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lunedì 25 novembre 2019

A PROPOSITO DI BULLISMO ED ALTRO


PAPA FRANCESCO 
AI GIOVANI GIAPPONESI 

.... Grazie, Leonardo, per aver condiviso l’esperienza di bullismo e discriminazione che hai subito. Sono sempre di più i giovani che trovano il coraggio di parlare di esperienze come la tua. Ai miei tempi, quando ero giovane, non si parlava mai di cose come quelle che ha raccontato Leonardo. La cosa più crudele del bullismo scolastico è che ferisce il nostro spirito e la nostra autostima nel momento in cui abbiamo più bisogno di forza per accettarci e affrontare nuove sfide nella vita. A volte, le vittime di bullismo accusano addirittura sé stessi di essere stati obiettivi “facili”. Potrebbero sentirsi falliti, deboli e senza valore, e arrivare a situazioni molto drammatiche: “Se solo io fossi diverso...”. Paradossalmente, tuttavia, sono i molestatori, quelli che fanno il bullismo ad essere veramente deboli, perché pensano di poter affermare la propria identità facendo del male agli altri. A volte attaccano chiunque considerano diverso e che vedono come una minaccia. In fondo, i molestatori, quelli che fanno bullismo, hanno paura, sono dei paurosi che si coprono con la forza. E in questo – fate attenzione – quando sentite, vedete che qualcuno sente il bisogno di fare del male a un altro, di fare del bullismo su un altro, di molestarlo, quello è il debole. Il molestato non è il debole; è colui che molesta il debole, perché ha bisogno di farsi grande, forte, per sentirsi qualcuno. L’ho detto a Leonardo poco fa: quando ti dicono che sei obeso, digli: “È peggio essere magro come te”. Dobbiamo unirci tutti contro questa cultura del bullismo, tutti insieme contro questa cultura del bullismo, e imparare a dire: basta! È un’epidemia per la quale la migliore medicina la potete trovare voi stessi. Non è sufficiente che le istituzioni educative o gli adulti utilizzino tutte le risorse a loro disposizione per prevenire questa tragedia, ma è necessario che tra voi, tra amici, tra compagni, vi mettiate insieme per dire: No! No al bullismo, no all’aggressione verso l’altro. Questo è male! Non esiste un’arma più grande per difendersi da queste azioni di quella di “alzarsi” tra compagni e amici e dire: “Quello che stai facendo, il bullismo, è grave”.
Chi fa bullismo è un pauroso, e la paura è sempre nemica del bene, per questo è nemica dell’amore e della pace. Le grandi religioni - tutte le religioni che ognuno di noi pratica - insegnano tolleranza, insegnano armonia, insegnano misericordia; le religioni non insegnano paura, divisione e conflitto. Per noi cristiani: ascoltiamo Gesù che diceva sempre ai suoi seguaci di non avere paura. Perché? Perché se stiamo con Dio e amiamo con Dio i nostri fratelli, l’amore scaccia il timore (cfr 1 Gv 4,18). Per molti di noi – come ci hai ricordato, Leonardo – guardare alla vita di Gesù ci permette di trovare conforto, perché Gesù stesso sapeva cosa significa essere disprezzato e respinto, persino fino al punto di essere crocifisso. Sapeva anche cosa significa essere uno straniero, un migrante, uno “diverso”. In un certo senso – e qui mi rivolgo ai cristiani, e quelli che non sono cristiani lo vedano come modello religioso – Gesù è stato il più “emarginato”, un emarginato pieno di Vita da donare. Leonardo, possiamo sempre guardare a tutto ciò che ci manca, ma possiamo anche scoprire la vita che siamo in grado di dare e di donare. Il mondo ha bisogno di te, non dimenticarlo mai; il Signore ha bisogno di te perché tu possa dare coraggio a tanti che oggi chiedono una mano, per aiutarli a rialzarsi.
Vorrei dire a tutti una cosa che può essere utile nella vita. Guardare con disprezzo una persona, guardarla dall’alto in basso, è dire: “Io sono superiore e tu sei inferiore”. Ma c’è un solo modo lecito e giusto di guardare una persona dall’alto in basso: per aiutarla ad alzarsi. Se uno di noi – me compreso – guarda una persona dall’alto in basso con disprezzo, vale poco. Ma se uno di noi guarda una persona dall’alto in basso per tenderle la mano e aiutarla ad alzarsi, quest’uomo o questa donna è grande. Quindi, quando guardate una persona dall’alto in basso, chiedetevi: “Dove sta la mia mano? È nascosta o sta aiutandolo ad alzarsi?”. E sarete felici. D’accordo?
E questo comporta imparare a sviluppare una qualità molto importante ma sottovalutata: la capacità di donare tempo per gli altri, a ascoltarli, a condividere con loro, capirli. E solo così apriremo le nostre storie e le nostre ferite a un amore che ci possa trasformare e iniziare a cambiare il mondo che ci circonda. Se non doniamo, se non perdiamo tempo e “risparmiamo tempo” con le persone, lo perderemo in molte cose che, alla fine della giornata, ci lasceranno vuoti e storditi. Nella mia terra natale direbbero: ci riempiono di cose finché facciamo indigestione. Quindi, per favore, dedicate tempo alla vostra famiglia, dedicate tempo ai vostri amici, e anche a Dio, pregando e meditando, ognuno secondo la propria credenza. E se pregare vi risulta difficile, non arrendetevi. Una saggia guida spirituale disse una volta: la preghiera consiste principalmente nel rimanere lì. Stai fermo, fai spazio per far entrare Dio, lasciati guardare da Lui e Lui ti riempirà della sua pace.
E questo è esattamente ciò che ci ha detto Miki: ha chiesto come possono i giovani fare spazio a Dio in una società frenetica e focalizzata sull’essere solo competitivi e produttivi. È abituale vedere che una persona, una comunità o persino un’intera società possono essere altamente sviluppate all’esterno, ma con una vita interiore povera e ridotta, con l’anima e la vitalità spente; sembrano bambole già fatte che non hanno niente dentro. Tutto per loro è noioso. Ci sono giovani che non sognano più. È terribile un giovane che non sogna, un giovane che non fa spazio al sogno, per far entrare Dio, per far entrare i desideri ed essere fecondo nella vita. Ci sono uomini e donne che non sanno più ridere, che non giocano, che non conoscono il senso della meraviglia e della sorpresa. Uomini e donne che vivono come zombi, il loro cuore ha smesso di battere. Perché? A causa dell’incapacità di celebrare la vita con gli altri. Ascoltate questo: voi sarete felici, sarete fecondi se conservate la capacità di festeggiare la vita con gli altri. Quanta gente nel mondo è materialmente ricca, ma vive come schiava di una solitudine senza eguali! Penso alla solitudine che sperimentano tante persone, giovani e adulti, delle nostre società prospere, ma spesso così anonime. Madre Teresa, che lavorava tra i più poveri dei poveri, una volta disse una cosa che è profetica, una cosa preziosa: “La solitudine e la sensazione di non essere amati è la povertà più terribile”.
Forse ci fa bene domandarci: Per me, qual è la povertà più terribile? Quale sarebbe per me il grado di povertà più grande? E se siamo onesti ci rendiamo conto che la povertà più grande che possiamo avere è la solitudine e la sensazione di non essere amato. Capite? È troppo noioso il discorso o posso andare avanti?... È noioso? [I giovani: “No!”] Manca poco.
Combattere questa povertà spirituale è un compito a cui siamo tutti chiamati, e voi, giovani, avete un ruolo speciale da svolgere, perché richiede un grande cambiamento nelle nostre priorità, nelle nostre scelte. Implica riconoscere che la cosa più importante non è tutto ciò che possiedo o che posso acquistare, ma con chi posso condividerlo. Non è così importante concentrarsi e domandarsi perché vivo, ma per chi vivo. Imparate a farvi questa domanda: non per cosa vivo, ma per chi vivo, con chi condivido la mia vita. Le cose sono importanti, ma le persone sono indispensabili; senza di esse ci disumanizziamo, perdiamo il volto, perdiamo il nome e diventiamo un oggetto in più, forse il migliore di tutti, ma sempre un oggetto; e noi non siamo oggetti, siamo persone. Il libro del Siracide dice: «Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, ha trovato un tesoro» (6,14). Ecco perché è sempre importante chiedersi: «“Per chi sono io?”. Tu sei per Dio, senza dubbio. Ma Lui ha voluto che tu sia anche per gli altri, e ha posto in te molte qualità, inclinazioni, doni e carismi che non sono per te, ma per gli altri» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 286), da condividere con gli altri. Non solo vivere la vita, ma condividere la vita. Condividere la vita.
E questo è qualcosa di bello che puoi offrire al mondo. I giovani possono dare qualcosa al mondo. Testimoniate che l’amicizia sociale, l’amicizia tra di voi è possibile! La speranza in un futuro basato sulla cultura dell’incontro, dell’accoglienza, della fraternità e del rispetto per la dignità di ogni persona, specialmente verso i più bisognosi di amore e comprensione. Senza bisogno di aggredire o disprezzare, ma imparando a riconoscere la ricchezza degli altri.
Una riflessione che può aiutarci: per mantenerci fisicamente vivi, dobbiamo respirare, è un’azione che eseguiamo senza accorgercene, tutti respiriamo automaticamente. Per rimanere vivi nel senso pieno e ampio della parola, dobbiamo anche imparare a respirare spiritualmente, attraverso la preghiera, la meditazione, in un movimento interno, attraverso il quale possiamo ascoltare Dio, che ci parla nel profondo del nostro cuore. E abbiamo anche bisogno di un movimento esterno, col quale ci avviciniamo agli altri con atti di amore, con atti di servizio. Questo doppio movimento ci permette di crescere e di riconoscere non solo che Dio ci ha amato, ma che ha affidato a ciascuno di noi una missione, una vocazione unica e che scopriremo nella misura in cui ci doniamo agli altri, a persone concrete...... "

Papa Francesco, Tokio 25 novembre 2019 



lunedì 6 maggio 2019

AGESCI. LA SCELTA DI ACCOGLIERE

Qui trovate il documento sul tema dell’accoglienza approvato all’unanimità al Consiglio Generale AGESCI 2019, organo legislativo dell’Associazione, che si riunisce una volta l’anno per deliberare sui temi di indirizzo associativo.
Il 45° Consiglio generale si è riunito a Bracciano, dal 25 aprile al 28 aprile. Hanno partecipato circa 350 capi scout provenienti da tutte le regioni d’Italia.
Il titolo dell’incontro di quest’anno è stato dedicato, appunto, a “La scelta di accogliere”.







lunedì 14 gennaio 2019

MIGRANTI: AIUTARE GLI ALTRI IN OGNI CIRCOSTANZA


 “…il principio fondamentale della Legge Scout esclude risolutamente l'egoismo e spalanca la porta alla buona volontà ed al servizio verso il prossimo”


                          (Baden-Powell, da “La strada verso il successo”)

Come Federazione Italiana dello Scautismo siamo colpiti da quanto accaduto in queste ore - e, più in generale, in questa epoca - nei nostri mari e di fronte alle nostre coste.

Il servizio educativo rappresenta per noi da sempre una grande e bellissima sfida: amare i giovani, accompagnandoli nel loro percorso di crescita ad essere persone libere e felici. È una missione che viviamo accanto a ragazzi di ogni estrazione sociale, di ogni religione, di ogni provenienza geografica. È un servizio a cui rimaniamo fedeli e che gratuitamente continuiamo a portare avanti con il sorriso, perché “l’egoismo è la radice della tristezza”, scriveva il fondatore dello scoutismo Baden-Powell.

Le storie di disperazione che ci raggiungono attraverso i media, e ancora prima nella testimonianza dei tanti gruppi scout che vivono nei territori maggiormente coinvolti dai fenomeni migratori, ci sconvolgono per la loro drammaticità.

Di fronte a tutto questo ci sentiamo chiamati a ribadire la fedeltà alla nostra promessa scout, rinnovando l’impegno che da sempre cerchiamo di portare avanti come cittadini: aiutare in ogni modo possibile coloro che si trovano in uno stato di bisogno o in difficoltà. Senza nessuna volontà di appiattimento culturale, e senza temere le diversità.

Questo approccio non è né ideale né tantomeno ideologico, ma nasce dalla nostra concreta esperienza educativa e dall’adesione ad una vera fratellanza internazionale.

Ci siamo riconosciuti nell’invito rivolto alla nazione dal Presidente della Repubblica, di costruire “comunità di vita”: sono comunità di vita reale e fraterna quelle che sanno generare sogni nei bambini e nei ragazzi con cui quotidianamente ci confrontiamo.

Siamo adulti testimoni di come i giovani sappiano vivere con sincerità l’amicizia e la fratellanza internazionale: lo abbiamo potuto riconoscere ad esempio durante i “Jamboree”, incontri tra giovani scout provenienti da tutte le parti del mondo.

Crediamo che da paese a paese possa cambiare il colore della pelle, dei fazzolettoni che portiamo al collo, del credo religioso: a non cambiare è la convinzione che ad una vera e leale fratellanza non esista, per la nostra umanità, un’alternativa.

Per tutto questo, come Scout e cittadini, continueremo ad impegnarci per lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Vogliamo contribuire con il nostro servizio educativo ad essere sentinelle di speranza, affinché il nostro Paese senta propria la sfida di avere uno sguardo coraggioso per trasformare in opportunità di rinnovata umanità ciò che oggi la paura fa apparire come un problema.
  
Federazione Italiana dello Scautismo

mercoledì 20 giugno 2018

IL RIFUGIATO, UNA PERSONA da accogliere e da valorizzare

AL RIFUGIATO .... NON E' UN FILM!

Al rifugiato

Vorrei essere io la tua terra per accoglierti come madre
ospitarti tra le mie fronde come fa il ciliegio
con i passeri.

Vorrei darti il mio pane preparato per te
con le mie lacrime per te e per i tuoi fratelli
orfani di patria.

Vorrei vorrei... quante cose vorrei per questo venti giugno
tenerti dentro  protetto dai pensieri
che ho i miei frutti per te.

Che me ne faccio del coraggio se non posso dartelo
o dei miei anni che non ti costruiranno un tetto
ma solo un nuovo cielo.

Vorrei essere il tuo pane il tuo coraggio e il tuo tetto
la tua nuova patria  
cittadino del mondo.

(Giacomo Colosio)

sabato 16 giugno 2018

A PROPOSITO DELL'AQUARIUS E DEI SUOI "OSPITI .... IN CROCIERA"

Il sacrilegio contro l’uomo 

e la vicenda dell’Aquarius

Ci sono cose che è difficile spiegare a chi non le capisce da solo. Il pudore dell’umano, il senso profondo della dignità di ogni persona, soprattutto dei più deboli, dei più poveri, degli emarginati, è tra queste. In questi giorni, segnati dalle accese discussioni sulla vicenda della nave Aquarius, ho sperimentato la difficoltà di farmi capire da tanti – ormai la maggioranza – che inneggiavano alla scelta di Salvini, salutata come un gesto finalmente deciso, dopo tanto “buonismo” dei governi passati, e come un passo verso un’Europa finalmente corresponsabile nell’accoglienza.
Veramente la difficoltà è già sorta quando si è trattato di stabilire i puri e semplici dati di fatto che fanno da cornice. Eccone alcuni.
Una ossessiva campagna condotta con successo in questi ultimi anni dalla Lega ha dato luogo alla leggenda di un’invasione incontrollata di stranieri sul nostro territorio nazionale, a cui bisognava immediatamente reagire con un blocco assoluto. La mossa di Salvini è sembrata così la logica risposta a una emergenza.
Ma, se si guardano le statistiche più recenti, risulta che in Italia gli stranieri sono l’8,3% della popolazione, contro l’8,6% dell’Inghilterra, il 9,5% della Spagna, il 10% della Germania, l’11,7% del Belgio
Se dal discorso generale sugli stranieri si passa a quello più specifico sui rifugiati per motivi politici, apprendiamo dai dati ufficiali che in tutti questi anni il nostro paese ne ha accolti circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), sono 186mila, ovvero il 50% in più che in Italia; in Germania (82 milioni di abitanti) 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia…
L’emergenza, questa è la verità, non è mai esistita. Come non esiste la minaccia per la nostra economia, sbandierata da giornali come «Libero», che, ai primi di maggio 2016, titolava «Gli immigrati fanno fallire l’Inps». Sopra, l’“occhiello”: «Bomba sulle pensioni».
A fronte di queste affermazioni, giovedì 20 luglio 2017, davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha fornito i dati ufficiali relativi agli effetti della presenza degli stranieri sul nostro mercato del lavoro e sul nostro sistema pensionistico.
«Gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e di altre prestazioni sociali». «Quindi» – ha puntualizzato Boeri – «con un saldo netto di 5 miliardi per le casse dell’Inps».
Poiché un numero considerevole di immigrati, dopo aver pagato i contributi, lascia l’Italia senza godere della pensione, non solo la loro presenza non costituisce per il nostro sistema previdenziale una perdita, ma diventa una risorsa: «Ogni anno i contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro». «Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni».
Più in generale – ha continuato Boeri – , «tutti gli studi scientifici sull’impatto fiscale dell’immigrazione concludono che l’impatto è positivo. Il totale delle entrate che arriva dagli immigrati supera, seppur di poco, 1,2 miliardi di euro il totale delle uscite per l’immigrazione».
Il problema, se mai, è che le leggi repressive attualmente in vigore, rendono difficile l’uscita dalla clandestinità, senza cui il lavoro viene svolto “in nero”, ostacolando così gli effetti positivi che si sono detti. È su questo, ha detto il presidente dell’Inps, che si deve agire, aumentando le opportunità di regolarizzazione.
Quanto alla tesi, con cui la Lega e Forza Italia ci martellano da anni, secondo cui gli stranieri “rubano” il lavoro agli italiani, Boeri ha sottolineato che «i lavoratori che sono stati regolarizzati con le sanatorie non hanno sottratto opportunità ai loro colleghi». Infatti, l’effetto di sostituzione «è molto piccolo e riguarda unicamente i lavoratori con qualifiche basse. Non ci sono invece effetti per i lavoratori più qualificati, né in termini di opportunità di impiego né di salario».

Da qui la conclusione del presidente dell’Inps, in clamorosa controtendenza rispetto all’idea diffusa: «Proprio mentre aumenta tra la popolazione autoctona la percezione di un numero eccessivo di immigrati, abbiamo sempre più bisogno di migranti che contribuiscano al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale». Non si tratta, insomma, di bloccare l’ingresso degli stranieri, ma di regolarizzarli, in modo che contribuiscano al nostro sviluppo.
Ma – obiettano alcuni sostenitori del governo in questi giorni – la chiusura dei nostri porti all’Aquarius non è stata altro che una provocazione – peraltro riuscita – per spingere l’Europa ad aprire le proprie frontiere. Già…così ha detto Salvini. Ma come mai la sua scelta è stata lodata con entusiasmo – «Finalmente!» – dal sua grande alleato, il premier ungherese Orban, il quale finora si è segnalato per la sua totale opposizione a ospitare perfino la quota di stranieri assegnatagli dall’Unione Europea (ricevendo a sua volta pieno appoggio, per questo, dallo stesso Salvini)?
«Aiutiamoli a casa loro!», ha ripetuto il nostro energico ministro degli interni, per assicurare che la sua posizione non indicava alcun rifiuto di solidarietà. Il guaio è che nei lunghi anni in cui la Lega è stata al governo, insieme a Berlusconi, la quota di bilancio destinata dall’Italia ai Paesi svantaggiati è progressivamente diminuita fino a toccare minimi storici!
Un ultimo fatto, significativo per la “cornice” di quello che è successo in questi giorni. Tutti abbiamo presente la grinta di Salvini, uomo della strada legittimamente arrabbiato (il termine giusto sarebbe un altro) con i governi della sinistra, che non hanno reagito alle inique imposizioni europee.   
Ma questo sanguigno contestatore del passato si è dimenticato di dire che i nostri governi erano vincolati dalla convenzione di Dublino, del 2003, che rendeva il paese di prima accoglienza responsabile dell’asilo di un rifugiato. Già allora non ci voleva un genio per capire che un simile regolamento penalizzava le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Italia. Ma il trattato è stato firmato lo stesso, masochisticamente, dal governo italiano, presieduto allora da Silvio Berlusconi e con tre ministri della Lega. Forse dovremo essere noi italiani arrabbiati (il termine giusto sarebbe un altro) con Salvini…
Ma eccoci finalmente alla difficoltà di far capire agli altri qualcosa di difficilmente esprimibile (ma come stupirsene, se neppure sui fatti oggettivi riusciamo a intenderci?). Perché ciò che mi ha più colpito non sono le menzogne, volte a far apparire gli immigrati degli invasori. Non è neppure la violazione, da parte di Salvini (dovrei dire da parte di Conte, ma lui non c’è…), della Convenzione di Ginevra del 1951, che tutela i rifugiati politici. So bene che queste cose sono in sé più gravi, ma a me ha colpito soprattutto il disprezzo nei confronti del dolore e dell’angoscia di queste persone.
Un disprezzo già manifestato nella frase sarcastica pronunciata da Salvini, in mezzo a una folla delirante di sostenitori, all’assunzione del suo incarico di ministro: «Migranti, è finita la pacchia!». Dette in riferimento a uomini e donne che nella stragrande maggioranza lavorano come bestie dodici ore al giorno per salari di fame (anche grazie alla legge Bossi-Fini voluta dalla Lega, che li mette nelle mani dei padroni), queste parole mi hanno ferito come un sacrilegio. Contro l’uomo e dunque contro Dio.
Lo stesso disprezzo è stato ribadito, dopo il respingimento dell’Aquarius, quando hanno detto al ministro che la nave – con il suo carico di rottami umani, reduci dalla traversata del deserto e dai campi di concentramento libici, che venivano a chiederci di condividere le briciole del nostro consumismo – , a causa della sua decisione sta affrontando il mare grosso: «Se hanno problemi, sono fatti loro», è stato il commento. E ha aggiunto: «Andranno in Spagna? Certo. Non possono decidere dove cominciare e finire la crociera». Ha detto così: «la crociera». E io mi sono vergognato di non essere su quella nave sbattuta dalle onde.
Giuseppe Savagnone

pubblicato in : http://www.tuttavia.eu/