Management delle Regole e Cittadinanza Organizzativa nelle
realtà complesse”
Nel ricordare Loris Sanlorenza, pubblichiamo il suop intervento magistrale tenuto all'Incontro Nazionale Quadri AGESCI svoltosi a Bracciano il 24-25 settembre 2011. E' ancora attuale!
- di Luigi Sanlorenzo
La crisi del mondo
che ci circonda influenza molto le motivazioni al servizio, la capacità
progettuale, la voglia di sperare.
Mentre da altre
parti e in altri contesti questo può anche essere compreso e, forse,
giustificato, a noi non può essere consentito prima di tutto per la nostra
identità scout. Alcuni slogan ad altri possono sembrare retorici, ma per noi
sono la sostanza della nostra identità associativa: il calcio all’impossibile,
la speranza/certezza nel cambiamento che nasce dall’educazione, la fiducia
incrollabile che, attraverso l’azione individuale e collettiva, riusciremo come
siamo più volte riusciti a cambiare questo mondo.
Per noi ci sono
consapevolezze che altri non hanno e che rappresentano il nostro patrimonio: la
natura internazionale, interconfessionale ed interculturale della nostra
formazione che condividiamo anche con altre organizzazioni che, per esempio,
non hanno la nostra stessa scelta di fede; la nostra scelta di fede, secondo
cui il cristiano non può essere uomo o donna che si rassegna al pessimismo,
perché “noi siamo tutti dentro la resurrezione”.
Contro ogni
pessimismo della ragione in noi c’è l’ottimismo della volontà. Noi siamo
ottimisti per definizione, sorridiamo e cantiamo.
Le organizzazioni
sono mondi strani che vivono e cercano di sopravvivere in diversi modi.
Ma c’è un elemento
che contraddistingue le organizzazioni che ce la fanno a superare i momenti
difficili e soprattutto che sono in grado di attrarre sia ragazzi che adulti.
Organon
Organizzazione
significa “strumento per raggiungere uno scopo” dal greco “organon”.
Non facciamo
l’errore di pensare di essere noi il fine: siamo uno strumento, non a caso
disponiamo di un metodo perché questo strumento possa raggiungere il proprio
scopo.
E lo scopo è
creare un mondo migliore attraverso l’educazione intesa soprattutto come
intervento politico.
La nostra scelta
educativa ha un carattere di tipo politico, cioè ha un carattere trasformativo
della realtà.
Noi non formiamo
nessuno, guai a formare! Usiamo il termine formazione per comodità di
linguaggio, per convenzione, ma in realtà laddove dalla nostra azione educativa
non si dovesse originare alcuna trasformazione autodiretta da parte del
soggetto, noi non avremmo centrato il nostro obiettivo.
Cioè i ragazzi che
si avvicinano a noi, ma anche gli adulti che si sono formati da noi ovvero che
arrivano da noi entro un centro limite di età, hanno la necessità di incontrare
un mondo mediante il quale alla propria vita viene impressa una svolta.
Trasformazione
La prima
riflessione che vi propongo è proprio questa: le cose che facciamo, il modo in
cui le progettiamo, sono tali da determinare in coloro che le vivono una
trasformazione?
Devo dirvi che per
la mia esperienza lo scautismo è fra le poche realtà educative in cui questo
miracolo si compie, tant’è vero che sapete bene che basta passare solo alcuni
anni all’interno di una qualsiasi branca nell’associazione, per essere un bel
giorno individuati dal nostro dirimpettaio in treno che ci chiede “scusi, lei è
stato scout?”.
Proprio perché è
una formazione di tipo esperienziale, non teorica, non superficiale, che si
incarna nell’imparare facendo, lo scoutismo è in grado di “trasformare” nel
senso migliore del termine, cioè di dar modo di uscire alle potenzialità che le
persone hanno dentro fin da bambini.
Questa è una
chance che noi abbiamo e che nel tempo ci ha permesso di conseguire una
leadership educativa nel mondo giovanile italiano.
Ma a quali
condizioni è avvenuto questo?
Avendo vissuto
tutte le stagioni dell’Agesci, e le ultime dell’ASCI, in più occasioni ho
ricercato le ragioni del successo.
Noi abbiamo vinto
tutte le volte che siamo stati ciò che già dichiariamo nella nostra
definizione, tutte le volte che a livello complessivo siamo stati scouts, cioè
esploratori e guide rispetto alla società nella quale ci siamo trovati a
vivere. Allora siamo stati interessanti, la gente ci ha seguito, i genitori ci
hanno mandato i ragazzi.
Faccio alcuni
esempi: dagli anni ’70 l’ambientalismo è un valore che appartiene un po’ a
tutti, ma fino a 30-40 anni fa era appannaggio dei boy-scout.
Il boy-scout era
per definizione appassionato e tutore della natura, alla cui scuola era
cresciuto.
Negli anni ’70 ci
siamo intestati la scelta della coeducazione. Era un tempo in cui ancora la scuola media era
divisa per genere; non senza critiche “laiche” ed ecclesiali, il Paese ci ha
visto all’avanguardia di una nuova sensibilità che si riscontrava di fatto già
all’interno della società.
Sempre nei ’70 la
democrazia associativa ci ha visti protagonisti di un cambiamento organizzativo
che, anche se non ancora compiuto, è stato una svolta rispetto al passato.
Negli anni ’80 abbiamo capito con largo anticipo, anche rispetto a settori
molto attenti nella società italiana, quanto il fenomeno dell’immigrazione
avrebbe modificato l’assetto sociologico di questo paese.
Ricordo che
partecipai a Bologna al Mondo in Tenda e nell’82 si svolse a Palermo il primo
cantiere R/S con le primissime persone che provenivano da paesi non europei, in
particolare dall’Africa, in cerca di futuro.
Noi vinciamo, nel
senso che siamo attrattivi, tutte le volte che proponiamo una visione educativa
alla società e al mondo giovanile in modo particolare, tutte le volte che noi
“spostiamo avanti le mete”.
In tutte quelle
fasi in cui invece noi inseguiamo la società o ci adeguiamo ai suoi trend, non
veniamo percepiti come interessanti.
Una organizzazione
è attrattiva ed è strumento verso il raggiungimento di uno scopo tutte le volte
che sa fare tre cose: pro-vocare, e-vocare e con-vocare.
Provocare e
convocare
Pro-vocare vuol
dire imparare a mettersi e a mettere in crisi (dal greco crasi=separazione,
discontinuità), cioè coltivare l’insoddisfazione in chi si è mentalmente e
fisicamente impigrito o si sente arrivato.
L’educazione è una
continua pro-vocazione a cambiare e a strapparsi al già noto, al già saputo. A sostituire il
know-how con il know-why, con il know-where, con il know-what, etc...
E-vocare vuol dire
dare agli altri una visione di un mondo diverso e possibile.
Se ci pensate è
ciò che fa Mosè e che è descritto nel libro dell’Esodo.
Come costui riesce
a convincere quegli ebrei, ormai comodamente “seduti” nella schiavitù, a
mettersi in cammino e ad affrontare il deserto? evoca un mondo possibile,
alternativo rispetto a quello in cui essi vivevano.
Leadership
Pensate che questa
concezione, questa intuizione di Mosè è all’origine degli studi più importanti
sulla leadership.
Dice Dilts: la
leadership consiste nell’”evocare un mondo migliore al quale desiderare di
appartenere”. È la stessa azione che
compiranno tutti i leader che hanno modificato il mondo, da Cristo a Marx, a
Mandela, a Martin Luther King.
La proposta di un
sogno e di una via per renderlo reale.
Quindi evocare è
uno degli elementi che fanno di una associazione un punto di riferimento e
soprattutto che generano il desiderio di appartenere ad essa.
Sapete perché sono
diventato scout?
Perché la rivista
L’Esploratore (anni ’60) era piena di disegni con tende sopraelevate, corde,
nodi e su questo bambino borghese grassottelo, un po’ solitario e sognatore
questa cosa esercitava un fascino da matti!
Valeva allora per
un ragazzino di 10 anni, e vale per tutte quelle organizzazioni che sanno
evocare un mondo verso cui si può andare, pur non tacendo la difficoltà del
cammino tra la realtà presente e la realtà futura.
Se Gesù insieme a
dichiararsi Verità e Vita non si dichiarasse anche via, ovviamente qualcuno
direbbe “ma come si fa ad arrivarci?”
Ed ecco che si
profila il terzo momento: il momento della con-vocazione. Cioè la chiamata intorno al mondo che io ho
evocato - il come poi lo andremo a tradurre nei diversi strumenti del Metodo -
attraverso le cose che faccio, le testimonianze che do, i segnali di presenza
costante nel territorio.
Esiste un testo
molto bello che vi invito a leggere intitolato “Potere di convocazione” scritto
da Piero Trupia (tra i più noti consulenti di management italiani e, guarda
caso, scout negli anni 50), che descrive questa capacità di chiamare a sè le
persone.
Vale per il
singolo e per l’associazione, perché il mondo che io ho evocato è un mondo
bello verso il quale vale la pena di andare. L’attività convocativa, a
differenza del potere tradizionalmente inteso, prevede che all’atto della
convocazione cominci anche la mia progressiva sparizione.
Voi convocate, ma
a poco a poco, quando la convocazione comincia ad avere l’effetto desiderato vi
tocca indietreggiare.
Cosa fa Mosè? dopo
aver convinto le persone a superare la difficoltà dell’esodo, giunge in vista
della terra promessa, ma non vi entra e preferisce invece cedere la guida del
popolo a chi è nato e cresciuto durante il viaggio.
Mosè ha la
preoccupazione che nel mondo nuovo possa entrare attraverso se stesso anche
qualcosa del mondo vecchio, ha paura di contaminare il nuovo e allora cede la
leadership a chi è cresciuto nel deserto.
A noi piace
immaginare che Mosè vada da un’altra parte a ricominciare con altri una nuova
avventura di liberazione.
Quindi attenzione,
quando parlo di convocazione mi riferisco ad una convocazione che a poco a poco
ci permetta di sviluppare gli altri, perché anch’essi diventino convocatori a
loro volta.
Lo scautismo è
scuola di leadership, lo scautismo è scuola di capi.
Pensate alla
figura straordinaria - che mai sarà citata abbastanza - del capo-squadriglia.
Figura grande che
esiste nello scoutismo; questo ragazzino di 15 anni che riesce a portare con se
6-7 ragazzini più piccoli di cui si prende cura.
L’esperienza di
capo squadriglia resta per sempre nella vita, fatela fare a quanti più ragazzi
possibile.
Bene, ci tenevo a
fare questa premessa sui tre concetti di “provocazione e consapevolezza del
disagio” “evocazione di un mondo migliore” e “convocazione capace di far
crescere gli altri in quella direzione”, per dirvi che il mondo in cui ci
troviamo è un mondo caratterizzato - e peraltro ormai ben descritto come vera e
propria epoca - dalla liminalità (che viene da limen, cioè da confine).
La liminalità è il
momento in cui un ciclo storico giunge a compimento, una missione
civilizzatrice cede il passo perché logorata a forze nuove, forze che vengono
da lontano e, evitando di arroccarsi a difesa del passato, contribuisce al
rinnovamento che proviene sovente da fuori.
Nel nostro caso è
il grande cammino dei popoli che, spinti da motivazioni diverse, prima o poi
rivitalizzeranno il nostro paese.
Tutto questo non
deve essere percepito come minaccioso, fa parte di un processo che la storia
conosce e con il quale, al pari dell’evoluzione della natura, ha sempre
rivitalizzato l’umanità. Quindi nei nostri ragazzini dai tanti colori c’è il
futuro della società italiana, non li stiamo solo accogliendo.
Noi siamo nei loro
confronti soltanto coloro che gli stanno dando una mano a svolgere il loro
ruolo nella storia.
Da questo profondo
cambiamento, descritto da Beck, da Gallino, da Bauman, come società del
rischio,
società liquida, è
chiaro che le organizzazioni si trovano davanti ad un bivio, perché le
organizzazioni spesso hanno un gran desiderio di sopravvivere senza grandi
cambiamenti.
Ecco perché un
caro amico tornato alla Casa del Padre, un caro amico ma anche un capo scout,
Daniele Settineri, amava dire “lo scautismo è vivo tutte le volte che mantiene
la sua dimensione movimentista e rischia molto tutte le volte che si chiude
nella dimensione organizzativa”.
Lo diceva da
scout; io, da studioso delle organizzazioni posso tradurvelo così: le
organizzazioni per definizione tendono a strutturarsi, a mettere radici,
tendono a restare ferme.
Ricordate quando
Gesù, sale con gli apostoli sul monte della Trasfigurazione. Clima
straordinario, visioni incredibili egli apostoli dicono: “Signore, che bello
stare qui, facciamo tre tende, restiamo sempre qui”.
Gesù si “arrabbia”
sul serio e dice: “Questo è un momento di ricarica, ma adesso si torna giù a
valle e si comincia a lavorare”. Le
organizzazioni sono così.
Alla fine, dentro
ci si sta anche bene, io parlo di guscio.
Quanti adulti -
con riferimento anche ai capi che conosciamo e anche a noi stessi - nelle
nostre CoCa e nelle nostre zone trovano un ambiente abbastanza protetto, un
luogo in cui il livello delle sfide non è così drammatico come potrebbe essere
o è in altri aspetti della loro vita?
Quindi attenzione
alla associazione come guscio protettivo, come utero dentro il quale tutto è
bello, “tanto siamo tra scouts”.
Le organizzazioni
tendono a strutturarsi, a mettere radici, a restare ferme ancorandosi alla
realtà attraverso i cosiddetti sistemi di regole.
Questa non è
certamente una novità che vi dico io, ma è Max Weber, il primo grande analista
delle organizzazioni, che le osserva e annota: “attenzione, perché le regole
all’interno di una organizzazione possono essere una grandissima opportunità,
ma anche un grandissimo vincolo”.
Quindi cominciamo
a distinguere fra buone regole e regole cattive: sono buone solo le regole che proteggono
Valori. Le altre servono solo a
proteggere poteri.
Dopo aver
costruito un paradigma di buone regole mi pongo il problema di chi dovrà farle
amare e rispettare.
Ed ecco l’atto di
nascita del Quadro. Il Quadro in politica, rispetto al militante, ha il compito
di far rispettare le regole.
Da noi succede la
stessa cosa. In larga misura una generazione di capi, talvolta ottimi capi, ma
non abbastanza formati per essere buoni quadri, si ritrova a detenere il
controllo delle regole.
Allora qui è
giusto fare una precisazione: oggi nelle organizzazioni ci sono dei processi
volti a trasformare la natura dei Quadri a tutti i livelli in modo che, al
posto di custode della regola, proprio al Quadro venga richiesto di essere
anticipatore e animatore del cambiamento.
Ciò può provocare
traumi organizzativi tremendi, perché soprattutto se sei un Quadro già di una
certa età, ti ritrovi a sentirti dire: “guardi quello che lei faceva prima non
funziona più, non va più bene, lei non deve stare a controllare il rispetto
delle regole ma deve trovare nelle regole ciò che permetta di cambiarle”.
Questa è una sfida
alla quale molte persone non sanno rispondere.
E quindi o vengono
avviati su percorsi manageriali di rimotivazione e miglioramento
prestazionale o
viene chiesto loro di lasciar perdere e magari vengono messi fuori.
Questo accade
perché l’organizzazione, oltre a quello che vi ho già detto, nel tempo della
liminalità ha bisogno di evolvere verso il concetto di organismo “vitale”.
Solo quando
un’organizzazione è in grado di rispondere al proprio scopo, la si può definire
un “sistema vitale”, anche se non un sistema vivente.
Qual è la
differenza tra un sistema vitale e un sistema vivente? Il sistema vivente si autoregola.
Se adesso qui la
temperatura salisse di 15 gradi, tutti, pur con piccolissime differenze di
sesso o di pelle, cominceremmo a sudare; viceversa se la temperatura si dovesse
abbassare, avremmo altre reazioni fisiologiche.
Gli esseri viventi
hanno la capacità di autoregolarsi.
Cosa invece che
non può fare una organizzazione, visto che, essendo una creazione della mente
umana, non può autoregolarsi.
E che cosa deve
fare per poter essere in sintonia con il mondo che la circonda e nel quale si
trova il fine per cui essa è stata creata?
In mezzo c’è una
cosa il cui nome per noi è caro e sacro come tanti altri in cui ci
identifichiamo come scouts e capi.
La scelta
In mezzo c’è “la
scelta”. Se una organizzazione non decide di cogliere i segnali - e quanto più
anticipatamente lo fa meglio è - che l’ambiente le invia, corre il rischio di
restare arretrata rispetto all’ambiente.
La scelta... la
scelta di cambiare, la scelta di formarsi diversamente, la scelta di arrivare
dove finora nessuno è arrivato.
Quindi non ci
aspettiamo che al pari degli esseri viventi il cambiamento ci trasformerà
automaticamente.
Se non avremo nel
frattempo inserito percorsi di scelta, prima di tutto a livello locale che poi
confluiscono verso la dimensione nazionale, la nostra organizzazione a poco a
poco resterà ancorata nel presente/passato.
Vi ho detto prima
che l’analisi storica del successo dello scautismo italiano del dopoguerra
risiede nella capacità di essere stato anticipatore dei tempi, dei temi, delle
sensibilità, di soluzioni di tipo educativo e di una visione politica
dell’educazione.
Ovviamente questo
ragionamento si collega al tema dei modelli organizzativi: una organizzazione
di tipo burocratico è una organizzazione che si dà dei modelli volti a
preservare l’esistente, è una organizzazione che si dà sistemi e sottosistemi,
fondati su alcuni basic dell’organizzazione, tipo la catena del comando, i
meccanismi di coordinamento ecc.
In AGESCI il
modello organizzativo, pur se costruito dal basso nel suo atto iniziale, corre
il rischio di non ascoltare più il basso e di avvitarsi su ragionamenti
rispetto ai quali chi ti ha eletto non ti segue più.
Nei gruppi di
lavoro di ieri questo è emerso, qualcuno ha detto: “quand’anche ci venisse la
voglia di far arrivare dal basso una proposta evitiamo perché ci diciamo: ma
figurati se nel Consiglio Generale prendono in considerazione una cosa del
genere”.
Qui noi abbiamo
una democrazia dal basso, dalla CoCa in su, ma il modello di funzionamento non
è quello che Argyris ha introdotto come base dello sviluppo organizzativo, non
ha il double-loup cioè non ha il ritorno.
Ha solo il flusso
in andata, ha la rappresentanza ma spesso questa rappresentanza non è in grado
di ritornare a consultarsi con la base, a partire dal fatto più importante che
è quello di dire alla base “guarda
che noi non ci
muoviamo se tu non ci dai sollecitazioni”.
Spesso è un
mandato in bianco e quindi lo scollamento che ne deriva è forte.
La revisione dei
modelli organizzativi che devono essere sempre coerenti con la revisione dello
scopo finale è la via di salvezza di ogni organizzazione.
Noi abbiamo questo
scopo grande che è lo scopo educativo, lo scopo di cambiare il mondo attraverso
la leva educativa; questa è sicuramente una bella frase che però si deve
articolare in obiettivi. Questo è ciò che in una organizzazione si chiama
“visione”. La visione è sempre uno slogan, ma che cosa permette a una visone di
diventare realtà?
Solo un sistema di
obiettivi misurato nel tempo mi dice se mi sto avvicinando alla visione della
mia organizzazione oppure me ne sto allontanando.
Se dovessimo
applicare questo criterio ai numeri, dovremmo certamente dire che la
diminuzione del numero dei ragazzi è un fatto su cui riflettere; ma il
mantenimento del numero degli adulti è un indicatore che ci dice che qualcosa
nel raggiungimento dello scopo finale è un po’ in difficoltà.
La mancata
revisione dei modelli organizzativi, rispetto allo scopo finale può creare
sacche che hanno gradazioni diverse, che vanno dalla passività
all’insoddisfazione o addirittura al conflitto, oppure genera quella mentalità
del capo che dice “beh, io mi chiudo con i miei ragazzi e faccio le mie cose;
tutto il resto, facciano gli altri”.
Ovviamente se
abbiamo l’idea movimentista di lavorare ad una organizzazione che sia sempre
più in grado di percepire i cambiamenti nel loro sorgere, dobbiamo scegliere
tra l’essere “notai o profeti”.
È bello vedere che
in quasi tutti i gruppi ci sono ragazzi e capi assolutamente “in ordine”:
fibbie, placche, distintivi, uniformi… perfetti...ma posso dirvi che uno
scautismo un po’ meno ordinato e pulitino mi dava un’impressione di un
movimento più creativo?
Stiamo attenti che
dietro a questa perfezione formale, a questa macchia azzurra che in qualsiasi
corteo piace avere, poi ci sia il vero desiderio di confronto, che leggeremo se
ci verranno a cercare anche quando il corteo si sarà concluso. Occorre metter
mano ad un sistema di definizione e ridefinizione delle regole.
Leggerezza pensosa
Le organizzazioni
che oggi hanno successo sono le organizzazioni “leggere” nel proprio apparato
normativo. In esse la quantità di norme e di regole diminuisce in modo
sensibile e lascia molti più margini alle scelte, perché è sufficiente che a
restar fermo sia il sistema dei Valori.
Quindi
organizzazioni che oggi volano sono quelle che hanno un sistema di valori molto
forte, in grado di non aver bisogno di un apparato normativo complesso e
articolato per guidare le persone, poiché nel momento stesso in cui le guidano
le limitano.
Le regole, è
sempre Max Weber che ce lo ricorda, vengono inventate per evitare che la gente
sbagli, per cui ne faccio una sorta di binario e dico “guarda, se segui
questo binario
arriverai a destinazione”.
Quindi costruisco
un binario, fatto di regole fitte, che conduce in un posto pre-determinato.
Ho detto un
binario, ma avrei potuto dire un corridoio, una corsia obbligata.
Oggi però la meta
finale non è più detto che debba essere lì e in quel preciso luogo.
Potrebbe anche trovarsi
ai lati del percorso.
Un sistema di
regole troppo rigido fondato per aiutarmi, alla fine può finire con l’impedirmi
di guardare ai bordi o ai lati del sentiero.
Ci insegnavano in
Reparto, a dodici-tredici anni, a rilevare le tracce degli animali con il gesso
o ad osservare il firmamento nelle notti stellate, quando il fuoco da campo si
era ridotto a poche braci.
A cosa ci sarebbe
servito nella vita? Avremo fatto il bovaro nel Midwest o il cacciatore di pelli
in Ontario? Avremmo intrapreso la carriera di astronomo o di navigatore
nell’era del GPS ?
No di certo!
Nell’attività di rilevamento delle tracce è contenuto un aspetto educativo che
ti dice: “guarda ai bordi del sentiero, sappi distinguere un’impronta da
un’altra dove gli altri vedono solo della terra smossa, sappi orientarti come
il cacciatore o il navigante con le stelle, attraverso la lettura del terreno
che percorri e delle rotte su cui navighi!”
Quindi un sistema
di valori forte (e noi lo abbiamo, grazie al cielo) rafforzato poi dalla nostra
dimensione di fede, ma già anche solo quella scout sarebbe sufficiente.
Questo lo dico
anche per accelerare i rapporti con le altre organizzazioni scout, perché non
sia mai la nostra fede un ostacolo alla dimensione internazionale nello
scautismo mondiale.
Una costante
attenzione a ciò che nel mondo muta ci rende capaci di intercettare questo
mutamento nel proprio sorgere.
Colui che riesce a
capire da segnali che ad altri non dicono niente è in grado di definire una
tendenza, affinché quando quel fenomeno sarà conclamato, egli sarà pronto,
perché l’avrà conosciuto e affrontato al suo primo manifestarsi, a dare una
risposta meditata e non una risposta emergenziale che non ha mai dato
risultati.
Occorre spostare
il focus sempre più sul sistema dei valori, farne una discriminante certamente
per i capi.
Quel sistema dei
valori è il nostro Patto Associativo, rispetto al quale non ci sono distinguo:
o ci stai o non ci stai. Con i ragazzi è
diverso essendo loro soggetti in crescita.
Valori e metodo
A loro proponi i
valori mediante il Metodo e le varie articolazioni. Il contenuto deve essere chiaro perché ciò che
chiami pista, poi sentiero e poi strada rimanda allo stesso significato.
In una dimensione
itinerante dell’esistenza, con quella itineranza leggera che ti permette di
essere un uomo e una donna affidabile nel mondo.
E questo ci
rinvia, al protocollo di intesa siglato tra WOSM e SDA Bocconi che non è che è
nato solo perché il segretario del WOSM Eduardo Missoni era anche docente di
quella prestigiosa Business School.
È nato perché SDA
Bocconi si è resa conto che nel momento in cui la leadership passa da
autoritaria e formale a leadership basata sui valori, i modelli dello scautismo
diventano assolutamente confacenti e in grado di formare i decisori di domani
ad ogni livello.
Oggi SDA Bocconi
invia i propri stagisti anche all’Ufficio Mondiale dello Scautismo.
Questi 100 anni
non sono passati invano, sono serviti anche ad affermare modelli di leadership
che oggi vengono fatti propri anche da organizzazioni che con l’educazione non
c’entrano niente, perché la leadership è la capacità di evocare e convocare
intorno a sé.
È un elemento
trasversale che serve in ogni circostanza.
In questo abbiamo
avuto, abbiamo e continueremo ad avere un ruolo se ne sapremo essere
all’altezza.
Dobbiamo stare
attenti che il sistema delle regole sia esattamente bilanciato perché le regole
necessarie al funzionamento non siano mai tali da impedirci, concentrati come
siamo dal corridoio delle regole, di accorgerci che cosa sta accadendo ai bordi
del sentiero.
Perché potrebbe
avvenire che, seguendo un binario unico, arriviamo in un punto in cui non c’è
più niente, perché ciò che ci doveva essere si è verificato ai bordi
del sentiero e noi
non ce ne siamo accorti, perché un sistema rigido di regole ce lo ha impedito.
Lo traduco in
linguaggio scout: la vocazione educativa che ci spinge a confluire in una
organizzazione è già un primo passo.
Ma l’educatore
deve avere la possibilità, il tempo, la capacità e nessun timore a
sperimentare.
Non saremmo quelli
che siamo se tra di noi non ci fosse stato qualche eretico che, magari
all’inizio da solo e poi insieme a qualche altro, non avesse detto… “ragazzi il
mondo è fatto di uomini e di donne e noi non possiamo tenere questo mondo
separati!”
Chi va avanti, chi
esplora, viene chiamato testimone (in greco martyr).
Avrai sempre un
prezzo da pagare se vuoi fare il testimone, non vai da nessuna parte se pensi
che fare ciò sia gratuito.
Se non sei
testimone, non sei convocatore. Il Cristianesimo vince e fa inabissare l’impero
romano, perché evoca un mondo migliore in cui tutti siamo fratelli e perché ciò
è testimoniato dal sangue dei martiri e non dalle parole degli intellettuali.
Paolo, che era un grande e furbo intellettuale, non sarebbe quello che oggi è
se alla fine non avesse coronato la sua vita con il martirio. Non c’è dubbio
che più veniamo percepiti come testimoni vivi e pronti “a metterci la faccia”,
più la nostra proposta diventa convocante, vivificata dalla fatica, dalla
testimonianza, dall’efficacia delle nostre azioni educative che non esauriscono
il loro effetto all’interno dell’associazione, perché se vuoi essere convocatore,
non puoi esserlo soltanto con i già convocati.
Allora, andiamo
dove non siamo! In alcuni posti,
soprattutto al Sud, in interi quartieri l’unico presidio di legalità sono la
scuola e il gruppo scout.
Noi ci troveremo,
nei tempi difficili che verranno, a dover vicariare
l’azione di due
soggetti che sono stati profondamente abbattuti da questa crisi epocale che
continuiamo a vivere: la famiglia, attraversata da tempeste straordinarie, e la
scuola.
Né possiamo fare
affidamento su un futuro, che immagino molti di noi auspicano, con una scuola
gestita diversamente, perché la scuola ha bisogno dei suoi tempi, e troppi
danni sono stati fatti nel passato. Puoi iniziare domani con il miglior ministro
e con tanti soldi, gli effetti li vedrai fra 15 anni.
Quindi, prima un
ragazzo che aveva una famiglia che più o meno resisteva, in qualche modo
aiutato dalla scuola, se fosse stato anche scout avrebbe avuto anche buone
possibilità di venir fuori come una persona in gamba.
Adesso spesso le
famiglie vengono da noi perché vogliono essere aiutate a fare i genitori,
perché sono nei guai, nel panico.
Quindi sulla
famiglia oggi si può contare molto meno. Sulla scuola non puoi contare affatto,
non per cattiva volontà degli insegnanti, ma perché il sistema ha a che fare
con regole che non ci sono più.
I Quadri
Lo scautismo si
trova già a vicariare questa azione e allora di che cosa ha bisogno?
Ha bisogno di
avere degli adulti che siano aiutati da altri adulti a far questo.
Quindi il ruolo
dei Quadri non è più o non deve essere più o non deve essere soltanto, fate voi
la gradazione, custode di regole, ma deve essere indagatore di nodi, di
strozzature che impediscono all’organizzazione di essere vitale, organica,
aperta e creativa, in grado di farsi carico di nuove emergenze educative.
Il vero
analizzatore di questa eventualità di trombosi organizzativa è la Zona, che,
come i comuni, è il livello organizzativo più sussidiario, rispetto alla realtà
ultima che sono i gruppi o i cittadini. Se nasce un nuovo scenario, chi lo deve
sapere?
Il livello
nazionale o regionale?
È chiaro che il
Comitato di Zona tiene il polso non solo del rispetto delle regole, ma anche
del livello di creatività, del livello di innovazione; non lo sta a frenare, lo
spinge, lo provoca, non sta lì a preoccuparsi, non fa la chioccia, fa lo
stimolatore, tenendo fede al sistema dei valori non negoziabili.
Allora questo è
molto importante perché le organizzazioni hanno subìto questa transizione.
La descrive in
modo straordinario Federico Butera che definisce la transizione delle
organizzazioni “dal castello alla rete”.
L’organizzazione
dello scautismo italiano è ancora una organizzazione a piramide, “a castello”.
La vorremmo una
piramide rovesciata e i meccanismi formali sono quelli, ma se andate dal capo
branco del paesino o del quartiere di periferia ha ancora la sensazione che le
cose arrivino dall’alto, non ha la percezione che è chiamato a contribuire a
crearle.
Un altro
scienziato importante, Mintzberg, dice: “le organizzazioni si portano appresso
per moltissimo tempo l’impronta del tempo e del periodo in cui sono state
fondate”. C’è ancora qualcosa di piramidale, di gerarchico, e quindi le
organizzazioni devono transitare dal castello (piramide) alla rete, cioè più
accessi, più facilità di accesso, più connessione. La rete poi l’abbiamo vista
realizzata con internet, ma l’intuizione originaria era questa. In un mio
scritto successivo sono andato avanti e ho detto “dal castello, alla rete….
alla tenda”, ovviamente non potevo non essere provocato dalla mia formazione.
Perché anche la rete corre il rischio di essere un luogo fermo, senza emozioni
vere.
Invece la tenda
ancora di più ci dà il segno di come devono essere le organizzazioni, per darsi
un senso di esistenza rispetto allo scopo: devono essere tende, flessibili,
smontabili, pronte ad essere riposizionate all’incrocio con nuovi bisogni.
L’organizzazione
“tenda” è capace di spostarsi, cioè di riconoscersi in quel nomadismo che in qualche
momento ci ha avvicinato al movimento dei GUM.
Abbiamo molto in
comune con i GUM, i nostri rover e le nostre scolte almeno dovrebbero, mi
auguro anche le CoCa….
Sono un movimento
piccolo, poco conosciuto, ma questa dimensione itinerante dell’esistenza è
quella che li caratterizza.
Altro passaggio
della presidente ieri: cerchiamo nel metodo la soluzione ai problemi
organizzativi. Vengo invitato alle assemblee regionali, di zona, da scout ma
non solo per proporre degli scenari per progettare nel territorio.
In alcuni casi mi
trovo a ricordare strumenti del metodo che sembrano dimenticati.
Mi avvio alla
conclusione.
Primo aspetto: noi
non siamo in questo momento storico una organizzazione che convoca, perché non
siamo una associazione che provoca ed evoca abbastanza.
Secondo aspetto:
la nostra generazione e quella dei capi più giovani si troverà a vicariare la
crisi profonda e l’assenza delle altre due istituzioni educative.
Quindi ci tocca,
come il Cireneo, mettere una croce in più sulle spalle per fare una parte in
più. Ho sempre detto: il migliore effetto dell’educazione scout lo scopri quando
il ragazzo scappa da casa e il genitore è tranquillo perché tanto sa che è
andato a dormire dal suo capo scout.
Quanti di noi sono
stati svegliati in piena notte? Vi è
capitato? No…
E allora questo è
il nodo del problema, cioè se non avete dei ragazzi scout che in piena crisi
adolescenziale scappano e vi vengono a cercare… sostanzialmente non ti vedono
come una alternativa.
In quanti casi in
nostri ragazzi percepiscono il capo come un alleato dei genitori e non come una
alternativa? Ma loro cercano una alternativa.
E vi assicuro che
se la trovano comunque, però potrebbe non essere quella giusta.
I ragazzi sono
alla ricerca di maestri, che siano alternativi alle figure tradizionali del
genitore e del professore.
Hanno bisogno
della trasgressione per crescere e lo scautismo è stato per un certo tempo una
trasgressione.
Quindi se abbiamo
questa società, questi ragazzi e queste sfide, dobbiamo attrezzarci per fare la
manutenzione di questi capi.
Non solo nel loro
mestiere di educatori, ma anche nel momento in cui, sospendendo per un periodo
il servizio educativo diretto con i ragazzi, si fa il Quadro.
Come capo sei
stato formato; il problema è che non sei formato come quadro. Sei formato come educatore di giovani, quindi
sei un pedagogista scout, ma nessuno ti ha formato a formare gli adulti.
E si fa
estrapolando da un metodo pensato per ragazzi alcuni aspetti che vanno bene per
adulti.
Ve lo dice uno che
forma gli adulti e i risultati ce li ha perché parecchie cose le tira fuori
dallo scautismo.
Quindi un nodo è
che troppe regole fanno perdere di vista il sistema di valori, ma soprattutto
impediscono
l’esercizio del
pensiero laterale. Dall’altra parte, la necessità di un percorso strutturato
con un sistema di competenze per la formazione dei Quadri.
Ma attenti! Non è che dobbiamo fare la casta dei Quadri!
Un percorso in
tale direzione va correlato con modifiche regolamentarie che dicono che puoi
fare il quadro per non più di tot anni e poi torni dai ragazzi; altrimenti
abbiamo fatto l’associazione dei Quadri e l’associazione dei Capi.
Ma non puoi fare
il quadro se non hai, per esempio, completato almeno due progetti educativi, altrimenti,
non c’è dubbio, creeremo una casta di burocrati.
Allora è
necessario un percorso simile a quello della formazione capi: c’è una
formazione capi che deve cominciare a far crescere una formazione quadri.
Certamente non si
può più lasciare che ad esser quadri, soprattutto nelle zone più in difficoltà,
siano persone soltanto di buona volontà che magari hanno già altri incarichi,
oppure siano quelli che hanno più tempo ma poi, alla prova dei fatti, magari
non hanno le caratteristiche per gestire adulti, che è altra roba che gestire
ragazzi. L’adulto è strutturato, l’adulto appena lo tocchi nel suo vissuto
difende con le unghie e con i denti quello che ha costruito, etc.
Individuiamo
quindi le competenze sulle quali costruire il profilo di un Quadro in grado di
aiutare e di supportare i capi, chiamati a quei compiti che spero di aver
evidenziato nella prima parte del mio ragionamento, cioè la capacità di essere
pro-vocatori, e-vocativi e con-vocativi.
Ho diviso in 4
famiglie le competenze trasversali che un adulto che ha la funzione di quadro
deve avere per essere di supporto ad altri.
Le competenze
emozionali:
- fiducia in se
stesso: se non sei nessuno nella vita e se è solo attraverso lo scautismo che
riesci a sentirti realizzato, hai sbagliato, non è il posto per te! Lo
scautismo non è il luogo dove puoi venirti a rifugiare.
Qui la Zona deve
fare un lavoro e sviluppare una forte attività di conoscenza per capire a fondo
le motivazioni dei propri capi.
- la capacità di
visione a lungo raggio che un Quadro non può non avere, perché in teoria,
lasciato un po’ più libero dall’urgenza dei ragazzi, ha il dovere di guardare
lungo.
Come si fa a
guardare lungo? Essendo costantemente connessi alla realtà (internet e non
solo) e sapendo capire cosa sta arrivando (incoming).
Le competenze
relazionali: disponibilità
ai rapporti interpersonali.
Un quadro non può
dire: ragazzi, lo sapete che ho un brutto carattere… allora non lo fai il
quadro! Non è obbligatorio!
- Comunicazione
verbale, deve saper parlare;
- convincimento e
persuasione, che non è manipolazione, cioè capacità di portare argomenti a
supporto e conoscendo il tuo interlocutore;
- capacità di
parlare in pubblico;
- gestione dei
gruppi e delle riunioni. È vero che molti di noi hanno imparato cosa è una
riunione proprio agli scout, ma una cosa è una riunione tra ragazzi e una cosa
è tra adulti.
In una riunione io
so già con quale risultato voglio uscirne e so già qual è il margine di
negoziazione che intendo accettare.
Una riunione non è
mettere insieme un gruppo di persone e “quello che esce vediamo” … quello è
un’altra cosa, è un brain storming.
Ma se si tratta di
una riunione operativa, devo aver in mente cosa ne deve venire fuori e il
livello sotto il quale non sono disposto a cedere.
- Impostazione e
conduzione del gioco di squadra: ci sono degli straordinari responsabili di
zona (io l’ho fatto per otto anni) che alla fine dicono: “beh, se faccio da
solo faccio meglio”, perché la complessità è tale che preferisci sovraccaricare
te stesso, perché fai prima, piuttosto che coinvolgere i componenti del
comitato.
Dovresti sapere,
perché prima di essere un quadro sei un capo, che quelli che non coinvolgi non
solo sono risorse che non usi, ma prima o poi te li ritroverai pure contro.
Queste cose non sono innate, si imparano proprio come abbiamo imparato a fare
nodi, costruzioni, a leggere tracce, a fare educazione.
- La capacità di
cogliere iniziative e opportunità; quella capacità di vedere nel mio territorio
dove ci sono opportunità di sviluppo, ma non perché devo sviluppare come un
buon militante la mia organizzazione e aumentare i censiti, ma dove
effettivamente lo scautismo è una risposta.
Ho il privilegio
di aver vissuto una esperienza in una grande comunità capi che si voleva un
bene dell’anima, e che se ne vuole ancora adesso, che si è divisa per amore. Se
siamo tanti, dobbiamo regalare lo scautismo ad altri ragazzi.
Devi avere la
capacità da quadro di dire chiaramente a delle Co.Ca ipertrofiche “guarda che lo scautismo devi
portarlo lì”, perché B.P. non va a Eaton a reclutare scouts, ma va nelle strade
più periferiche della Londra di Dickens . Lo scautismo devi portarlo dove ce
n’è più bisogno e con più urgenza.
Le competenze
intellettuali:
- Deve sapere
individuare i problemi e li deve saper risolvere, deve conoscere tecniche di
problem solving ma soprattutto li deve saper saltare (problem shifting), cioè
deve capire quelli che sono falsi problemi. E poi deve avere delle competenze
di tipo gestionale e iniziativa.
Il Quadro è
comunque un leader, collegiale quanto volete, ma un leader.
Tenace e
realizzatore, adattabile e flessibile, deve saper operare con programmazioni
leggere.
Ricordo sempre
quando facevo il capo clan: stilavo un programma ma poi lo tradivo molto
volentieri, non consentivo al programma fatto a casa a tavolino, di impedirmi
di sfruttare occasioni che la strada offriva a me e a miei ragazzi.
Le competenze
organizzative:
- deve essere un
minimo esperto a utilizzare le risorse scarse quali il tempo, il denaro, la
disponibilità delle persone (che è sempre di tipo volontario) ecc.
- deve saper
programmare interventi complessi
- far dialogare mondi diversi e integrare conoscenze e relazioni
- capace di
raccordarsi con i livelli di responsabilità associativa
- capace di
intervenire in momenti di emergenza
- sa tutelare
l’immagine dell’Associazione
Che cosa vi dà
l’indicatore, l’idea, o meglio la conferma che si è passati da una
organizzazione orientata alla regola ad una organizzazione invece orientata
allo sviluppo?
Dal livello di
empowerment, cioè capacità di potere (potere in lingua italiana è un verbo e un
sostantivo, noi siamo più abituati a conoscere il sostantivo ma in realtà c’è
il verbo “potere”).
Allora qual è
l’organizzazione che vince? È
l’organizzazione che rilascia quote crescenti di potere, cioè fa enpowerment
individuale e organizzativo, lascia ambiti di esercizio di potere (verbo) e
quindi permette lo sviluppo della creatività e la libera osservazione di quei
segnali che non sempre sono chiari, anche se presenti ai bordi del sentiero.
Quindi indicatore
di una organizzazione vitale è il suo livello di enpowerment, dal livello
personale al livello organizzativo. Quindi dalla quantità di proposte e di
sperimentazioni che mi arrivano dalla provincia di Reggio Calabria, piuttosto
che dalla provincia di
Pordenone, capisco
se il mio sistema di regole funziona: se non mi arriva, mi interrogo sul mio
sistema di regole e comincio a chiedermi se forse il mio sistema di regole che
ci fa tutti perfettini, ci fa anche privi della capacità di volare oltre.
Concludo, ma vi
assicuro che mi piacerebbe continuare a lungo.
Qual è l’effetto
di un corretto management delle regole? È
lo sviluppo di un concetto che nel nostro paese non è abbastanza avanzato: il
concetto di “cittadinanza organizzativa”; siamo abituati al concetto di
cittadinanza attiva, che si esercita nel contesto sociale, mutuando alcuni
aspetti della cittadinanza.
La cittadinanza
organizzativa
Il concetto di
cittadinanza organizzativa, si sostanzia nel far sì che ciascuno viva la
presenza dentro la propria organizzazione, non importa se perché vi lavora o vi
presta volontariato, sentendola propria e quindi esercitando tutte quelle
azioni proprie dei contesti che si sentono come propri, a partire dal tipo di
contribuzione in termini di tempo, idee, creatività, risorse etc.….
Esattamente ciò
che non faresti in una organizzazione fortemente normata, dove le idee le tieni
gelosamente per te e ti limiti ad obbedire offrendo il minimo “sindacale”.
Se vuoi avere il
contributo della creatività delle persone in una organizzazione, devi creare un
clima per cui le persone siano ben liete di conferire la creatività, ricordando
che non si può
fissare in un contratto l’essere creativi.
Se vuoi che le
persone conferiscano quel dipiù che ciascuno di noi ha e lo conferiscano a
quell’organizzazione e non al di fuori di essa, devi creare le condizioni
perché ciò avvenga, altrimenti quel dipiù la persona lo giocherà altrove.
Gli individui
adulti, come i nostri capi e i nostri adulti, completano la propria formazione
nelle organizzazioni in cui vivono: se vivono in una organizzazione vitale che
si confronta e affronta le sfide, che cerca il risultato, che celebra il merito
conquistato con il sacrificio, che lo porta ad esempio, porteranno questo
contributo in ogni aspetto della propria vita e lo trasferiranno alla prole.
Noi abbiamo dei
ragazzi che a scuola sono bravi…
C’è un film
straordinario, “Cercando Forrester”, dove il giovane protagonista si vergogna
di essere uno scrittore in erba perché i suoi amici lo prenderanno in giro e allora
tiene nascosta per sé questa ricchezza.
Per caso troverà
poi un mentore che lo aiuterà a non sprecare il proprio talento.
Ebbene, abitiamo
una realtà in cui i nostri ragazzi vivono in un sistema che appiattisce e
scoraggia i più bravi e meritevoli e loro cercano di non apparire tali per non
essere esclusi.
Noi educhiamo ad
essere bravi e competenti e a testimoniarlo.
Lo scautismo ti
cambia la vita e, se non si traduce in testimonianza, evidentemente c’è
qualcosa che non funziona!
Se in un
questionario sull’amicizia o sulla legalità tu non sei in grado di distinguere
un questionario compilato da ragazzi scout da altri ragazzi, qualcosa non
funziona.
Non stiamo creando
il tatuaggio estivo, lavabile alla prima occasione.
Sapete cos’è un
vero tatuaggio? Si ottiene incidendo la pelle e poi versandovi il colore finché
non viene assorbito.
Noi incidiamo le
esistenze dei nostri ragazzi con le esperienze e dentro l’incisione versiamo la
proposta contenuta nei valori della Legge e della Promessa.
La vera educazione
è un tatuaggio, per cambiarla devi sovrapporne un’altra con lo stesso
procedimento. E questa è la crisi, perché la crisi viene da greco “crasi” che
vuol dire separazione, distacco da un mondo/modo che non esiste più e pista
verso l’inedito e l’ignoto.
Quindi crisi,
crasi, separazione, crisi, poi crescita.
Non c’è crescita
senza crisi, cioè senza separazione da ciò che eri e poi ancora crisi, crasi, crescita,
to cry, piangere, non c’è crisi senza passaggio doloroso, non c’è crisi senza
pagamento di un prezzo, senza l’abbraccio di una Croce, senza l’abbandono
dell’uomo vecchio che impedisce all’uomo nuovo di risorgere.