giovedì 31 dicembre 2020

BUON ANNO, BUONA STRADA !

 

"La strada vi venga sempre dinanzi

e il vento vi soffi alle spalle

e la rugiada bagni sempre l'erba

cui cui poggiate i passi.

E il sorriso brilli sempre

sul vostro volto.

E il pianto che spunta

sui vostri occhi

sia solo pianto di felicità.

E qualora dovesse trattarsi

di lacrime di amarezza e di dolore,

ci sia sempre qualcuno

pronto ad asciugarvele.

Il sole entri a brillare

prepotentemente nella vostra casa,

a portare tanta luce,

tanta speranza e tanto calore."

 

+ don Tonino Bello

 

lunedì 28 dicembre 2020




- Ernest Hemingway  -

Un topo stava guardando attraverso un buco nella parete, spiando quello che il contadino e sua moglie stavano facendo. Avevano appena ricevuto un pacco e lo stavano scartando tutti contenti. "Sicuramente conterrà del cibo" pensò il topo.

Ma quando il pacco fu aperto il piccolo roditore rimase senza fiato. Quella che il contadino teneva in mano non era roba da mangiare, era una trappola per topi! Spaventato, il topo cominciò a correre per la fattoria gridando: "State attenti! C'è una trappola per topi in casa! C'è una trappola per topi in casa!".

La gallina, che stava scavando per terra alla ricerca di semi e vermetti, alzò la testa e disse: "Mi scusi, signor Topo, capisco che questo può costituire per lei un grande problema, ma una trappola per topi non mi riguarda assolutamente. Sinceramente non mi sento coinvolta nella sua paura". E, detto questo, si rimise al lavoro per procurarsi il pranzo.

Il topo continuò a correre gridando: "State tutti attenti! C'è una trappola per topi in casa! C'è una trappola per topi in casa!". Casualmente incontrò il maiale che gli disse con aria accattivante: "Sono veramente dispiaciuto per lei, signor Topo, veramente dispiaciuto, mi creda. ma non c'è assolutamente nulla che io possa fare".

Ma il topo aveva già ripreso a correre verso la stalla dove una placida mucca ruminava, sonnecchiando, il suo fieno. "Una trappola per topi? - gli disse - E lei crede che costituisca per me un grave pericolo?". Fece una risata e riprese a mangiare tranquillamente.  Il topo, triste e sconsolato, ritornò alla sua tana preparandosi a dover affrontare la trappola tutto da solo. 

Proprio quella notte, in tutta la casa si sentì un fortissimo rumore, proprio il suono della trappola che aveva catturato la sua preda. La moglie del contadino schizzò fuori dal letto per vedere cosa c'era nella trappola ma, a causa dell'oscurità, non si accorse che nella trappola era stato preso un grosso serpente velenoso. Il serpente la morse.

Subito il contadino, svegliato dalle urla di lei, la caricò sulla macchina e la portò all'ospedale dove venne sottoposta alle prime cure. Quando ritornò a casa, qualche giorno dopo, stava meglio ma aveva la febbre alta. Ora tutti sanno che quando uno ha la febbre non c'è niente di meglio che un buon brodo di gallina. E così il contadino andò nel pollaio e uccise la gallina trasformandola nell'ingrediente principale del suo brodo. La donna non si ristabiliva e la notizia del suo stato si diffuse presso i parenti che la vennero a trovare e a farle compagnia. Allora il contadino pensò che, per dare da mangiare a tutti, avrebbe fatto meglio a macellare il suo maiale. E così fece.

Finalmente la donna guarì e il marito, pieno di gioia, organizzò una grande festa a base di vino novello e bistecche cotte sul barbecue. Inutile dire quale animale fornì la materia prima.

Morale: la prossima volta che voi sentirete qualcuno che si trova davanti ad un problema e penserete che in fin dei conti la cosa non vi riguarda, ricordatevi che quando c'è una trappola per topi in casa tutta la fattoria è in pericolo.

"Quando senti suonare la campana non chiederti per chi suona. Essa suona anche per te"  

sabato 26 dicembre 2020

EMERGENZA ESISTENZIALE. PRIORITA' I GIOVANI

 «Nuove generazioni più colpite dagli effetti collaterali del virus, è l’università il bene essenziale da preservare La risorsa da cui ripartire è il capitale umano» . «Sto rileggendo la Divina Commedia: è Virgilio che consente a Dante di liberarsi dal disorientamento. Per venirne fuori ci vogliono compagni di cammino».

 «Ci eravamo lasciati abbagliare dall’individualismo ma i diritti e le libertà individuali sono limitati e limitabili Ora è il tempo di fermarsi e riflettere su quali siano le priorità che si vogliono perseguire»

 ANGELO PICARIELLO

 La pandemia ha riportato alla luce che la realtà non è, come avevamo creduto, «totalmente sotto il nostro controllo». La presidente emerita della Consulta Marta Cartabia ha rivestito questo incarico, di custode dei valori costituzionali, in una fase straordinaria che ne ha comportato una loro compressione. Uscire da questa emergenza significherà tornare a guardare ai giovani come a una urgente «priorità», per non far mancare loro quei «maestri» che sono fondamentali nella formazione umana, prima ancora che professionale. A Pisa, in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in Law della Scuola superiore Sant’Anna, Cartabia ha rimarcato la necessità che l’università «torni a essere la priorità tra tutte le priorità», da preservare come «bene essenziale per il formidabile compito affidatole di offrire alle nuove generazioni la possibilità di mobilitare le proprie forze vitali, le proprie energie costruttive». Occorre ripartire dal «capitale umano». Perché è «nel soggetto e dal soggetto che può scaturire l’energia capace di contrastare la paura che paralizza, l’incertezza che mortifica le ambizioni e demoralizza ogni slancio». Ma facciamo un passo indietro.

L’emergenza della pandemia ha comportato un’importante compressione dei diritti e della libertà.

Che i diritti e le libertà individuali siano limitati e limitabili non è una novità. Alla vigilia della pandemia eravamo immersi in una cultura segnata da un eccesso di individualismo alimentato dall’illusione della autodeterminazione e della libertà assoluta del singolo. I grandi sviluppi della società tecnologica, inoltre, hanno coltivato negli anni più recenti un altrettanto illusorio senso di onnipotenza. L’emergenza sanitaria ci ha costretti a un brusco risveglio. Dietro l’apparenza di invincibilità, la pandemia ha riportato in primo piano l’esistenza della realtà che – nonostante la potenza, i progressi e gli indiscutibili benefici della scienza e della tecnologia – non è mai totalmente sotto il nostro controllo. Il grande valo- re della libertà della persona – che è a fondamento della nostra convivenza civile e sempre deve essere preservato – deve fare i conti con una realtà che non è totalmente a nostra disposizione e, soprattutto, deve fare i conti con l’esistenza del-l’altro, degli altri. C’è un noi, oltre che un io. Per questo, nella vita sociale le libertà non sono mai assolute.

Ma si è avuta, a volte, la percezione che si sia ecceduto… Con quali criteri valutare queste limitazioni?

La nostra Costituzione richiede una garanzia non frammentata di tutte le esigenze della persona, a tutela della sua dignità. Ciò implica che, a seconda del contesto, si può rendere necessario circoscrivere - in misura più o meno significativa l’uno o l’altro dei diritti, mantenendo sempre uno sguardo integrale, olistico sulla persona. Il difficile compito di chi ha responsabilità pubbliche è valutare, nella condizione concreta data, quali siano le restrizioni necessarie e verificare sempre che siano proporzionate allo scopo; e soprattutto interrogarsi se esistano strumenti meno restrittivi che perseguano gli stessi obiettivi. Integralità della tutela della persona e proporzionalità delle limitazioni sono le coordinate fondamentali da rispettare in questo difficile lavoro di bilanciamento dei diritti, che deve continuamente adeguarsi al variare della situazione concreta.

Ma c’è un ordine di priorità….

Certo. Ogni decisione che sacrifica un aspetto della vita personale e sociale a favore del libero svolgimento di altre attività esprime un ordine di priorità e delle scelte di valore. Credo che questo sia il tempo in cui occorre fermarsi e riflettere su quali siano le priorità che si vogliono perseguire, posto che la situazione impone e imporrà comunque dei sacrifici a tutti, forse per lungo tempo.

Quali priorità vede come più urgenti?

Penso soprattutto alle giovani generazioni, che mi pare siano colpite più di altri da alcuni effetti collaterali dell’emergenza, anche se stanno superando con minore difficoltà i problemi strettamente sanitari. Occorre guardare in faccia con lealtà e coraggio la situazione di fatto: c’è un’emergenza sanitaria che sta portando con sé, oltre che una crisi economica, un’emergenza esistenziale, forse anche spirituale, che non deve essere sottovalutata e alla quale sono esposte soprattutto le giovani generazioni.

Cosa intende per emergenza esistenziale?

Se c’è una caratteristica che contraddistingue in modo evidente questo nostro tempo, è il senso di insicurezza e precarietà che la pandemia porta nella vita di ciascuno, a livello personale e nella dimensione collettiva. Viviamo nell’incertezza, esposti a variabili indipendenti dalla nostra volontà e questo genera paura, ansia. Viviamo giorno per giorno, ma gli orizzonti spazio–temporali tendono a chiudersi su se stessi e perdiamo la capacità di pensare con pensieri lunghi, rivolti a progetti che non si esauriscano nell’immediato. Il virus che si propaga in questa pandemia lascia per molto tempo nel fisico una stanchezza anomala: occorre vigilare affinché questa non prosciughi anche le energie morali. Dobbiamo prevenire un secondo spillover della malattia, che dopo aver colpito l’umanità nel corpo non ne intacchi l’animo. Ad essere esposti a questo spillover sono soprattutto i giovani. Verso di loro, che saranno chiamati alla grande ricostruzione, portiamo una enorme responsabilità.

Di che cosa hanno più bisogno i giovani?

Iniziamo a dire di che cosa non hanno bisogno. In un’interessante riflessione sul mondo che vivremo, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti osservano che occorre guardarci da due reazioni tanto comuni quanto improduttive: sognare il ritorno a una situazione a rischio–zero, che coincide con una forma di diniego della realtà, o rimanere imprigionati nella paura. In un momento della storia non meno drammatico del nostro, preso nella morsa delle due guerre mondiali, segnato dalla grande depressione economica del 1929, dalla piaga della “spagnola” e dal cupo orizzonte dei totalitarismi dilaganti in Europa, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt nel suo discorso di insediamento si rivolgeva alla popolazione dicendo che «l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa». È la paura che può bloccare, paralizzare e infine deprimere. La questione essenziale del nostro tempo è vivere i cambiamenti in atto e il futuro che non sappiamo immaginare come terre sconosciute sì, ma da esplorare, convertendo le fonti di rischio in moltiplicatori di opportunità.

Che cosa può aiutare questo cambiamento di sguardo?

Mi permetta di fare un riferimento alla Divina Commedia che sto rileggendo anche sollecitata dal 700° anniversario dalla morte di Dante. All’origine di quella formidabile avventura di vita e di conoscenza che ha consegnato all’intera umanità nella Commedia, troviamo un incontro decisivo: è l’arrivo inaspettato e sorprendente del maestro Virgilio a consentire a Dante di liberarsi dalla paura e dal disorientamento nel momento più oscuro della sua esistenza: è lui che lo rassicura e lo rimette in cammino. Meglio: lo accompagna nel cammino, non solo mostrandogli una strada, una direzione, una via percorribile, ma mettendosi in moto con lui. È in un incontro inatteso – come quello che celebriamo nel Natale – che si aprono nuovi orizzonti, è lì la sorgente della motivazione che abilita al cammino, qualunque sia la condizione data. La presenza di Virgilio rende la selva oscura occasione irripetibile per una esplorazione inimmaginabile: non risolve l’avversità esterna, ma rende sicuri, vince la paura, perché sa suggerire una via percorribile per quanto ardua. Se c’è qualcosa che può contrastare lo scoramento di questa epoca è la presenza di qualcuno più avanti nel cammino che si faccia nostro compagno e nelle cui orme possiamo posare il piede, procedendo così dietro a le poste de le care piante.

 

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venerdì 25 dicembre 2020

NATALE. CINQUE PAROLE PER FAR FESTA

Giorni in cui nascere di nuovo e vivere un autentico Natale

 -         di ERNESTO OLIVERO

       

Stiamo vivendo tutti un momento molto complicato. Ci sentiamo più fragili, più vulnerabili. Siamo in un tempo sospeso, ma guai se lo considerassimo tempo perso. In queste ultime settimane mi è capitato di pensare ad altri momenti difficili che abbiamo attraversato. La mente è tornata agli anni 70, alla paura vera che provocava il terrorismo. In una città come Torino ogni giorno qualcuno veniva colpito. Quanto dolore, quante famiglie spezzate, quanto sangue! Vivevamo un senso profondo di incertezza, ci chiedevamo quando tutto sarebbe finito. In quegli anni complicati sentii che non potevamo permetterci di rinunciare alla speranza. Ci inventammo così degli incontri pubblici, di solito nelle piazze, chiedendo alla gente di venire, di rompere il cerchio della paura, di gridare con il loro silenzio, di pregare con noi. Li chiamammo 'Pomeriggi di speranza' e non era una proposta consolatoria. Io vedevo il terrorismo già finito, sentivo che dovevamo raccogliere le energie migliori per ricostruire il dopo, per rimarginare certe ferite. La profezia di un arsenale di guerra trasformato in Arsenale della Pace in fondo è stata uno dei frutti di quella stagione.

Oggi siamo in una situazione diversa, è sbagliato fare confronti. Eppure, come allora, sento che dobbiamo cominciare a pensare al mondo che verrà. Nessuno si senta escluso! Ognuno faccia ricorso ai propri ideali, alla propria creatività, alle migliori risorse interiori e si chieda concretamente che cosa è disposto a fare. Riscoprire per esempio la nostra responsabilità pubblica, rilanciare il nostro impegno per il bene comune. A livello mondiale, riflettere di più sulle persone a cui affidiamo responsabilità, sulle scelte in tema di ecologia, di immigrazione, di sviluppo, di pace. Avere il coraggio di rilanciare la lotta contro le ingiustizie, contro la fame, contro le disuguaglianze. Chiedere un intervento serio in tema di cambiamenti climatici. Il mondo ci appartiene, è la nostra casa non ne abbiamo un’altra. Il cortocircuito del Covid può essere una lezione che bussa alla nostra porta, per ritrovare l’essenza del nostro vivere.

Credo che in questo tempo più che mai abbiamo bisogno di riscoprire e vivere cinque parole che, se accolte, possono cambiarci, maturaci, renderci migliori: trasparenza, gratuità, disponibilità, passione, fraternità.

Trasparenza: in ogni ambito della nostra vita personale e comunitaria, che significa onestà, mai più ruberie, autenticità, integrità della nostra persona...

Gratuità: uno spazio, un tempo e qualcosa di noi stessi da condividere, perché tutto abbiamo ricevuto da Dio e tutto può essere diviso.

Disponibilità: perché la gente ha bisogno di trovare un porto sicuro, persone pronte all’ascolto, a non guardare l’orologio, a farsi interpellare da 'imprevisti' che possono diventare appuntamenti con noi stessi, con la storia, con Dio.

Passione: la scintilla che non ci farà essere tiepidi e indifferenti, ma pronti a metterci in gioco veramente, pagando di persona se necessario, con un fuoco sempre acceso dentro, alimentato da grandi ideali.

Fraternità: il modello di vita dei primi cristiani, un esempio attualissimo in un tempo in cui ci siamo riscoperti tutti interconnessi. Un mondo fraterno dipende solo da noi.

Se cominceremo a vivere tutto questo, camminando scopriremo sempre di più anche la presenza di Dio: la sintesi di una vita intera. Il Natale ce la mostra con una sfumatura particolare. Dio è con noi, ma sceglie di nascere in povertà, è indifeso, fragile, manca di tutto, ha bisogno di noi. Noi possiamo amarlo e prenderci cura di Lui, desiderando con tutte le forze di cambiare vita, ora, subito per mostrare che è possibile volersi bene, è possibile perdonarsi, è possibile trovare il buono e il bello nell’altro che irrompe nella mia esistenza, perché ogni cosa che accade è una ricchezza possibile. Se fossimo saggi, faremmo a gara per nascere di nuovo e finalmente vivere il nostro autentico Natale.

 

www.avvenire.it

domenica 22 novembre 2020

GIOVANI, NON VIVACCHATE ! FATE GRANDI SCELTE!

Non stare parcheggiati ai lati della vita: nella Messa per il passaggio della Croce della Gmg, il Papa parla ai giovani di "grandi sogni" che rendono liberi, da cercare oltre il pensiero dominante che riduce la felicità al divertimento, l’esistenza ad una febbre di consumi, l’amore ad emozioni. Poi l'annuncio: la celebrazione diocesana della GMG dal prossimo anno passa dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re

 

Fausta Speranza – Città del Vaticano

 “Io sono lì - dice Gesù - dove il pensiero dominante, secondo cui la vita va bene se va bene a me, non è interessato.  Io sono lì, dice Gesù anche a te, giovane che cerchi di realizzare i sogni della vita”. Così il Papa si rivolge ai ragazzi nella Santa Messa per il passaggio della Croce della Giornata Mondiale della Gioventù nella festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo.  Commentando l’ultima pagina del Vangelo di Matteo prima della Passione sottolinea che “prima di donarci il suo amore sulla croce, Gesù ci dà le sue ultime volontà”. Francesco chiarisce: “Ci dice che il bene che faremo a uno dei suoi fratelli più piccoli – affamati, assetati, stranieri, bisognosi, malati, carcerati – sarà fatto a Lui.

Due domande essenziali

Il Papa pone due interrogativi: “Aiuto qualcuno che non può restituirmi? Sono amico di una persona povera?”. Il Papa pone questi interrogativi per poi dare la risposta di Cristo: “Io sono lì, ti dice Gesù, ti aspetto lì, dove non immagini e dove magari non vorresti nemmeno guardare, lì nei poveri”. Il Papa ricorda la figura di San Martino: da giovane soldato non battezzato, un giorno vide un povero che “chiedeva aiuto alla gente, ma non ne riceveva, perché tutti passavano oltre”. Francesco spiega che “vedendo che gli altri non erano mossi a compassione, comprese che quel povero gli era stato riservato”. Non aveva niente con sé, solo la sua divisa di lavoro e allora tagliò il suo mantello e ne diede metà al povero, “subendo – sottolinea – le risa di scherno di alcuni lì attorno”. Poi sognò Gesù, rivestito della parte di mantello con cui aveva avvolto il povero. Fece quel sogno – aggiunge il Papa - “perché lo aveva vissuto, pur senza saperlo, come i giusti del Vangelo di oggi”.

L'invito a non restare parcheggiati ai lati della vita 

E dunque il forte incoraggiamento del Papa: “Cari giovani, cari fratelli e sorelle, non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia”. E’ molto incisivo il richiamo all’attualità e a convinzioni che sembrano imperanti: “Non siamo fatti per sognare le vacanze o il fine settimana – afferma il Papa - ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita”. Dunque, la convinzione profonda: “Le opere di misericordia sono le opere più belle della vita. Se hai sogni di vera gloria, non della gloria del mondo che viene e va, ma della gloria di Dio, questa è la strada. Perché le opere di misericordia danno gloria a Dio più di ogni altra cosa”. E su questa frase il Papa si sofferma, la ripete.

Grandi scelte per grandi sogni

Il Papa dà voce a un interrogativo importante: “Ma da dove si parte per realizzare grandi sogni?”, si chiede per poi rispondere: “Dalle grandi scelte”. E’ il Vangelo a chiarirlo, ricorda: “Nel momento del giudizio finale il Signore si basa sulle nostre scelte. Sembra quasi non giudicare: separa le pecore dalle capre, ma essere buoni o cattivi dipende da noi. Egli trae solo le conseguenze delle nostre scelte, le porta alla luce e le rispetta. Per i giovani il messaggio è chiaro e potente: “La vita, allora, è il tempo delle scelte forti, decisive, eterne. Scelte banali portano a una vita banale, scelte grandi rendono grande la vita”. Papa Francesco lo dice senza mezzi termini: “Noi, infatti, diventiamo quello che scegliamo, nel bene e nel male. Se scegliamo di rubare diventiamo ladri, se scegliamo di pensare a noi stessi diventiamo egoisti, se scegliamo di odiare diventiamo arrabbiati, se scegliamo di passare ore davanti al cellulare diventiamo dipendenti”. Con una certezza che illumina: “Se scegliamo Dio diventiamo ogni giorno più amati e se scegliamo di amare diventiamo felici”.

Non restare appesi ai perché della vita

“Sì, perché – aggiunge - la bellezza delle scelte dipende dall’amore”. E anche questa affermazione Papa Francesco sceglie di ripeterla, sottolineando così tutta l’importanza.  Gesù sa che “se viviamo chiusi e indifferenti restiamo paralizzati, ma se ci spendiamo per gli altri diventiamo liberi”. Dunque, il Papa “consegna” ai giovani il segreto della vita: “Il Signore della vita ci vuole pieni di vita e ci dà il segreto della vita: la si possiede solo donandola”. “Ma ci sono degli ostacoli che rendono ardue le scelte”: Francesco lo ricorda, citando “spesso il timore, l’insicurezza, i perché senza risposta”. Anche qui un’indicazione chiara: l’amore chiede di andare oltre, di “non restare appesi ai perché della vita aspettando che dal Cielo arrivi una risposta”. E, dunque, “l’amore spinge a passare dai perché al per chi, dal perché vivo al per chi vivo, dal perché mi capita questo al chi posso fare del bene. Per chi? Non solo per me: la vita è già piena di scelte che facciamo per noi stessi, per avere un titolo di studio, degli amici, una casa, per soddisfare i propri hobby e interessi.

La febbre dei consumi e l'ossessione del divertimento

Tra tante riflessioni, il Papa mette a nudo il rischio che tutte le attraversa: “Rischiamo di passare anni a pensare a noi stessi senza cominciare ad amare”. E cita Manzoni sottolineando che “diede un bel consiglio”, quando ne I Promessi Sposi  scrisse: «Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio». Ma “non ci sono solo i dubbi e i perché a insidiare le grandi scelte generose, ci sono tanti altri ostacoli”. Il Papa ricorda “la febbre dei consumi, che narcotizza il cuore di cose superflue” e “l’ossessione del divertimento, che sembra l’unica via per evadere dai problemi e invece è solo un rimandare il problema”. Ma anche “c’è il fissarsi sui propri diritti da reclamare, dimenticando il dovere di aiutare”. E poi sintetizza “la grande illusione sull’amore” spiegando che “sembra qualcosa da vivere a colpi di emozioni, mentre amare è soprattutto dono, scelta e sacrificio”.

Difendere l'originalità contro le mentalità dell’usa-e-getta e del tutto-e-subito

Poi due inviti a ribaltare la mentalità che vorrebbe imporsi: “Scegliere – sottolinea il Papa - soprattutto oggi è non farsi addomesticare dall’omologazione, è non lasciarsi anestetizzare dai meccanismi dei consumi che disattivano l’originalità, è saper rinunciare alle apparenze e all’apparire”. Inoltre, “scegliere la vita è lottare contro la mentalità dell’usa-e-getta e del tutto-e-subito, per pilotare l’esistenza verso il traguardo del Cielo, verso i sogni di Dio”. A questo proposito il Papa aggiunge a braccio che l’obiettivo è vivere e non vivacchiare, spiegando di aver sentito questa espressione da un ragazzo. Francesco aggiunge: “Vorrei darvi un ultimo consiglio per allenarsi a scegliere bene. Se ci guardiamo dentro, vediamo che in noi sorgono spesso due domande diverse. Una è: che cosa mi va di fare? È una domanda che spesso inganna, perché insinua che l’importante è pensare a sé stessi e assecondare tutte le voglie e le pulsioni che vengono. Ma la domanda che lo Spirito Santo suggerisce al cuore è un’altra: non che cosa ti va? ma che cosa ti fa bene?”. Il Papa ribadisce che “qui sta la scelta quotidiana, che cosa mi va di fare o che cosa mi fa bene?”. E afferma: “Da questa ricerca interiore possono nascere scelte banali o scelte di vita. Guardiamo a Gesù, chiediamogli il coraggio di scegliere quello che ci fa bene, per camminare dietro a Lui, nella via dell’amore. E trovare la gioia.”

Il passaggio della Croce

Al termine della celebrazione eucaristica, il Papa ha salutato cordialmente tutti  i presenti e quanti hanno seguito attraverso i media. E ha rivolto un saluto particolare ai giovani panamensi e portoghesi, rappresentati da due delegazioni, che hanno fatto, subito dopo, il significativo gesto del passaggio della Croce e dell’icona di Maria Salus Populi Romani, simboli delle Giornate Mondiali della Gioventù. "È un passaggio importante - ha detto il Papa - nel pellegrinaggio che ci condurrà a Lisbona nel 2023.

La GMG locale nella festa di Cristo Re

Poi l'annuncio della decisione di Papa Francesco con queste parole: "E mentre ci prepariamo alla prossima edizione intercontinentale della GMG, vorrei rilanciare anche la sua celebrazione nelle Chiese locali. Trascorsi trentacinque anni dall’istituzione della GMG, dopo aver ascoltato diversi pareri e il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, competente sulla pastorale giovanile, ho deciso di trasferire, a partire dal prossimo anno, la celebrazione diocesana della GMG dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re".  Il Papa ha spiegato che "al centro rimane il Mistero di Gesù Cristo Redentore dell’uomo, come ha sempre sottolineato San Giovanni Paolo II, iniziatore e patrono delle GMG". Aggiungendo: "Cari giovani, gridate con la vostra vita che Cristo vive e regna! Se voi tacerete, grideranno le pietre!".

Vatican News

 Leggi: OMELIA DEL PAPA

LA MISURA DELLO SVILUPPO E' L'UMANITA'

 


 Il Papa ai giovani di “Economy of Francesco”: la misura dello sviluppo è l'umanità

Si è concluso con il videomessaggio del Pontefice l’evento internazionale voluto da Papa Francesco, con protagonisti giovani economisti ed imprenditori di 115 Paesi del mondo che hanno partecipato on line a conferenze e dibattiti. “Cari giovani - dice il Papa - oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli", di essere buoni samaritani di un futuro solidale

 Amedeo Lomonaco- Città del Vaticano

 Il Papa nel videomessaggio sottolinea che l’incontro “Economy of Francesco” non è un punto di arrivo “ma la spinta iniziale di un processo”. L’evento internazionale, apertosi lo scorso 19 novembre ad Assisi e non a marzo a causa della pandemia, ha come protagonisti giovani economisti e imprenditori. Sono loro, "molto più di un “rumore” superficiale e passeggero che si può addormentare e narcotizzare con il tempo", i motori di un processo, spiega il Pontefice, che siamo invitati a vivere “come vocazione, come cultura e come patto”.

La vocazione di Assisi

Francesco ricorda che “l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista”. Seguendo le orme del Santo di Assisi si può riparare la nostra casa comune, anche dalla prospettiva dell’economia. A essere colpiti, spiega il Pontefice - è “nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata”. Ma anche i più poveri e gli esclusi”, “i primi danneggiati e anche i primi dimenticati”. Francesco si rivolge quindi direttamente ai giovani economisti e imprenditori, “chiamati a incidere concretamente nelle città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati”:

La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete andare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra.

Una nuova cultura

Per dare voce allo spirito di Assisi, anche nell’economia, occorre un cambiamento. Si devono “avviare processi, tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze”. Ricordando quanto affermato da Benedetto XVI, Francesco sottolinea che “la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali”. Si deve dunque creare una nuova cultura per cambiare “gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono la società”. Si tratta, afferma il Papa rivolgendosi ai giovani, di un passo fondamentale e decisivo:

Senza fare questo, non farete nulla. Abbiamo bisogno di gruppi dirigenti comunitari e istituzionali che possano farsi carico dei problemi senza restare prigionieri di essi e delle proprie insoddisfazioni, e così sfidare la sottomissione – spesso inconsapevole – a certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie.

Cultura dell’incontro

Tornare “alla mistica del bene comune” e “incontrarsi al di là di tutte le legittime differenze”, è il passo determinante, osserva ancora Francesco, “per qualsiasi trasformazione che aiuti a dar vita a una nuova mentalità culturale e, quindi, economica, politica e sociale”. Quella dell’incontro è una cultura che si costruisce - come hanno fatto i giovani attraverso villaggi tematici che si sono costituiti on line in preparazione ad Economy of Francesco -  dialogando, pensando, discutendo e creando, “secondo una prospettiva poliedrica”. Ed è una cultura opposta, sottolinea il Pontefice, a quella che oggi “è alla moda”: la cultura dello scarto. “Come è difficile - aggiunge il Papa - progredire verso soluzioni reali quando si è screditato, calunniato e decontestualizzato l’interlocutore che non la pensa come noi”. Il futuro, spiega poi Francesco, sarà “un tempo speciale”: “Non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura”. Tutti devono essere coinvolti in questa nuova cultura basta sull’incontro.

Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri, partecipare alle nostre discussioni e portare il pane alle loro case. E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale.

Il patto di Assisi

Alcune questioni, ricorda il Papa nel videomessaggio, non si possono rimandare.  Si devono “far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti, perché l’impostazione strutturale e decisionale sarà determinata dallo sviluppo umano integrale, così ben elaborato dalla dottrina sociale della Chiesa”. “I sistemi creditizi da soli - osserva Francesco - sono una strada per la povertà e la dipendenza”. Rivolgendosi ai giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, il Papa ricorda che questo "è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità". Nuove vie "in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra), cessino di essere - nel migliore dei casi - una presenza meramente nominale, tecnica o funzionale per diventare protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale". Ogni popolo è chiamato “a rendersi artefice del proprio destino e di quello del mondo intero”. “Non basta accrescere la ricchezza comune - insiste il Pontefice - perché sia equamente ripartita e non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare”. È l’umanità la misura dello sviluppo:

La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Quella misura dell’umanità. Questo vale per il singolo come per la società misura che deve incarnarsi anche nelle nostre decisioni e nei modelli economici.

Cari giovani non scegliete le scorciatoie

Le parole conclusive del videomessaggio del Papa ai partecipanti all’Incontro "Economy of Francesco" hanno il sapore di una supplica:

Cari giovani, oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Un futuro imprevedibile è già in gestazione; ciascuno di voi, a partire dal posto in cui opera e decide, può fare molto; non scegliete le scorciatoie, che seducono e vi impediscono di mescolarvi per essere lievito lì dove vi trovate. Niente scorciatoie, lievito: sporcarsi le mani. Passata la crisi sanitaria che stiamo attraversando, la peggiore reazione sarebbe di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di autoprotezione egoistica. Non dimenticatevi, da una crisi mai si esce uguali: usciamo meglio o peggio. Facciamo crescere ciò che è buono, cogliamo l’opportunità e mettiamoci tutti al servizio del bene comune. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma che impariamo a maturare uno stile di vita in cui sappiamo dire “noi”.

 Vatican News


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venerdì 20 novembre 2020

BAMBINI E ADOLESCENTI AI TEMPI DEL COVID -19 - Rapporto UNICEF

"Future We Want", i risultati dell'indagine sul futuro post-COVID degli adolescenti in Italia

In occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza (20 novembre) l’UNICEF lancia il nuovo rapporto “The Future We Want - Essere adolescenti ai tempi del COVID-19”, ideato per far conoscere come l’emergenza sanitaria abbia cambiato la percezione che gli adolescenti in Italia hanno del proprio benessere, l’impatto che il COVID-19 ha avuto sulle loro vite e le lezioni da trarre per un futuro più equo e sostenibile. 

 Secondo i dati del sondaggio - realizzato sulla base delle risposte di oltre 2.000 giovani tra i 15 e i 19 anni - gli adolescenti che vivono in Italia si dichiarano mediamente soddisfatti della propria vita, con un valore di 6,5 su una scala da 1 a 10. 

Guardando alle diverse dimensioni, il benessere economico si colloca poco sopra 6/10. Sotto la sufficienza invece la salute (5,9), nella cui valutazione ha sicuramente pesato la percezione di insicurezza e fragilità legata alla pandemia. 

L’ambiente in cui gli adolescenti vivono è l’aspetto di cui essi si dichiarano più soddisfatti, valutato con un 8,1, con 7,6/10 in riferimento alla famiglia di appartenenza. 

Un adolescente su tre afferma che le relazioni con familiari e conviventi durante il lockdown siano migliorate, mentre il 16% dei rispondenti al sondaggio riferisce di un peggioramento dei rapporti familiari. 

Emerge però anche un dato allarmante: il 64% degli adolescenti (con una significativa differenza tra il 73% delle ragazze e il 53% dei ragazzi) ritiene che la casa o la struttura in cui vive non sia sempre e comunque un luogo sicuro. 

 ll Rapporto verrà presentato ufficialmente domani da una delegazione di tre dei ragazzi che hanno collaborato alla ricerca, nel corso dell’evento “Le sfide della pandemia per l’infanzia e l’adolescenza" organizzato dal Dipartimento per le Politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.

 Una delegazione dell’UNICEF Italia composta da bambini e ragazzi e accompagnata dalla Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani.  sen. Stefania Pucciarelli, presenterà il Rapporto il giorno successivo, 20 novembre, alla Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati

 Altri dati del rapporto

Dal rapporto emerge una fotografia dell’impatto che la pandemia ha avuto sulla percezione di benessere degli adolescenti in Italia. I giovani chiedono il ritorno a una nuova normalità che tenga conto delle lezioni apprese in questi mesi e delle buone pratiche messe in atto, con un cambio di rotta che non può prescindere dall’ascolto della loro voce.

 Il 65% dei rispondenti al sondaggio ritiene che un sistema sanitario pubblico, gratuito e accessibile a tutti sia il fattore indispensabile per mantenere un buono stato di salute. Per quasi il 40% del campione, inoltre, i fattori ambientali che agiscono sulle cause delle epidemie sono da tenere in stretta considerazione per la salute pubblica.

 Metà degli adolescenti coinvolti considerano prioritario che la scuola si adoperi per la promozione di una corretta alimentazione e di stili di vita più sani, e addirittura l'87% degli adolescenti propone diminuzione dell’inquinamento e riduzione dei consumi come comportamenti virtuosi da mantenere anche dopo l’emergenza. 

 Un terzo dei ragazzi esprime il desiderio di una maggiore disponibilità di reti di ascolto e supporto psicologico.

 Quasi metà degli adolescenti che hanno risposto al sondaggio pensa che il digitale abbia consolidato il senso di unione durante il lockdown, riducendo l'isolamento, ma un terzo dei rispondenti manifesta dubbi in proposito e uno su 5 afferma il contrario, in quanto non tutti hanno avuto le stesse possibilità di accedere alle tecnologie e alla connessione.

 Per quanto riguarda la didattica a distanza, quasi il 60% degli studenti non hanno riscontrato difficoltà con la digitalizzazione, ma un terzo sì. E, al di là della maggiore o minore facilità di gestione, la maggioranza degli studenti (oltre il 60%) dichiara che la DAD ha portato forme di stress nello studio.

 Diverse le buone pratiche adottate durante il COVID-19 che ragazze e ragazzi vorrebbero ritrovare a scuola quest’anno: prima fra tutte, una maggiore flessibilità degli orari e la partecipazione alla definizione del calendario scolastico con gli insegnanti (58%), seguita da lezioni di recupero per chi è in difficoltà (37%) e dall’utilizzo di materiale didattico online come integrazione ai libri di testo.

 Tuttavia, solo un adolescente su 4 vorrebbe continuare a mantenere alcune sessioni di didattica a distanza.

 Per aiutare gli studenti in difficoltà economiche, un terzo degli studenti vorrebbe più borse di studio e l’integrazione del bonus cultura.

 Gli adolescenti chiedono più tempo da dedicare alle persone care, più opportunità di ascolto nelle proprie comunità, vogliono essere coinvolti nelle decisioni scolastiche, con un occhio attento all’ambiente.

 Le raccomandazioni al Governo Italiano, presentate dall'UNICEF nella chiusura del Rapporto, richiedono un quadro normativo e politiche più attenti ai bisogni di ragazze e ragazzi e maggiori investimenti nelle aree rilevate.

 La campagna dell’UNICEF “The Future We Want”, di cui questo rapporto fa parte, è nata con l’obiettivo di coinvolgere ragazze e ragazzi sull’impatto della pandemia nelle loro vite e sulla loro visione del futuro post-COVID, ed è stata lanciata nel luglio scorso attraverso un Manifesto in 10 punti con le raccomandazioni dei giovani alle istituzioni per un futuro più equo e sostenibile. Tutte le osservazioni contenute nel documento sono state approfondite nel rapporto. 

 “L’UNICEF ribadisce da sempre l’importanza dell’ascolto e della partecipazione dei giovani. Oggi, in occasione di questa data simbolica, abbiamo voluto collegare questo messaggio all’idea di un futuro più equo e sostenibile, che può essere costruito solo ascoltando oggi quelli che saranno i suoi protagonisti principali, intervenendo sulle diseguaglianze economiche e sociali per permettere che tutti i bambini e gli adolescenti possano godere, senza esclusione alcuna, di questo diritto”, ha dichiarato Anna Riatti, Responsabile dell’UNICEF per la risposta a favore dei bambini e adolescenti migranti e rifugiati.

 “Il 20 novembre celebriamo la Giornata mondiale dell’infanzia, quest'anno più che mai vogliamo ribadire che i diritti di tutti i bambini e gli adolescenti contano e devono essere rispettati e promossi ogni giorno, ovunque nel mondo"- ha dichiarato Carmela Pace, Vice Presidente dell'UNICEF Italia. "Il 2020 è stato caratterizzato a tutti i livelli dal COVID-19 che ha aperto nuove crisi e acuito quelle già esistenti, soprattutto per i bambini e i giovani, i più vulnerabili. Povertà, istruzione, accesso a internet, disagio psicologico, assistenza sanitaria, cambiamento climatico: sono queste alcune delle priorità che richiedono a tutti noi uno sforzo congiunto, sostenuto e sostenibile, senza dimenticare o lasciare indietro nessuno. Dobbiamo aiutare concretamente tutti i bambini e i giovani in Italia e nel mondo. Noi dell'UNICEF, celebriamo questa Giornata con la promessa di continuare a essere presenti nella risposta alla pandemia e nel garantire supporto ai gruppi più vulnerabili”, ha dichiarato Carmela Pace, Vice Presidente UNICEF Italia. 

 “La pandemia ha messo tutti a dura prova, noi siamo tornati però a manifestare per un futuro migliore. Siamo coscienti che il cambiamento comincia da noi ed è questo il messaggio che vogliamo condividere con i nostri coetanei”, ha detto Nafissa, volontaria YOUNICEF e partecipante ai lavori per il Manifesto.

La campagna “The Future We Want” non si ferma il 20 novembre, ma continua con diversi appuntamenti:

• Si parte con la call to action di “Future we want”, attraverso cui l’UNICEF promuoverà canali di mobilitazione per gli adolescenti nelle loro comunità, dall’attivazione nei gruppi YOUNICEF alla partecipazione a programmi e movimenti esterni. Saranno gli stessi partecipanti ai lavori per il Manifesto a condividere tramite i propri canali social idee e modi per impegnarsi in prima persona a costruire il futuro che vogliono.

• I risultati del report saranno condivisi direttamente da ragazze e ragazzi in un webinar, che avrà luogo domani, 19 novembre, organizzato dal network interassociativo Gruppo CRC per il lancio del rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e l’adolescenza.



""The Future We Want" - Il Rapporto finale"   scarica pdf (6148 kb)

GIORNATA MONDIALE DEI DIRITTI DELL'INFANZIA E DELL'ADOLESCENZA


I bambini giocano con la sabbia

e qualcuno si arrabbia.

I bambini giocano con il sole

e qualcuno non vuole.

I bambini giocano con la voce

e qualcuno si fa feroce.

I bambini giocano con la festa

e qualcuno protesta.

(R. Piumini)



https://www.unicef.it/doc/10176/future-we-want-presentato-il-rapporto-finale.htm

martedì 6 ottobre 2020

LA DIVERSITA' CON-VIVENTE

 


 Avere a cuore il dialogo fraterno non è dire che non esiste tra noi alcuna differenza,  ma rendere questa diversità “con–vivente” con quella degli altri.

di Mauro Leonardi

 Papa Francesco ha firmato sulla tomba di san Francesco la sua nuova enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale.

Il mondo attende una direzione. L’intero pianeta soffre una pandemia che mette tutti i Paesi in difficoltà e per questo cerca nel pontefice chi lo aiuti a passare dalla fraternità del dolore a quella dell’amore. Abbiamo bisogno di chi ci aiuti a trovare un senso, in mezzo a tante leadership culturali e politiche che proprio in queste occasioni si dimostrano quanto mai inadeguate a rispondere alla nostra domanda più vera, quella di saper affrontare la tempesta essendo fino in fondo noi stessi. Se ne esce soltanto assieme: ecco perché l’idea della fraternità è quella necessaria.

Esistono però fratelli che si trattano con cortesia, ma sono distanti, freddi, non hanno a cuore la loro relazione. Per vivere la fratellanza e l’amicizia sociale dobbiamo dialogare ma, se dobbiamo dialogare, il dialogo deve essere vero. I buoni sentimenti non bastano. C’è bisogno che intervenga anche la ragione.

Non basta il negativo: “non litighiamo”, “non usiamo violenza”. Cosa significa davvero convivere pacificamente? Cos’è questa con–vivenza, questo “vivere insieme”? Il rischio dell’indifferentismo, cioè del “tutti differenti tutti uguali”, è gravissimo perché l’espressione “tutti differenti tutti uguali” dice che la diversità è insignificante, indifferente, ovvero che la differenza non vale più, non ha nessun significato. Ma, se così fosse, questo sarebbe un enorme problema, perché ciascuno di noi ha bisogno di definire la propria diversità, dal momento che la nostra identità viene definita in quanto differente da quella degli altri: la relazione è possibile solo fra diversi.

Avere a cuore il dialogo fraterno, quindi, non è dire che non esiste tra noi alcuna differenza – affermazione che, tra l’altro, sarebbe una gravissima menzogna –, ma rendere questa diversità “con–vivente” con quella degli altri. Significa porre in essere delle relazioni in cui da una parte si mantiene la diversità e dall’altra, nello stesso tempo, si alimenta, attraverso questa diversità, una relazione di piena convivenza interculturale e interreligiosa.

È trovare ciò che accomuna nel “fra”, nell’ “inter”. Può sembrare una novità e invece è ciò che è già accaduto storicamente moltissime volte. È avvenuto tra cristiani e musulmani nei numerosi secoli e nelle tante nazioni in cui cristiani e musulmani convivevano pacificamente insieme, è accaduto tra cristiani di diverse confessioni dopo gli anni in cui i loro rapporti erano stati di “guerra religiosa”: inter– religiosità è lo sforzo per trovare degli spazi comuni in cui coltivare gli stessi valori – quello della pace o della responsabilità per la “casa comune” – anche se a partire da sensibilità diverse, da modi di vedere diversi.

Siamo fratelli: l’uno per l’altro e tutti insieme verso un nuovo inizio. Fratelli, in volontaria rivolta dell’uomo di fronte al male che insidia il mondo e che deriva dalle nostre fragilità. Parafrasando Ungaretti possiamo ricordare come il riconoscersi fratelli sia da sempre un modo per l’uomo di reagire al dolore, al pericolo, all’incertezza. Il Papa lo sa bene e per questo ha pensato di centrare la sua nuova Enciclica sulla fraternità, sul bisogno di trovare una radice comune per essere più forti del destino che mai come oggi pare avverso. Come i pesci più piccoli si radunano in branco per fingere di essere una creatura marina enorme che mette in fuga i predatori, così l’uomo riconoscendo una comune fraternità trova un senso nel dolore proprio quando è condiviso, portato insieme.

E, se siamo fratelli, siamo anche figli. Maria, dal Presepe di cui san Francesco è stato profeta, ci insegna l’importanza di sentirci figli e ci offre una maternità che non solo offre Dio, ma custodisce libero il creato: pastori, gente venuta da lontano, mercanti, artigiani, centurioni: persino oche, pecore e bovini, trovano riparo in Maria, nuova arca dell’alleanza.

 

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