse con semplicità, con un linguaggio diretto e chiaro. Ci chiediamo: come li conosce? Con quali coordinate concettuali egli legge e interpreta la condizione giovanile? La sua conoscenza non si può ricondurre a una mera rassegna di analisi sociologiche, che seppure necessarie tuttavia potrebbero indurre alla creazione di stereotipi o visioni pregiudiziali con cui si corre il rischio di incasellare i comportamenti dei giovani, perdendo di vista l’essenziale e cadendo vittime della semplificazione di una realtà che si presenta sempre complessa e articolata. Non si tratta evidentemente di una conoscenza di carattere puramente scientifico, pur presupponendola, né di una conoscenza basata su standard preconfezionati. La sua attenzione è orientata da una profonda – e soprattutto «esperienziale» – conoscenza delle generazioni giovanili che promana dall’ascolto, un ascolto sincero e rispettoso, non giudicante e accogliente. E ciò è dovuto principalmente a una naturale sintonia, malgrado la sua età, con le problematiche e i bisogni dei giovani, oltre che da una sua particolare sensibilità alla loro richiesta di aiuto e di vicinanza. Papa Francesco non ha assolutamente la pretesa di interpretare, né di analizzare, quasi al microscopio, la complessa situazione giovanile, ma – come ha affermato in diverse circostanze – preferisce sentire con il battito del loro cuore e il ritmo della loro mente. Il suo accostarsi al mondo dei giovani si fonda su un atteggiamento veramente empatico che gli consente di entrare in dialogo, «mettendosi accanto» con una prossimità tale da essere percepita chiaramente dai giovani che avvicina. Ed è proprio su tale prossimità che egli, fin da quando era incaricato della formazione dei giovani gesuiti in Argentina, ha puntato in un’ottica formativa, nella convinzione che l’essere vicino alle persone povere forma il cuore del sacerdote.
Per comprendere a fondo la realtà – è questa la sua convinzione – occorre muoversi dalla posizione centrale di calma e di pace verso le aree periferiche, senza cadere nella tentazione di «addomesticare le frontiere» portandole verso di noi per verniciarle un po’ e addomesticarle. (...) Cosa chiede papa Francesco ai giovani? Le direzioni dell’educare, le proposte e gli appelli che rivolge ai giovani sono molteplici, tuttavia si possono sintetizzare in alcuni elementi essenziali, che trovano il loro significato più profondo nel contesto del dialogo in cui prende forma una relazione educativa di crescita reciproca. E ciò è possibile soprattutto attraverso l’accompagnamento personale dei processi di crescita, fondato sull’arte di ascoltare che introduce gradualmente le persone alla piena appropriazione del mistero. Parafrasando alcune delle espressioni tipiche presenti nei discorsi rivolti ai giovani,vorrei far emergere alcuni tratti di un percorso educativo e pastorale che potrebbero costituire una pista per l’elaborazione di una proposta formativa.
1. Diventare artigiani di futuro. Ai giovani scoraggiati perché la società non sa regalare loro un futuro papa Francesco chiede di divenire essi stessi artigiani del futuro, di rendersi protagonisti del loro cammino, proprio perché al di là del bisogno immediato di lavoro e di realizzazione personale essi sono assetati di verità, ricercatori di bellezza, appassionati della vita. (...) 
2. Essere capaci di sognare. È una capacità che deve contraddistinguere i giovani: «Nell’obiettività della vita deve entrare la capacità di sognare. E un giovane che non è capace di sognare è recintato in se stesso, è chiuso in se stesso». (...) 
3. Mettersi in gioco puntando su grandi ideali. Consapevole delle difficoltà attuali in ordine a tali obiettivi, che inducono i giovani ad avere paura di progettare a lungo termine, il Papa sollecita: «Non lasciatevi rubare il desiderio di costruire nella vostra vita cose grandi e solide! È questo che vi porta avanti. Non accontentatevi di piccole mete!». (...) 4. Ricostruire una nuova fiducia nella vita. Ai giovani di Torino ricorda le parole del beato Pier Giorgio Frassati, un giovane come loro: «Vivere, non vivacchiare! Vivere!». E li incoraggia a «fare cose costruttive, anche se piccole, ma che ci riuniscano, ci uniscano tra noi, con i nostri ideali: questo è il migliore antidoto contro questa sfiducia nella vita, contro questa cultura che ci offre soltanto il piacere: passarsela bene, avere i soldi e non pensare ad altre cose».
(...) 5. Trasformare la difficoltà in un’opportunità. Come un vero educatore papa Francesco sa stimolare nei giovani la capacità di trasformare le difficoltà in opportunità, «la parete in un orizzonte», un orizzonte che apre il futuro: «Davanti a una esperienza negativa – e molti, molti di quelli che siamo qui abbiamo avuto esperienze negative – c’è sempre la possibilità di aprire un orizzonte, di aprirlo con la forza di Gesù». (...) 

6. Prendere la vita nelle proprie mani e decidere responsabilmente. Papa Francesco chiede ai giovani di recuperare la capacità di prendere in mano la propria vita e di fare delle scelte che siano libere e responsabili. Egli afferma che «Dio chiama a scelte definitive, ha un progetto su ciascuno: scoprirlo, rispondere alla propria vocazione è camminare verso la realizzazione felice di se stessi». (...) 
7. Avere il coraggio di andare controcorrente. Papa Francesco chiede ai giovani di andare controcorrente, contrapponendosi alla cultura dell’individualismo, in cui «l’aspirazione all’autonomia individuale è spinta fino al punto da mettere sempre tutto in discussione e da spezzare con relativa facilità scelte importanti e lungamente ponderate». (...) 
8. Essere protagonisti del cambiamento della società. Il Pontefice insiste molto sulla capacità di sentirsi protagonisti del cambiamento della società, perché «non siamo venuti al mondo per 'vegetare', per passarcela comodamente, per fare della vita un divano che ci addormenti; al contrario, siamo venuti per un’altra cosa, per lasciare un’impronta. (...) È molto triste passare nella vita senza lasciare un’impronta. Ma quando scegliamo la comodità, confondendo felicità con consumare, allora il prezzo che paghiamo è molto ma molto caro: perdiamo la libertà». (...) 
9. Essere costruttori di un’umanità nuova. Papa Francesco nei suoi discorsi e incontri con i giovani sottolinea spesso la necessità di essere costruttori di un’umanità nuova, uscendo da se stessi per far fiorire la civiltà dell’amore. Li invita a servire gli altri sull’esempio di Gesù e a trovare il coraggio di essere protagonisti promuovendo tre tipi di cultura: la cultura dell’incontro, della solidarietà e della costruzione di ponti umani: «Il Signore vi rinnova l’invito a diventare protagonisti nel servizio; vuole fare di voi una risposta concreta ai bisogni e alle sofferenze dell’umanità; vuole che siate un segno del suo amore misericordioso per il nostro tempo!». (...) 
10. Divenire cittadini responsabili. Uno dei traguardi fondamentali dell’educazione verso cui il Papa orienta i giovani è quello di divenire, o meglio formarsi, ossia configurarsi come «cittadini responsabili in seno a un popolo, non come massa trascinata dalle forze dominanti. (...) Ciò richiede un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta. È un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una plurima armonia».
° Preside della Facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium, Roma

www.Avvenire.it

venerdì 11 maggio 2018

BUONO, BELLO E VERO: STILE DEI CAMPI SCOUT


Alcune riflessioni sparse, semplici, incomplete


Giovanni Perrone

Ogni volta che papa Francesco incontra degli educatori, evidenzia che la loro missione, e quella delle istituzioni in cui operano,  è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”… Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera... In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita! … Queste tre dimensioni sono intrecciate; ogni cosa se è vera è anche buona e bella, e reciprocamente. Il riconoscimento della verità, della bontà e della bellezza aiuta ad amare la vita anche nelle difficoltà ….. Si tratta di un cammino di incontro con la realtà, che coinvolge tutte le dimensioni umane: intelligenza, coscienza, affettività, corpo» [1]].
            Prendo spunto dalle parole del Papa per sintetizzare alcune semplici riflessioni e linee operative.
Costante sfida per ogni ambiente educativo è l’orientamento dei ragazzi e degli stessi adulti verso il bene, il bello e il vero; di essere, quindi, spazio privilegiato per l’apprendimento e l’esercizio di competenze supportate ed orientate da “virtù etiche ed estetiche” e, di conseguenza, di “cittadinanza attiva” [2].  In tal modo ogni campo è “spazio virtuoso” che coinvolge tutti gli aspetti della personalità (ogni ragazzo partecipa al campo con tutto se stesso, con le sue esigenze, con i suoi problemi, con le sue competenze, con le sue ansie, con le sue speranze ….).
 La dimensione del bello in un campo scout è esaltata dall’ambiente in cui esso è inserito, dall’armonioso e dinamico rapporto tra ambiente e strutture, da un’idonea valorizzazione degli spazi, dal modo di situare ed organizzare gli stessi angoli di squadriglia, dalla costante pulizia (e ordine) dei vari ambienti, dai ritmi di vita, dai rapporti di cortesia e di reciproco aiuto, dagli stili di accoglienza, dall’armonia  e bellezza delle costruzioni, dalla sistemazione delle tende, dal tono della voce …. Il bello di un campo non è “bellezza siliconata ed artefatta”, ma una bellezza orientata ed esaltata dall’ambiente naturale, dai ritmi della natura, dagli spazi di silenzio e contemplazione, dai volti accoglienti e sorridenti, dall’attenzione alle piccole cose, dalla semplicità ed eleganza degli ambienti e degli stessi comportamenti. E’ una bellezza che suscita meraviglia e stupore, sperimentata e testimoniata nel quotidiano agire e che, perciò, interagisce con il bene e suscita emozioni positive e genera gratitudine. Il mettere le tende in un luogo o in un modo, piuttosto che in un altro; la scelta di uno spazio per sedersi in cerchio; il luogo ove svolgere una cerimonia; l’angolo in cui si siedono i capi per incontrare le squadriglie o il branco … e così via devono rispondere a criteri estetici oltre che funzionali. Così come le cerimonie e le liturgie debbono essere ben curate e ben vissute. 
Occorre stimolare i ragazzi che ogni cosa ed ogni azione vanno situate in maniera da esaltare nel contempo il bello e l’utile, nonché il buono. Lo stesso vale per gli spazi: ogni spazio ha una sua specifica funzione.
Il campo scout è, perciò, luogo armonioso, che fa scoprire e sperimentare buon gusto e bellezza e dà specifiche opportunità a proposito. Nel contempo, ogni campo scout favorisce percorsi e stimoli che permettono l’incontro con il bello e il buono del territorio (specifiche attività e valorizzazione dell’occasionale) .
            La dimensione del buono è strettamente connessa alla testimonianza dei valori della Legge scout, e al tipico "stile scout" che li esplicita, alla scelta di servizio che caratterizza lo Scautismo, alle specificità della vita comunitaria, al modo di vivere lo scouting, alle competenze tecniche ben possedute e curate, a un vivere correttamente e a un responsabile rapporto con gli altri e con la natura ...  Non è il “buono” perché “mi piace”,  estemporaneo e talora alienante, ma la costante scelta di far sempre ed ovunque  “del proprio meglio”, di comportarsi bene in ogni momento della giornata e di promuovere il bene ovunque e comunque. B.-P. ricordava sovente che lo scout deve “lasciare il mondo meglio di come lo ha trovato”. Il "buono" richiede l'arte della "manutenzione" ordinaria e straordinaria. Purtroppo, l'estemporaneità  e il consumismo del vivere odierno danno poca attenzione e poco spazio a quest'arte, fondamentale anche per la vita spirituale.
Le necessarie "competenze tecniche" anche se implementate in specifici campi (es. i campi di competenza) non possono ridursi ad una seppur valida esercitazione, ma vanno inserite in un percorso di progressione personale che tenga conto di tutta la persona che (come precedente mente detto) partecipa a quale campo "con tutta se stessa". Anche gli apprendimenti tecnici, infatti, non sono autoreferenti, ma sono legati alla maturazione umana e valoriale (così come le discipline scolastiche).
Per coloro che vivono il campo scout ciò significa, ad esempio:
- impegnarsi per dare un fattivo contributo al rispetto, alla valorizzazione e al miglioramento dell’ambiente ove si trovano (una B.A. di qualità!), lasciando una traccia positiva del loro passaggio;
- svolgere attività che abbiano un chiaro valore educativo;
- implementare la laboriosità e la competenza;
- realizzare costruzioni che associno il buon gusto alla sicurezza e alla funzionalità ( e curare quotidianamente la loro manutenzione);
- garantire con costanza la pulizia dei luoghi e il risparmio di acqua ed energia;
- curare la maturazione di comportamenti ecologicamente corretti;
- evitare ogni grossolanità e volgarità nel parlare e nell’agire;
- evitare ogni forma d’inquinamento (compresi quello acustico e luminoso);
- favorire il protagonismo dei ragazzi e la riflessività (sin dal periodo di preparazione del campo);
- rispettare i tempi e l’alternarsi del giorno e della notte, dell’attività e del riposo (anche da parte dei capi);
- valorizzare le specificità e le potenzialità di ogni partecipante (con particolare attenzione nel prendersi cura di eventuali difficoltà (relazionali, d’inserimento, di ambientamento …);
adeguare le attività all’età dei ragazzi, per rispondere opportunamente alle esigenze educative di ciascuno (evitando ogni forma omogeneizzazione), perché ognuno impari a far di più e meglio;
- vivere adeguatamente le dimensioni del gioco e dell’avventura, evitando ogni tentazione d’iperprotezionismo e d’illogiche paure (il Papa dice che educare è anche saper accettare il rischio per apprendere a superarlo);
- orientare, accompagnare, incoraggiare, coinvolgere i ragazzi perché ogni momento del campo sia utile alla loro crescita, momento di gioiosa operatività, spazio di crescita personale e comunitaria;
- …. 
Per quanti prestano servizio nel campo (dai capi alle altre persone “in servizio”) vuol dire comportarsi sempre con stile, testimoniare i valori della Legge, relazionarsi positivamente, orientare eventuali ospiti verso comportamenti positivi, curare una buona organizzazione del campo, coinvolgere i ragazzi nella gestione e nel miglioramento del campo, favorire il confronto tra i capi e tra gli stessi ragazzi, garantire la sicurezza delle strutture, fornire opportunità di servizio, promuovere economia e laboriosità, valorizzare (e non sciupare) le risorse ambientali, facilitare la solidarietà, stimolare verifica e valutazione. Il campo scout non è un villaggio vacanze (con tutto compreso), ma un luogo che orienta ed esalta la progettualità dei capi e il protagonismo dei ragazzi. Una costante ed intelligente attenzione, al fine di prevenire ed evitare comportamenti alienanti e disdicevoli, è opportuna per garantire al campo dignità ed efficacia e a tutti coloro che lo vivono un ambiente favorevole al “crescer bene” in luoghi buoni.
            Anche la dimensione del vero interagisce con la Legge Scout e rifugge da ogni azione alienante e deviante. Il primo articolo della Legge richiama la necessità di porre il proprio onore nel meritare fiducia; il secondo mette in risalto il valore della lealtà.  .....
Il vero è legato alla domanda di senso sulla vita, sui luoghi di vita, su ciò che  si fa o si fa fare. Il campo scout è perciò uno spazio che ha senso e dà senso, non è un “non luogo” da consumare.
 Non si trascuri che lo Scautismo ha insita una dimensione spirituale e che ad essa è legata la dimensione del vero: per i cristiani Dio è “via, verità e vita”. La ricerca del vero è una caratteristica che esalta la dignità dell’uomo.Il vero rifugge (come dice il Papa) dalla maldicenza e dal pettegolezzo, dall'invidia e dalla gelosia. Il vero esalta il bene e l'arte dell'incoraggiamento (perchè il vero divenga bene comune).
Specifiche attività e spazi dedicati alla riflessione, alla contemplazione e alla preghiera possono
aiutare tutti ad autovalutarsi, a riprogettare il cammino, a percorrere sentieri di interiorità e di spiritualità che orientano ed affinano la persona e la comunità.
 Nella quotidianità della vita del campo scout il vero si esplicita nella qualità dei rapporti, nella  chiarezza e trasparenza delle norme, nella coerenza dei comportamenti, nel rispetto delle regole e degli ambienti, nel comprendere e nell’aiutare a comprendere il perché delle scelte che si operano … 
            Perché “vero, buono e bello” siano “pane quotidiano” ed assi portanti di ogni ambiente e attività scout  è opportuno che gli adulti - qualsiasi ruolo svolgano – sappiano sempre essere nel contempo testimoni dei valori scout e degli stili di vita ad essi connessi, nonché adeguatamente competenti. 
            Infine, il Papa invita sovente i giovani ad apprendere a parlare “il linguaggio della testa, del cuore e delle mani …. Tre, quindi, i linguaggi che vanno “armonizzati”: Della testa, per apprendere a pensare bene; del cuore, per imparare a sentire bene e sconfiggere piaghe come il bullismo, e delle mani, per “essere artigiani e creatori ….. L’educazione è personale, ma necessita della comunità per progredire.”[3]  
            Bello, buono e vero; testa, mani e cuore possono essere ottimi criteri e indicatori per progettare e per valutare ogni attività scout, in particolare i campi che sono il momento più significativo di un anno di vita scout.      
                                                                                                                         

                                                 





[1] Papa Francesco alla scuola, Roma 10 maggio 2014
[2] Il filosofo Paul Ricoeur evidenzia che “il ternario dell’etica consiste in una vita buona, da vivere con e per gli altri in istituzioni giuste”.
[3] Discorso ai giovani, 19 marzo 2018