venerdì 22 giugno 2018

COMUNITA' . COSI' NASCE L'UOMO LIBERO

EDUCAZIONE E DEMOCRAZIA 

«La conoscenza è una costruzione sociale, non il prodotto di una ricerca in solitaria» 
Per la pensatrice americana, Ann Margaret Sharp, solo attivando un’esperienza di confronto di gruppo è possibile realizzare la personalità di donne e uomini e dare origine a forme di convivenza democratica Praticamente sconosciuta in Italia, è possibile rileggere le sue opere in un’antologia internazionale di Routledge

di SIMONE PALIAGA
«La conoscenza è una costruzione sociale, il prodotto di una ricerca comunitaria, la partecipazione a una comunità che persegue una conoscenza imperniata sulla cooperazione poiché noi costruiamo avvalendoci di idee di altri e arriviamo poi a identificarci con le realizzazioni dell’intero gruppo ». Insomma non resta che «vivere una vita di ricerca» maturando la consapevolezza che «il pensiero è una forma di dialogo interno e il dialogo presuppone una comunità, ecco una delle intuizioni fondamentali di Charles Pierce». Suona così, in estrema sintesi, il pensiero della filosofa americana dell’educazione Ann Margaret Sharp (1942-2010). Per lei solo attivando una comunità di ricerca filosofica è possibile realizzare la personalità di donne e uomini, dare origine a forme di convivenza democratiche e imparare a fare esperienza della libertà.
La ricerca filosofica condotta in solitaria, davanti alle pagine di un libro, è vana illusione. Di più. Compromette la possibilità di edificare modi di convivenza democratica. Solo se la ricerca filosofica di comunità diventa habitus fin da bambini è possibile perseguire la libertà perché «si apprende – a dire della filosofa d’Oltreoceano – a porre il proprio io in prospettiva». A diffondere questa pratica filosofica, come irrinunciabile requisito non solo per fare filosofia ma pure per diventare cittadini liberi di una democrazia, Ann Sharp ha dedicato tutta la vita.
In Italia è praticamente sconosciuta se si esclude L’ospedale delle bambole e Dare senso al mio mondo, dati alle stampe quasi vent’anni fa da Liguori, testo e manuale di una parte del curricolo di Philosophy for Children. Per dirla tutta però non è che il Belpaese pecchi di provincialismo. Nel resto del mondo Sharp non ha raccolto maggior fortuna malgrado i riconoscimenti tributati, tra gli altri, da Martha Nussbaum e Howard Gardner. A favorire una diversa fortuna non hanno certo contribuito la dispersione dei suoi lavori in una miriade di riviste di difficile reperibilità né la scelta di concentrarsi sulla pratica didattica a fianco di Matthew Lipman anziché sulla riflessione teoretica. E si sa che i filosofi, quelli con la puzza sotto il naso ovviamente, considerano con sussiego se non addirittura spregio chi si occupa di tecniche di apprendimento e insegnamento ritenendole esanimi e estranee alla filosofia. Eppure al centro delle preoccupazioni di Ann Sharp figurano temi che abitano da sempre la ricerca filosofica. Generazione di pensiero, costruzione di comunità, ricerca della libertà. E, perché no?, promozione della democrazia. Un primo passo per rendere giustizia alla pensatrice americana ora Routledge, uno dei maggiori editori al mondo, pubblica un’importante antologia. Si tratta di In Community of Inquiry with Ann Margaret Sharp. Childhood, Philosophy and Education curato da Maughn Rollins Gregory e Megan Jane Laverty (pagine 264, euro 116,00) che comprende, oltre a molti saggi della filosofa newyorkese, anche numerosi contributi critici per coglierne tutte o molte delle sfaccettature.
Di formazione cattolica, Ann Sharp, dopo i primi interessi teologici e una appassionata frequentazione con Sant’Agostino, decide di dedicarsi alla filosofia al punto da concludere, nel 1973, il suo percorso di studi universitari con una dissertazione sulla filosofia dell’educazione in Friedrich Nietzsche, dal titolo suggestivo: The Teacher as Liberator, l’insegnante come liberatore. E proprio il Solitario di Sils Maria segna un passaggio significativo nel cammino di pensiero di Ann Sharp come sottolinea Stefano Oliverio dell’Università Federico II di Napoli, in uno dei saggi critici più perspicui contenuti nell’antologia.
A Nietzsche, e prima ancora a Eraclito, Sharp deve la critica al sapere inteso come accumulo di conoscenze. Come gli deve la scoperta dell’importanza dell’innocenza infantile per non farsi schiacciare dalle conoscenze pregresse. E la riconquista dello stupore infantile, della sua leggiadria e noncuranza sono «obiettivo e fine – secondo la pensatrice – dell’educazione ». Solo così si coglie «la libertà – scrive Sharp – come riconquista rinnovata e ripetuta dell’attitudine del bambino verso la vita; e questo è un processo infinito senza il quale l’incapacità di creare di nuovo predomina». Eppure il cammino educativo non è un cammino indolore. Per realizzarlo occorre «scuotere gli allievi da ogni compiacimento ». E il bambino o l’uomo deve «fare esperienza – prosegue la pensatrice americana – della propria inadeguatezza per poi conquistare la necessaria sprezzatura indispensabile a iniziare la ricerca della liberazione». Solo una volta fatti i conti con la propria inadeguatezza «giovani donne e giovani uomini », grazie a una comunità di ricerca, «si preparano a confrontarsi con le forze che li assediano, a formulare giudizi su ciò che è possibile e ciò che è desiderabile, a impegnarsi in un lavoro creativo che renda – scrive Ann Sharp – il desiderabile reale portando valore e significato alle loro vite e alle vite delle loro comunità».

PRIMA GLI ZINGARI ..... IL VALORE DELLA MEMORIA E DELL'IMPEGNO


mercoledì 20 giugno 2018

IL RIFUGIATO, UNA PERSONA da accogliere e da valorizzare

AL RIFUGIATO .... NON E' UN FILM!

Al rifugiato

Vorrei essere io la tua terra per accoglierti come madre
ospitarti tra le mie fronde come fa il ciliegio
con i passeri.

Vorrei darti il mio pane preparato per te
con le mie lacrime per te e per i tuoi fratelli
orfani di patria.

Vorrei vorrei... quante cose vorrei per questo venti giugno
tenerti dentro  protetto dai pensieri
che ho i miei frutti per te.

Che me ne faccio del coraggio se non posso dartelo
o dei miei anni che non ti costruiranno un tetto
ma solo un nuovo cielo.

Vorrei essere il tuo pane il tuo coraggio e il tuo tetto
la tua nuova patria  
cittadino del mondo.

(Giacomo Colosio)

" I GIOVANI, LA FEDE, IL DISCERNIMENTO" - L'Instrumentum Laboris in preparazione al Sinodo dei Giovani

RISCOPRIRE 
LA BELLEZZA 
DELLA VITA

"Desidero aiutare tutti e ciascuno a mettersi in sintonia con l’Instrumentum laboris del prossimo Sinodo dei giovani dal tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si svolgerà a Roma dal 3 al 28 ottobre prossimi. Come avrete certamente notato, si tratta di un testo abbastanza ampio e articolato, del quale cercherò di illustrare alcuni elementi principali, partendo dal dire qualcosa sulle finalità del Sinodo, sul metodo seguito e sulla struttura del documento.
Il Sinodo ha come prima finalità quella di rendere consapevole tutta la Chiesa del suo importante e per nulla facoltativo compito di accompagnare ogni giovane, nessuno escluso, verso la gioia dell’amore; in secondo luogo, prendendo sul serio questa missione, la Chiesa stessa potrà riacquistare un rinnovato dinamismo giovanile; in terzo luogo è importante anche per la Chiesa cogliere quest’occasione per mettersi in discernimento vocazionale, così da riscoprire in che modo può meglio corrispondere oggi alla sua chiamata ad essere anima, luce, sale e lievito del nostro mondo.
Come conseguenza di queste finalità, l’Instrumentum Laboris è redatto secondo il “metodo del discernimento”. Con ciò intendo dire che in sostanza il Sinodo stesso è un esercizio di discernimento, il cui processo si attua compiendo gli stessi passi che aiutano ogni giovane a far luce sulla propria vocazione. Papa Francesco, in Evangelii Gaudium 51, presenta il processo di discernimento con tre verbi: riconoscere, interpretare, scegliere.
Per questo motivo, il testo è diviso in tre parti, ciascuna riferita a uno dei tre verbi. Il primo passaggio del discernimento è segnato dal verbo riconoscere. Subito viene in mente il racconto dell’episodio di Emmaus, dove si dice che «si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31). È quindi evidente che “riconoscere” non è un generico vedere o un semplice ascoltare, ma dice molto di più: si tratta di lasciarsi abitare dalla grazia per avere lo sguardo del discepolo, una comprensione della realtà che sa vedere il cuore, un’intelligenza che nasce dalle viscere di misericordia che abitano in ognuno di noi. “Riconoscere” significa partecipare dello sguardo di Dio sulla realtà, osservando il modo in cui Dio parla a noi attraverso di essa.
Il secondo passaggio punta sul verbo interpretare. La realtà è più importante dell’idea, ma le idee diventano necessarie nel momento in cui si sono riconosciuti gli appelli che vengono dalla realtà. Ci vuole un quadro di riferimento per interpretare la realtà, altrimenti si resta preda della superficialità. È necessario andare in profondità, verso un livello biblico e antropologico, teologico ed ecclesiologico, pedagogico e spirituale. Le buone idee illuminano, fanno chiarezza, sciolgono i nodi, aiutano a sbrogliare la matassa, a superare la confusione e a risolvere le frammentazioni, accompagnando verso una visione integrale e sinfonica.

Il terzo momento si concentra sulla necessità di scegliere. Dopo aver riconosciuto e interpretato, la fase più delicata e importante è prendere decisioni coraggiose e lungimiranti alla luce del percorso svolto. Il discernimento troppe volte rischia di arenarsi su infinite analisi e su molte e diverse interpretazioni, che non arrivano a buon fine, cioè a decisioni concrete, profetiche e pratiche. Ecco che diventa importante portare a compimento il cammino attraverso scelte condivise che ci aiutino nel nostro percorso di conversione pastorale e missionaria....


GLI ADOLESCENTI: Non salvaguardateci, lasciateci crescere .


Nel primo fine settimana di giugno abbiamo tenuto un ritiro di due giorni insieme agli adolescenti che hanno seguito il percorso Anilab di quest'anno. Stavolta la formazione non è stata incentrata sulle competenze pratiche per l'animazione, ma sullo sviluppo di competenze relazionali: generare se stessi, approcciarsi agli altri, vivere il silenzio, riconoscere la propria storia, identificare il proprio orizzonte valoriale, l'adultità.
 
Tra i prodotti finali è da segnalare una lettera indirizzata agli adulti, con la quale i ragazzi hanno identificato punti critici e punti di forza dei grandi che li circondano, e descritto il modello di adulto a cui aspirano. Essa è stata sicuramente il risultato di un seppur piccolo "processo di discernimento e di chiarificazione degli eventi della propria vita attraverso i segni contenuti in essi".
 
L'atto del discernimento, infatti, ha bisogno di un'attenta osservazione e di un desiderio di muoversi verso un obiettivo; perciò ha bisogno di spazi e di tempi dedicati, che non possono essere invasi da altro o da altri. Con gli adolescenti abbiamo parlato dell'essere adulti perché ci è apparso subito chiaro che, a differenza di quei grandi che vogliono restare infantili per sempre, i ragazzi vogliono crescere, e vogliono farlo seguendo schemi propri. Non hanno bisogno di essere salvaguardati dalle esperienze di vita, quanto piuttosto guidati nella comprensione di ciò che vivono ogni giorno.
 
Uno degli aspetti che è emerso dal percorso è la relazione tra la libertà e gli aspetti peculiari che la rendono possibile: «da quello che vediamo, essere adulti significa avere maggiori responsabilità, vivere più stress, avere maggiore libertà e consapevolezza». Perciò gli adolescenti hanno espressamente chiesto di poter coltivare questa libertà, attraverso l'elaborazione delle esperienze e degli errori, che è l'essenza stessa del discernimento: «vi chiediamo di accompagnarci in questo percorso e di consigliarci, ma lasciandoci la libertà di sbagliare.
 
Perciò permetteteci di gestire autonomamente il nostro tempo, il nostro spazio e le nostre risorse, e noi ci impegneremo ad usarli con responsabilità». Alla riuscita di questa 'due giorni', poi, ha contribuito il ritiro con i ragazzi svolto a dicembre e dedicato al silenzio, proprio per "provare ad ascoltare e a fare affiorare alla luce il 'gusto' di emozioni, affetti e desideri prodotti dagli eventi della vita e che si agitano e lottano dentro l'interiorità profonda".
 
Esso è stato declinato attraverso diversi esercizi: silenzio senza contatto visivo con gli altri, silenzio a coppie fissandosi negli occhi, silenzio davanti allo specchio, silenzio con alcuni brani delle Scritture. Il risultato è stato sorprendente! A parte qualche inevitabile sghignazzo (non tutti erano abituati al 'silenzio forzato'...), l'esperienza si è stabilizzata ed ha permesso di far affiorare le emozioni e i desideri che si agitavano dentro i ragazzi.
 
Alcuni hanno espresso tutto il disagio provato a confrontarsi con la propria interiorità, altri hanno espresso sensazioni di pace e di conforto. Due persone si sono trovate particolarmente a proprio agio, perché già abituati a confrontarsi con le proprie paure, altri si sono trovati spiazzati del tutto. La cosa che, da formatore, ritengo importante è prestare attenzione all'educazione al silenzio: non è sufficiente dare ai ragazzi un brano e dire "riflettete in silenzio!", perché molti di loro non sanno da dove cominciare.
 
Da questo viaggio nel silenzio è emerso innanzitutto come il riferimento (consapevole o inconsapevole) alle loro dinamiche familiari fosse costante. Il loro modello di adultità è più o meno riferibile a quello dei genitori, l'"oriente", l'"origine" delle loro speranze ed angosce era ugualmente collocata nelle loro dinamiche infantili.
 
Ma il "senso" e l'"orientamento" di alcuni riferimenti è in profonda trasformazione e ciò li destabilizza: «voi adulti spesso vi dimenticate cosa voglia dire essere bambini, perdete la spensieratezza e qualche volta smettete di credere nei vostri sogni». I ragazzi si rendono conto di stare uscendo da un mondo in cui i contorni erano netti per entrare in uno dove si vede "come in uno specchio" - come Paolo dice in quella prima lettera ai Corinzi che ci ha in parte guidati.
 
In questo senso è stato effettivamente d'aiuto il confronto "con qualche etica laica o testo sacro capaci di 'costringerli' a non minimizzare, ma a valorizzare o a rivedere ciò che stava emergendo". La prima parte del ritiro appena svolto, infatti, è stata incentrata sulla ricostruzione della propria storia, e come espediente abbiamo utilizzato il capitolo 3 del Qoelet.
 
I ragazzi si sono trovati a proprio agio nel definirsi attraverso i contrasti di amore/odio, guerra/pace, ecc. Hanno compreso immediatamente il valore simbolico del brano e sono riusciti a utilizzarlo per descrivere amicizie rotte, amori infranti, relazioni che si sono modificate nel tempo e che hanno causato in loro sofferenze o speranza.
 
Spesso infatti mi accorgo che non sono loro a minimizzare, e se apparentemente lo fanno è solo per sfuggire ad una pressione eccessiva da parte dei genitori. Dal confronto con gli adolescenti emerge invece chiaramente che le agenzie di formazione hanno un effetto cruciale nella crescita dei ragazzi, prima fra tutte la scuola. Molti iniziano a confrontarsi con la filosofia, con la storia, con la letteratura e questo non li lascia indifferenti.
 
Anche tra i ragazzi che hanno intrapreso percorsi tecnici o professionali c'è chi ha scelto di approcciarsi a testi filosofici con lo studio personale. Nella fase adolescenziale è importante soffermarsi sulle domande, perché le risposte arrivano con il tempo e il discernimento personale. D'altronde, il percorso è stato costruito in un anno, attraverso la riflessione sulle esperienze che li nutrono, sugli educatori che hanno incontrato, sulla limpidezza della comunicazione, ma è solo agli inizi e dovrà essere pazientemente proseguito.
 
I ragazzi, comunque, si sono lasciati provocare non solo dai brani che abbiamo proposto loro, ma anche e sopratutto dai momenti di intervallo nei quali abbiamo avuto modo di confrontarci a fondo sui temi della crescita che li coinvolgono più da vicino. In definitiva, si sono fidati, hanno cercato confronto, provocazione e conforto.
 
E decisivo è stato il fatto che abbiano trovato adulti non giudicanti, ma pronti a sostenerli nei loro momenti di crisi. Con questi adulti, non a caso, si sono voluti prendere un impegno: «ci stiamo incamminando verso l'età adulta, e grazie alla vostra esperienza stiamo cercando di diventare la miglior versione di noi stessi. Cercheremo di agire con responsabilità ed adempiere ai nostri doveri, ma al tempo stesso di non perdere il nostro lato fanciullesco».
 
 Daniele Gianolla
 

(articolo tratto da www.vinonuovo.it)

sabato 16 giugno 2018

A PROPOSITO DELL'AQUARIUS E DEI SUOI "OSPITI .... IN CROCIERA"

Il sacrilegio contro l’uomo 

e la vicenda dell’Aquarius

Ci sono cose che è difficile spiegare a chi non le capisce da solo. Il pudore dell’umano, il senso profondo della dignità di ogni persona, soprattutto dei più deboli, dei più poveri, degli emarginati, è tra queste. In questi giorni, segnati dalle accese discussioni sulla vicenda della nave Aquarius, ho sperimentato la difficoltà di farmi capire da tanti – ormai la maggioranza – che inneggiavano alla scelta di Salvini, salutata come un gesto finalmente deciso, dopo tanto “buonismo” dei governi passati, e come un passo verso un’Europa finalmente corresponsabile nell’accoglienza.
Veramente la difficoltà è già sorta quando si è trattato di stabilire i puri e semplici dati di fatto che fanno da cornice. Eccone alcuni.
Una ossessiva campagna condotta con successo in questi ultimi anni dalla Lega ha dato luogo alla leggenda di un’invasione incontrollata di stranieri sul nostro territorio nazionale, a cui bisognava immediatamente reagire con un blocco assoluto. La mossa di Salvini è sembrata così la logica risposta a una emergenza.
Ma, se si guardano le statistiche più recenti, risulta che in Italia gli stranieri sono l’8,3% della popolazione, contro l’8,6% dell’Inghilterra, il 9,5% della Spagna, il 10% della Germania, l’11,7% del Belgio
Se dal discorso generale sugli stranieri si passa a quello più specifico sui rifugiati per motivi politici, apprendiamo dai dati ufficiali che in tutti questi anni il nostro paese ne ha accolti circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), sono 186mila, ovvero il 50% in più che in Italia; in Germania (82 milioni di abitanti) 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia…
L’emergenza, questa è la verità, non è mai esistita. Come non esiste la minaccia per la nostra economia, sbandierata da giornali come «Libero», che, ai primi di maggio 2016, titolava «Gli immigrati fanno fallire l’Inps». Sopra, l’“occhiello”: «Bomba sulle pensioni».
A fronte di queste affermazioni, giovedì 20 luglio 2017, davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha fornito i dati ufficiali relativi agli effetti della presenza degli stranieri sul nostro mercato del lavoro e sul nostro sistema pensionistico.
«Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e di altre prestazioni sociali». «Quindi» – ha puntualizzato Boeri – «con un saldo netto di 5 miliardi per le casse dell’Inps».
Poiché un numero considerevole di immigrati, dopo aver pagato i contributi, lascia l’Italia senza godere della pensione, non solo la loro presenza non costituisce per il nostro sistema previdenziale una perdita, ma diventa una risorsa: «Ogni anno i contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro». «Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni».
Più in generale – ha continuato Boeri – , «tutti gli studi scientifici sull’impatto fiscale dell’immigrazione concludono che l’impatto è positivo. Il totale delle entrate che arriva dagli immigrati supera, seppur di poco, 1,2 miliardi di euro il totale delle uscite per l’immigrazione».
Il problema, se mai, è che le leggi repressive attualmente in vigore, rendono difficile l’uscita dalla clandestinità, senza cui il lavoro viene svolto “in nero”, ostacolando così gli effetti positivi che si sono detti. È su questo, ha detto il presidente dell’Inps, che si deve agire, aumentando le opportunità di regolarizzazione.
Quanto alla tesi, con cui la Lega e Forza Italia ci martellano da anni, secondo cui gli stranieri “rubano” il lavoro agli italiani, Boeri ha sottolineato che «i lavoratori che sono stati regolarizzati con le sanatorie non hanno sottratto opportunità ai loro colleghi». Infatti, l’effetto di sostituzione «è molto piccolo e riguarda unicamente i lavoratori con qualifiche basse. Non ci sono invece effetti per i lavoratori più qualificati, né in termini di opportunità di impiego né di salario».

Da qui la conclusione del presidente dell’Inps, in clamorosa controtendenza rispetto all’idea diffusa: «Proprio mentre aumenta tra la popolazione autoctona la percezione di un numero eccessivo di immigrati, abbiamo sempre più bisogno di migranti che contribuiscano al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale». Non si tratta, insomma, di bloccare l’ingresso degli stranieri, ma di regolarizzarli, in modo che contribuiscano al nostro sviluppo.
Ma – obiettano alcuni sostenitori del governo in questi giorni – la chiusura dei nostri porti all’Aquarius non è stata altro che una provocazione – peraltro riuscita – per spingere l’Europa ad aprire le proprie frontiere. Già…così ha detto Salvini. Ma come mai la sua scelta è stata lodata con entusiasmo – «Finalmente!» – dal sua grande alleato, il premier ungherese Orban, il quale finora si è segnalato per la sua totale opposizione a ospitare perfino la quota di stranieri assegnatagli dall’Unione Europea (ricevendo a sua volta pieno appoggio, per questo, dallo stesso Salvini)?
«Aiutiamoli a casa loro!», ha ripetuto il nostro energico ministro degli interni, per assicurare che la sua posizione non indicava alcun rifiuto di solidarietà. Il guaio è che nei lunghi anni in cui la Lega è stata al governo, insieme a Berlusconi, la quota di bilancio destinata dall’Italia ai Paesi svantaggiati è progressivamente diminuita fino a toccare minimi storici!
Un ultimo fatto, significativo per la “cornice” di quello che è successo in questi giorni. Tutti abbiamo presente la grinta di Salvini, uomo della strada legittimamente arrabbiato (il termine giusto sarebbe un altro) con i governi della sinistra, che non hanno reagito alle inique imposizioni europee.   
Ma questo sanguigno contestatore del passato si è dimenticato di dire che i nostri governi erano vincolati dalla convenzione di Dublino, del 2003, che rendeva il paese di prima accoglienza responsabile dell’asilo di un rifugiato. Già allora non ci voleva un genio per capire che un simile regolamento penalizzava le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Italia. Ma il trattato è stato firmato lo stesso, masochisticamente, dal governo italiano, presieduto allora da Silvio Berlusconi e con tre ministri della Lega. Forse dovremo essere noi italiani arrabbiati (il termine giusto sarebbe un altro) con Salvini…
Ma eccoci finalmente alla difficoltà di far capire agli altri qualcosa di difficilmente esprimibile (ma come stupirsene, se neppure sui fatti oggettivi riusciamo a intenderci?). Perché ciò che mi ha più colpito non sono le menzogne, volte a far apparire gli immigrati degli invasori. Non è neppure la violazione, da parte di Salvini (dovrei dire da parte di Conte, ma lui non c’è…), della Convenzione di Ginevra del 1951, che tutela i rifugiati politici. So bene che queste cose sono in sé più gravi, ma a me ha colpito soprattutto il disprezzo nei confronti del dolore e dell’angoscia di queste persone.
Un disprezzo già manifestato nella frase sarcastica pronunciata da Salvini, in mezzo a una folla delirante di sostenitori, all’assunzione del suo incarico di ministro: «Migranti, è finita la pacchia!». Dette in riferimento a uomini e donne che nella stragrande maggioranza lavorano come bestie dodici ore al giorno per salari di fame (anche grazie alla legge Bossi-Fini voluta dalla Lega, che li mette nelle mani dei padroni), queste parole mi hanno ferito come un sacrilegio. Contro l’uomo e dunque contro Dio.
Lo stesso disprezzo è stato ribadito, dopo il respingimento dell’Aquarius, quando hanno detto al ministro che la nave – con il suo carico di rottami umani, reduci dalla traversata del deserto e dai campi di concentramento libici, che venivano a chiederci di condividere le briciole del nostro consumismo – , a causa della sua decisione sta affrontando il mare grosso: «Se hanno problemi, sono fatti loro», è stato il commento. E ha aggiunto: «Andranno in Spagna? Certo. Non possono decidere dove cominciare e finire la crociera». Ha detto così: «la crociera». E io mi sono vergognato di non essere su quella nave sbattuta dalle onde.
Giuseppe Savagnone

pubblicato in : http://www.tuttavia.eu/

giovedì 14 giugno 2018

GIOVANI, AFFAMATI DI VITA AUTENTICA

Papa Francesco:

" .....  Iniziamo oggi un nuovo itinerario di catechesi sul tema dei comandamenti. I comandamenti della legge di Dio. Per introdurlo prendiamo spunto dal brano appena ascoltato: l’incontro fra Gesù e un uomo - è un giovane - che, in ginocchio, gli chiede come poter ereditare la vita eterna (cfr Mc 10,17-21). E in quella domanda c’è la sfida di ogni esistenza, anche la nostra: il desiderio di una vita piena, infinita. Ma come fare per arrivarci? Quale sentiero percorrere? Vivere per davvero, vivere un’esistenza nobile… 
Quanti giovani cercano di “vivere” e poi si distruggono andando dietro a cose effimere.
Alcuni pensano che sia meglio spegnere questo impulso - l’impulso di vivere - perché pericoloso. Vorrei dire, specialmente ai giovani: il nostro peggior nemico non sono i problemi concreti, per quanto seri e drammatici: il pericolo più grande della vita è un cattivo spirito di adattamento che non è mitezza o umiltà, ma mediocritàpusillanimità.[1]
Un giovane mediocre è un giovane con futuro o no? No! Rimane lì, non cresce, non avrà successo. La mediocrità o la pusillanimità. Quei giovani che hanno paura di tutto: “No, io sono così …”. Questi giovani non andranno avanti.
Mitezza, forza e niente pusillanimità, niente mediocrità. Il Beato Pier Giorgio Frassati – che era un giovane - diceva che bisogna vivere, non vivacchiare.[2]
I mediocri vivacchiano. Vivere con la forza della vita. Bisogna chiedere al Padre celeste per i giovani di oggi il dono della sana inquietudine. Ma, a casa, nelle vostre case, in ogni famiglia, quando si vede un giovane che è seduto tutta la giornata, a volte mamma e papà pensano: “Ma questo è malato, ha qualcosa”, e lo portano dal medico.
La vita del giovane è andare avanti, essere inquieto, la sana inquietudine, la capacità di non accontentarsi di una vita senza bellezza, senza colore. Se i giovani non saranno affamati di vita autentica, mi domando, dove andrà l’umanità? Dove andrà l’umanità con giovani quieti e non inquieti?
La domanda di quell’uomo del Vangelo che abbiamo sentito è dentro ognuno di noi: come si trova la vita, la vita in abbondanza, la felicità? Gesù risponde: «Tu conosci i comandamenti» (v. 19), e cita una parte del Decalogo. È un processo pedagogico, con cui Gesù vuole guidare ad un luogo preciso; infatti è già chiaro, dalla sua domanda, che quell’uomo non ha la vita piena, cerca di più è inquieto. Che cosa deve dunque capire? Dice: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza» (v. 20).
Come si passa dalla giovinezza alla maturità? Quando si inizia ad accettare i propri limiti. Si diventa adulti quando ci si relativizza e si prende coscienza di “quello che manca” (cfr v. 21). Quest’uomo è costretto a riconoscere che tutto quello che può “fare” non supera un “tetto”, non va oltre un margine.
Com’è bello essere uomini e donne! Com’è preziosa la nostra esistenza! Eppure c’è una verità che nella storia degli ultimi secoli l’uomo ha spesso rifiutato, con tragiche conseguenze: la verità dei suoi limiti.
Gesù, nel Vangelo, dice qualcosa che ci può aiutare: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Il Signore Gesù regala il compimento, è venuto per questo. Quell’uomo doveva arrivare sulla soglia di un salto, dove si apre la possibilità di smettere di vivere di sé stessi, delle proprie opere, dei propri beni e – proprio perché manca la vita piena – lasciare tutto per seguire il Signore.[3] A ben vedere, nell’invito finale di Gesù – immenso, meraviglioso – non c’è la proposta della povertà, ma della ricchezza, quella vera: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (v. 21).
Chi, potendo scegliere fra un originale e una copia, sceglierebbe la copia? Ecco la sfida: trovare l’originale della vita, non la copia. Gesù non offre surrogati, ma vita vera, amore vero, ricchezza vera!
Come potranno i giovani seguirci nella fede se non ci vedono scegliere l’originale, se ci vedono assuefatti alle mezze misure? È brutto trovare cristiani di mezza misura, cristiani – mi permetto la parola – “nani”; crescono fino ad una certa statura e poi no; cristiani con il cuore rimpicciolito, chiuso. È brutto trovare questo.
Ci vuole l’esempio di qualcuno che mi invita a un “oltre”, a un “di più”, a crescere un po’. Sant’Ignazio lo chiamava il “magis”, «il fuoco, il fervore dell’azione, che scuote gli assonnati».[4]
La strada di quel che manca passa per quel che c’è. Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ma per dare compimento.
Dobbiamo partire dalla realtà per fare il salto in “quel che manca”. Dobbiamo scrutare l’ordinario per aprirci allo straordinario..... "

Leggi: GIOVANI