domenica 21 novembre 2021

PASSI DI VENTO

 

IN CAMMINO VERSO LA PARTENZA

Come diventare uomini e donne capaci di non sprecare i giorni della nostra esistenza, di fare scelte utili a noi e agli altri? Come diventare persone che trovano gioia nel grande gioco della vita e che per questo sono continuamente curiose di cosa essa può riservare loro, di coloro che incontreranno, delle idee che agitano il nostro tempo?

 Per chi è scout questo tema ha un nome: quello della Partenza. La Partenza, infatti, è il momento conclusivo della proposta educativa scout, quel momento dei nostri vent’anni verso il quale ci si incammina sin dal primo giorno in cui entriamo, timidi e disorientati, nella grande famiglia dello scautismo. Eppure, la Partenza non è una fine: è un inizio, il momento in cui cominciamo il nostro viaggio completamente sulle nostre gambe, senza più reti di sicurezza.

 Grandi orizzonti stanno davanti a noi e spesso nuove frontiere. La frontiera è sinonimo di cambiamento, il luogo dove incontriamo qualcosa di diverso. A volte anche il luogo di una sfida che io penso sempre come una opportunità, non come una minaccia. Gli scout sono sempre stati esploratori, uomini di frontiera e proprio sulla frontiera (non a casa loro, nel cortile della scuola o della parrocchia) trovano tutti gli ingredienti e gli elementi per crescere, per comprendere il mondo, per interagire positivamente con gli altri, con il nuovo e anche l’inatteso.

 Muovendo i propri passi verso queste frontiere da scoprire, questo territorio del nuovo, questo tempo della Partenza non bisogna essere esitanti, timorosi, distratti: è bello avanzare come se stessimo cantando, come sospinti dal vento, dalla voglia di sapere come va a finire. C’è un’espressione famosa in Francia (“Hommes aux semelles de vent”) che è stata riferita via via a poeti come Rimbaud, zingari, uomini a cavallo di due storie e due culture (per esempio nell’Algeria coloniale e in quella indipendente). Non è facilmente traducibile. Si potrebbe forse dire: Uomini con le suole di vento. A me è piaciuta molto e ad essa mi sono ispirato per il titolo del libro.



MINORI E PORNOGRAFIA


L'impero

del porno online

 e la piaga dei minorenni

Ci sono temi legati al digitale (e non solo) dei quali non si parla quanto si dovrebbe. Uno di questi è la pornografia online. Eppure basta guardare una qualsiasi classifica dei siti web più visitati per scoprire numeri impressionanti. Secondo Similarweb, il sito per adulti più visto al mondo raccoglie da solo 3,3 miliardi di visite al mese (al mese!). E i primi cinque insieme raccolgono oltre 10 miliardi di accessi al mese. L’Italia non fa eccezione. Nella top ten dei siti più visitati ce ne sono ben due che offrono video pornografici.

La maggior parte dei siti porno fa capo ad un’unica società, la MindGeek, con sede nel paradiso fiscale del Granducato di Lussemburgo.

Alla MindGeek non amano farsi notare. E si autodefiniscono «gruppo internazionale di information technology specializzato in siti web ad alto traffico». Difficile sapere il loro fatturato.

Eppure, secondo il Financial Times, nel 2018 (cioè ben prima della pandemia che ha aumentato moltissimo le visite a questo tipo di siti) «MindGeek ha fatturato oltre 460 milioni di dollari». Mentre l’intero impero varrebbe 20 miliardi di dollari.

Poco si sa anche del suo principale proprietario,  che si nasconde dietro alcune società di comodo. Secondo il Financial times, si chiama Bernd Bergmair (ma in alcuni documenti apparirebbe come Bernard Bergemar), è nato nel 1968 e vive a Hong Kong, lontano da occhi indiscreti.

Un anno fa, nel dicembre 2020, MindGeek è stata al centro di un enorme scandalo. Il New York Times l’ha accusata di ospitare sui suoi siti «filmati di abusi sui minori e di rapporti non consensuali». Alcune vittime hanno intentato una causa alla società per 40 milioni di dollari e Mind Geek è corsa ai ripari cancellando milioni di video. Nel frattempo le sono piovute addosso decine di cause. Quando la società pensava che la tempesta fosse in parte passata, è stata citata in giudizio da una ragazza canadese. «Da bambina sono stata abusata da un familiare – ha raccontato J.D. all’agenzia canadese CityNews – e quando è morto pensavo di potermi liberare da quell’incubo». Invece un suo ex compagno di scuola le ha mandato un messaggio con un link, segnalandole che l’aveva riconosciuta in un filmato pornografico. «Mi fa star male e mi fa schifo sapere che il mio abuso sessuale da bambina è stato visto decine e decine di migliaia di volte e scaricato su migliaia di computer, e quindi non sparirà mai definitivamente. Avevo 12 anni». J.D. ha quindi deciso di guidare una class action contro MindGeek da 600 milioni di dollari. Se MindGeek è il colosso della pornografia online,

dall’altra parte ci sono milioni di utilizzatori, molti dei quali minorenni. La Gran Bretagna è stata una delle poche Nazioni che, nel 2019, ha cercato di imporre la verifica dell’età per l’accesso ai siti web wer adulti, ma per ora ha perso «per i troppi problemi legati alla privacy».

Nel frattempo i nostri ragazzi imparano la sessualità dai video porno, mentre gli adulti fanno finta che sia normale. Un altro problema che fingiamo di non vedere è quello legato alla dipendenza dal porno. Ma sta facendo grandi danni. Così grandi che ora una società britannica ha deciso di lanciare un servizio via app, chiamato Remojo, per liberarsi in 90 giorni dalla dipendenza dalla pornografia. Come ha raccontato l’ideatore a Tech Crunch, «ho deciso di crearlo dopo avere scoperto che solo sul social Reddit oltre 1 milione di persone denunciava di avere problemi con gli effetti della pornografia».

 

www.avvenire.it 

venerdì 19 novembre 2021

PAROLE, PAROLE, PAROLE ...

di Maria Laura Conte

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Le parole sono numeri. Non suona poetico, ma è così: possiamo giocare con le parole come con le cifre, ci servono a valutare situazioni, a misurare rischi, a calcolare cause ed effetti, pesi e contrappesi.

Ricorriamo alle parole-numeri per de-cifrare le nostre emozioni o quelle degli altri, per mettere ordine in testaper tirare le somme di un discorso, o verificare la differenza tra quello che esce dalla nostra bocca e quello che invece abbiamo veramente in cuore, per tenere il conto dei non detti e far pagare il dovuto.

E non sarebbe poi un problema, anzi, salvo quando - spinti alla deriva - ci trasformiamo in ragionieri nell’incontro-scontro con le parole degli altri: “Ma tu avevi detto, ma io avevo capito, tu hai frainteso, io intendevo…”. Pura ragioneria lessicale, no? Messaggi che montano a neve il disagio.

Nel mondo distopico delle chat di gruppo su whatsapp, l’esperienza dell’incomprensione verbale è quotidiana, quasi da manuale: richieste di precisazioni, qui pro quo, scambi di sillabe che generano litigi con l’esito di abbandoni e uscite dal gruppo che alle volte sfiorano il clamoroso. Quando arriva il messaggio “Tizio ha abbandonato”, è la resa: la ragioneria linguistica ha vinto sulle relazioni personali.

Il caso delle chat dei social media è autoevidente e si spiega in parte perché le parole viaggiano senza corpi sulle piattaforme digitali, disincarnate, così è più facile che la relazione personale resti sullo sfondo fino a scomparire. Il volto dell’altro si sgrana.

Ma accade anche “on life”, non solo online: se non cedono il passo a una forma di cura per l’altro/altra a cui si rivolgono, se non si abbandonano a una certa dose di fiducia a priori per l’interlocutore, le parole diventano equazioni irrisolvibili.

Adesso ci sediamo e ne parliamo finché ce n'è bisogno

Scene da un matrimonio …..

Cioè lasciata sola la parola non sempre diventa “alata”, come la voleva Omero, cioè in grado di raggiungere il cuore del destinatario, ma si muove nell’aria come quegli uccelli che, convinti verso la loro meta, ingannati dal riflesso, a volte finiscono per sbattere contro il vetro delle finestre e precipitano.

Quando la stoffa della stima (dell’amicizia, della fiducia, dell’amore) si consuma, quando la relazione interpersonale si corrompe, lo scambio diventa come la prima nota di un amministratore: si incolonnano le responsabilità, si attribuiscono le colpe, si sommano le attese non soddisfatte, si denunciano promesse non mantenute: “ti avevo detto così, no tu avevi detto colà, speravo che tu, ma invece io…”. Non ci si capisce, e si precipita in un esercizio sterile, mentre la distanza tra quello che si vorrebbe dire e quel che viene inteso aumenta e corrompe quel che resta.

Accade in famiglia, in politica, al lavoro, nel tempo libero. Dovunque ci incontriamo e da sempre. Tutti gli attributi della parola, il potere di eliminare la sofferenza che le riconosceva Gorgia, di salvare la res publica come predicava Cicerone, di curare lo spirito, come sosteneva Seneca, perfino di evitare la guerra come auspicava Canetti, ebbene tutti questi poteri diventano zero, sfumano, quando non ci sono uomini e donne che scommettono sulla possibilità di concedere prima fiducia. Di credere che ci sia comunque un bene in vista, qualcosa di positivo. Che non ci debba per forza essere in cantiere una fregatura, un dispetto, un attacco.

Si tratta di provare. E di lasciarsi sorprendere.

 Le parole per dirlo

 


domenica 7 novembre 2021

BEVI CHE TI PASSA .... LA VITA!

La notizia è di quelle che tutti si aspettavano (ma della quale nessuno voleva parlare): secondo l’Agenzia nazionale per la salute pubblica (ANSP), la Moldova sarebbe in cima ai paesi con il maggior consumo di alcol pro capite. E un decesso su quattro è riconducibile al consumo di alcol.

- di Alessandro Mauceri

Nei giorni scorsi, il Consiglio delle NU, nella sua decisione EB146 (14), ha chiesto al Direttore Generale dell’OMS “di sviluppare un piano d’azione 2022-2030 per attuare efficacemente la strategia globale per ridurre l’uso nocivo di alcool come priorità di salute pubblica”.

Che l’alcolismo fosse una delle principali cause di morte al mondo non è una novità.

Qualche anno fa, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) pubblicò un rapporto dal titolo “Global status report on alcohol and health” che presentava un quadro del consumo di bevande alcoliche e del carico di malattia attribuibile all’alcol in tutto in mondo. Il rapporto riportava anche le iniziative dei vari paesi per ridurre questo grave problema di sanità pubblica. Il consumo medio giornaliero era di 33 grammi di alcol puro al giorno (equivalenti a circa 2 bicchieri, ciascuno da 150 ml, di vino o una bottiglia di birra grande, 750 ml, o due bicchierini, ciascuno da 40 ml, di superalcolici). Ma questo era il consumo “medio”. Questi consumi sono concentrati quasi esclusivamente in tre aree del pianeta: in Europa (44%), Americhe (38%) e Pacifico occidentale (38%). Qui ad essere colpiti in modo particolare sono i ragazzi: statisticamente, più di un quarto (27%) di tutti i ragazzi di 15-19 anni consuma alcolici e i tassi di consumo di alcol per questa fascia d’età sono in assoluto e per frequenza i più alti registrati. Ma non basta. Alcune indagini svolte a livello scolastico indicano che, in molti paesi, l’uso di alcool inizia ben prima dei 15 anni.

Le conseguenze già nel 2016 erano preoccupanti: il consumo eccessivo di alcool è stato causa o concausa di oltre 3 milioni di morti (il 5,3% di tutti i decessi, tre vittime su quattro sono di sesso maschile). Una mortalità per il 28% dovuta a infortuni (come quelli dovuti a incidenti stradali, autolesionismo e violenza interpersonale); per il 21% a disturbi digestivi; per il 19% a malattie cardiovascolari mentre il resto è correlato ad altre condizioni di salute come malattie infettive, tumori, disturbi mentali ecc.

Preoccupanti i dati dell’Italia: il 60% degli italiani, infatti, consuma una o più dosi di alcol al giorno. Sono 8,6 milioni i consumatori a rischio, (dei quali 2,5 milioni anziani e 1,5 milioni adolescenti). L’Osservatorio Nazionale Alcol-Cneps dell’Istituto Superiore di Sanità, parla di circa 700mila consumatori “dannosi”, che presentano problemi di salute conseguenti al consumo di alcol. E con un trend che dopo anni di miglioramento è tornato a crescere: secondo gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità si beve sempre di più per ubriacarsi. É il cosiddetto binge drinking: un problema che riguarda oltre 3,8 milioni di consumatori dei quali un numero rilevante, 830mila, pari al 21,8% del totale, di età tra gli 11 e i 25 anni.

Le conseguenze sono impietose: secondo i dati diffusi da Eurispes ed Enpam sarebbero 296mila e cinquecento uomini e 139mila donne morte per cause riconducibili al consumo eccessivo di alcool in un decennio. Un altro rapporto, “Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni. Valutazione dell’Osservatorio Nazionale Alcol sull’impatto del consumo di alcol ai fini dell’implementazione delle attività del Piano Nazionale Alcol e Salute. Rapporto 2020”, riporta un numero leggermente inferiore, ma pur sempre grave: 17mila morti ogni anno per cause riconducibili al consumo eccessivo di alcool. Numeri. Nell’ultimo anno la situazione mostra un netto peggioramento: i dati diffusi all’ISS in occasione dell’Alcohol Prevention Day 2021 parlano di un consumo di alcol in Italia letteralmente esploso a causa dell’isolamento prodotto dal Covid.

Oggi, in Europa, il consumo di alcool è il quinto fattore di rischio per il carico di malattia globale: ogni giorno, circa 800 persone muoiono per cause attribuibili al consumo di alcol. E di queste, una percentuale molto elevata, si registra in età compresa tra 20 e 24 anni, circa 1 decesso su 4. Nella Classificazione Internazionale delle Malattie (X revisione) più di 30 categorie riguardano condizioni totalmente alcol-attribuibili e tra queste almeno 12 tipi di cancro (ma sono le condizioni parzialmente attribuibili sono oltre 200 e raddoppiano il carico di mortalità causato dall’alcol). I danni alcol-correlati non coinvolgono i soli consumatori; sempre più frequentemente le conseguenze del consumo di alcol si ripercuotono sulle famiglie e sulla comunità in generale a causa del deterioramento delle relazioni personali e di lavoro, dei comportamenti criminali (come per esempio vandalismo e violenza), della perdita di produttività e dei costi a carico dell’assistenza sanitaria.

Eppure di questi numeri non si parla mai. Come se nessuno volesse fermare questa strage. Si beve ovunque, a qualunque ora, anche con pochi soldi, sempre più lontano dai pasti. E a farlo sono le fasce più giovani della popolazione. Perché si fa così poco per fronteggiare questo fenomeno? Il motivo potrebbe venire dai numeri. Quelli delle accise. Nel 2016, secondo il Codacons, le entrate derivanti dalle accise sull’alcool (incluse birre e simili, ma esclusi i vini) ammontavano a poco più di un miliardo di euro. Queste, unite ai 9,4 miliardi di euro derivanti dai tabacchi, potrebbero spiegare come mai, uno stato che tiene alla salute dei propri cittadini (al punto da obbligare all’uso del casco e delle cinture di sicurezza), possa consentire la vendita di tabacchi e un numero così elevato di casi di alcolisti.

Seppure in ritardo pare che, finalmente, il Consiglio delle Nuabbia deciso di attivarsi: in questi giorni sono iniziate le consultazioni informali degli stati membri sulla seconda bozza del piano d’azione che verrà presentata alla 150esima sessione del Comitato esecutivo. Un documento nel quale si parla di un problema che causa più morti di quanti ne causino tubercolosi, HIV/AIDS e diabete. E dove si dice che l’Europa è la regione con la più alta percentuale di morti legati all’alcol…


 LO SPESSORE


CAMBIARE IL MONDO, UN IMPEGNO COMUNE


 Lettera aperta alle ragazze

 ed ai ragazzi 

di Friday for Future


-         di LuigiSanlorenzo

-

 

Carissimi giovani che in questi giorni state vivendo l’entusiasmante mobilitazione per il futuro del Pianeta a Glasgow, ho deciso di scrivervi questa lettera aperta per manifestare la mia vicinanza alla costanza e all’incisività del vostro movimento nel pretendere la svolta climatica che il mondo aspetta ormai da decenni.

A tutte le giovani generazioni è toccato e toccherà sempre di lottare per il cambiamento e la vostra iniziativa è in questo momento forse l’unica che sta scuotendo un mondo giovanile che sembrava ormai destinato ad invecchiare sui social, considerando la politica un’attività deludente e priva di emozioni.

Senza andare troppo lontano nel tempo vorrei ricordare i giovani che si sacrificarono nel XIX secolo per i risorgimenti nazionali, coloro che combatterono contro i fascismi e il comunismo, altri che dedicarono il proprio impegno contro la minaccia nucleare, altri ancora che negli Stati Uniti anni degli anni  cinquanta del XX secolo denunciarono le contraddizioni della società borghese occidentale dando vita alla beat generation, origine della grande contestazione partita poi dalla Francia nel 1968 e estesa  a larga parte del mondo,  incidendo profondamente su culture, ideali, costumi e linguaggi e durante la quale chi scrive trascorse anni indimenticabili e fecondi.

Da ultimo, la frontiera è quella dell’impegno per il rispetto dei diritti umani e la lotta per riconoscere a ciascuna persona la possibilità di essere cittadina del mondo e non solo del luogo dove casualmente si è trovata a nascere. Molti vostri coetanei sono in prima linea nelle ONG ed a bordo di tante navi che senza sosta percorrono le rotte più a rischio di naufragi o fanno ciò che possono per aiutare le infinite schiere di migranti che attraverso i Balcani cercando di raggiungere un’Europa non sempre all’altezza dei principi di civiltà che in essa sono sorti secoli fa.

Per natura tocca ai giovani “rompere” con il passato ed immaginare un mondo nuovo evocando quell’”immaginazione al potere” che fu lo slogan dei vostri genitori. Stavolta la sfida è globale, non conosce limiti geografici né culturali poiché è in ballo l’unico pianeta su cui viviamo e che per i prossimi secoli non avrà alcuna alternativa per la maggior parte dei suoi abitanti; l’analisi degli effetti del cambiamento climatico non riguarda stavolta contesti esclusivi ed elitari  di accademici o sociologi ma è ormai “carne viva” per quanti vedono distrutti dalla sacrosanta ribellione della Terra i risultati di vite di impegno volte a costruire città, a coltivare campagne, a migliorare la salute dei giovani nutrendoli con quelle proteine animali che ne hanno innalzato nel volgere di un secolo statura ed intelligenza media,  a generare quel progresso che, spesso inconsapevolmente per i più, è diventato ora la causa dell’attuale profondissima emergenza.

Il vostro spietato rimprovero ai grandi decisori politici o religiosi del mondo di non sapere o volere andare oltre quello che avete definito essere uno stanco “bla, bla, bla” è uno schiaffo potente alle ragioni della real politik ed interessi economici di una grandezza inimmaginabile che vi ruotano intorno e che, statene certi, cercheranno in ogni modo di contrastarvi cercando di ridurvi alla marginalità e al silenzio, quando non alla clandestinità. E’ accaduto in passato e potrebbe accadere di nuovo, dal momento che la natura umana cambia con estrema lentezza e rimane ancora prigioniera dell’avidità e dell’egoismo.

Occorre pertanto che prestiate attenzione ad alcune considerazioni che in questo articolo della domenica propongo anche a voi, quale platea più ampia di quella che solitamente legge i miei scritti.

Il rischio più grave che dovete evitare è di essere accusati di “velleitarismo” cioè di pretendere ciò che obiettivamente è impossibile fare nel giro di pochi mesi o anni. Il mondo che conosciamo, almeno in Occidente si è costruito su quei presupposti che dai vostri detrattori vengono presentati come minacciati  e liquidati con l’espressione sarcastica  “decrescita felice”: l’emancipazione delle popolazioni rurali, l’istruzione, i trasporti rapidi e a basso costo, la liberazione della donna, la digitalizzazione che permette di ridurre distanze e differenze favorendo l’inclusione dei meno fortunati e in alcuni Paesi più avanzati, compresa la Svezia di Greta Thunberg che oggi vi rappresenta, un livello di vita tra i più alti che il mondo abbia mai conosciuto e che non può essere arrestato con un clic.

Al pari di quanto accadde con l’invenzione della macchina a vapore che diede un colpo decisivo alla schiavitù secolare del lavoro manuale  e aprì la strada al concetto di “energia” le forme del progresso si sono nutrite di fonti non rinnovabili, nell’errato convincimento sino a pochi anni fa, della loro inesauribilità e in alcune parti del mondo ciò ha fatto rifiorire deserti come nella Penisola arabica o in Israele e sottrarre al mare, come in Olanda, ampie porzioni di terre abitabili e coltivabili. L’anima di questo spinta in avanti è stata il petrolio e, in alcune nazioni, l’energia nucleare resa disponibile e relativamente sicura pur tra mille polemiche e contrasti dovute al problema dello smaltimento delle scorie.

A questa spinta oggi, oltre la metà della popolazione mondiale che tra Cina e India ed i paesi africani in via di sviluppo ascende almeno 4 miliardi di persone le quali chiedono di raggiungere almeno in parte il benessere dei restanti abitanti del Pianeta, anche a costo di subire periodicamente gli effetti del cambiamento climatico. Sono popoli talmente abituati a soffrire per centinaia di motivi, che in alcun modo rinuncerebbero nell’immediato al proprio diritto allo sviluppo. Fino a quando anche essi non saranno al vostro fianco, i loro governanti esiteranno.

Da qui la diserzione della Cina, la sofferta mediazione temporale del premier indiano Nerendra Modi circa il differimento – poco convinto – della riduzione delle emissioni di CO2 al 2060, l’esitazione degli Sati Uniti che tuttavia dopo l’isolazionismo di Donald Trump sono tornati con Joe Biden a posizioni più multilaterali. Ma attenzione, anche il campione della democrazia occidentale potrebbe presto tirarsi nuovamente indietro poiché, come l’Europa, dovrebbe rivedere alla radice il proprio modello di vita, fondato sul consumo e sulla mobilità aerea e su gomma, che ne ha fatto per decenni la principale aspirazione di milioni di immigrati.

Veniamo dunque all’ Europa, il luogo dove massimamente e diffusamente si è espressa la creatività umana in ogni campo e la coscienza morale e politica della cultura in cui essa si manifesta.

Un vasto continente che – ad accezione della Scandinavia abitata complessivamente da poche decine di milioni di abitanti già frugali per proprio natura – fa costantemente i conti con la cronica mancanza di materie prime, a partire dall’acqua, alimenta tutto con l’energia elettrica, comprese le nuove automobili in grande espansione, che proviene in larga misura dal carbone, dal petrolio o dal nucleare. Voi non eravate nati quando nel 1973 lo shock petrolifero decretato dal cartello dei paesi aderenti all’OPEC lasciò a piedi centinai di milioni di persone e non avete di idea di quale prezzo fu pagato in termini politici all’Arabia Saudita per farsi mediatore, in cambio della protezione eterna da parte della NATO, come sarebbe accaduto per l’invasione del Kuwait di Saddam Hussein e per gli eventi successivi.

Nonostante molti paesi avessero “compreso l’antifona” ed avviato programmi di ricerca di energie alternative e rinnovabili, solo pochi tra essi si sono resi – parzialmente – autonomi da quelle tradizionali mantenendo inalterato il proprio stile di vita. Ricordate infatti che nella storia le rivoluzioni per il pane sono state sempre determinanti nell’abbattere troni e dominazione; quelle per la disponibilità di energia non sono da meno ed oggi equivalgono all’ennesima potenza a quelle del passato. Quindi non aspettatevi che il vostro impegno possa vedere risultati a breve dal momento che ci troviamo davanti ad una transizione ecologica impossibile da portare a compimento prima di una transizione antropologica per la quale occorrono, nella migliore ipotesi, decenni.

I governi sembrano più disposti ad investire per proteggersi dagli effetti del cambiamento climatico – e con la tecnologia di cui si dispone potrebbero riuscirci – piuttosto che costringere centinaia di milioni di persone a rinunziare all’automobile, al fresco in estate o al caldo in inverno, alla disponibilità di elettrodomestici ormai ritenuti irrinunciabili, all’utilizzo di device la cui richiesta di energia tradizionale ancora per molti anni non potrà mai essere sostituita da attuali o future fonti  alternative,  nella medesima quantità.

“E allora?” chiederete, magari con sarcasmo. Allora dovete mettervi in testa due cose: il processo avverrà con la gradualità necessaria alle industrie per riconvertirsi, agli stati per finanziare la transizione ecologica mondiale e alle persone dei paesi più avanzati per accettare alcuni cambiamenti irrinunciabili. Tutto ciò richiede gradualità e tanta ricerca.

Ma è a voi che tocca dare il segnale più importante che, oltre la doverosa protesta e il continuo memento ai governanti, coinciderà con la personale progressiva rinuncia ad alcuni stili di vita energivori per testimoniare che di quanto giustamente chiedete l’attuazione siete disposti, per primi a pagare il prezzo; bello e significativo è stato il segnale di recarsi a Glasgow in treno e non in aereo, ma quanto durerà nella vita di tutti i giorni? Si ridurrà l’uso dei vostri smartphone per risparmiare quelle batterie il cui cuore costa lacrime e sangue a chi lo estrae in condizioni di schiavitù in miniere lontane? Rinuncerete, fino al completamento della transizione, a fare tardi la notte per regolare invece la vostra vita, frattanto diventata adulta, sul ritmo della luce del giorno?

Scuoterete la testa sdegnati quando con i vostri master (che non possono essere certo conseguiti tutti nel settore ambientale) vi vedrete offrire un posto di lavoro in un’industria ancora in ritardo sul piano energetico? Siete disposti infine a fronteggiare e neutralizzare quanti, utilizzando in mala fede il vostro messaggio, già vi costruiscono sopra prospettive di potere personale, come è avvenuto in anni recenti con l’antimafia di facciata?

La risposta non ve la posso dare io anche se quando toccò a me, alcune scelte pagarono volentieri il prezzo delle mie idee giovanili. Lascio invece che ve la dia il Premio Nobel per la letteratura nel 1907, uno “sporco” colonialista, almeno così sostiene qualcuno che ne vuole abbattere le statue nel mondo, ma che però di formazione del carattere e di fermezza di principi (del suo tempo ovviamente) si intendeva molto:

“Se riuscirai a mantenere la calma quando tutti intorno a tela perdono, e te ne fanno una colpa. Se riuscirai a avere fiducia in te quando tutti ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio. Se riuscirai ad aspettare senza stancarti di aspettare, O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia, O essendo odiato a non lasciarti prendere dall’odio, Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio; Se riuscirai a sognare, senza fare del sogno il tuo padrone; Se riuscirai a pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo; se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Rovina, e trattare allo stesso modo questi due impostori. Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto distorta dai furfanti per ingannare gli sciocchi, o a vedere le cose per cui hai dato la vita, distrutte, e piegarti a ricostruirle con strumenti ormai logori. Se riuscirai a fare un solo mucchio di tutte le tue fortune e rischiarle in un colpo solo a testa e croce, e perdere, e ricominciare di nuovo dal principio senza mai far parola della tua perdita.
Se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti, E a tenere duro quando in te non resta altro se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se riuscirai a parlare alla folla e a conservare la tua virtù, O passeggiare con i Re, senza perdere il senso comune, Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti, Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo. Se riuscirai a riempire l’inesorabile minuto. Con un istante del valore di sessanta secondi, Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa, E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio! “Rudyard Kipling, 1835.

Alla sua morte nel 1936,  il corpo venne cremato e le ceneri sono custodite presso l’Abbazia di Westminster, a Londra. Visto che viaggiate in treno, fate una sosta e andate a trovarlo, ripensando ai sui versi. Non potranno che aiutarvi nella vostra sacrosanta battaglia.

Buon futuro ragazzi, non vi lasceremo soli, ma adesso tocca a voi!


LO SPESSORE