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giovedì 21 gennaio 2021

GIOVANI. IN AUMENTO I TENTATIVI DI SUICIDIO


Stefano Vicari, Bambin Gesù: "Posti letto occupati al 100% da tentativi di suicidio, non mi era mai successo. Al pronto soccorso un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’"

di Ilaria Betti

 

Via l’immagine dei fannulloni sdraiati sul divano con il cellulare. I giovani, che da quasi un anno vivono la pandemia, stanno soffrendo. E anche molto. A dimostrarlo è un dato condiviso da Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma: i tentativi di suicidio e autolesionismo sono aumentati del 30%. “Dal mese di ottobre ad oggi, quindi con l’inizio della seconda ondata, abbiamo notato un notevole rialzo degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, nel 90% sono giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita - ci spiega -. Se nel 2019 gli accessi al pronto soccorso erano stati 274, nel 2020 abbiamo superato quota 300. Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni, di media, eravamo al 70 per cento. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo. Al pronto soccorso si registra un ricovero al giorno per ‘attività autolesionistiche’”.

Tutta colpa della pandemia?

“Stiamo assistendo a due fenomeni: da una parte, abbiamo gli adolescenti che per autoaffermarsi diventano aggressivi, fanno male agli altri, fanno male ai genitori, si tagliano, diventano intrattabili. Dall’altra, abbiamo i giovani che si chiudono a riccio, si rifugiano nel loro mondo e nella loro stanza e non sappiamo se avranno voglia di uscire fuori da questo guscio, una volta passata la tempesta. Il fatto è che la pandemia sta facendo aumentare lo stress e lo stress facilita la comparsa di una serie di disturbi, principalmente disturbi d’ansia, disturbi del sonno e depressione. Aumentano per una serie di fattori: prima di tutto, c’è la paura di ammalarsi che i bambini e i ragazzi ‘respirano’ dentro casa. Poi c’è l’assenza del gruppo dei coetanei che fa da ammortizzatore. Un adolescente - lo siamo stati tutti e lo sappiamo benissimo - parla poco con mamma e papà. Se deve raccontare un problema preferisce confrontarsi con un amico, con il compagno di banco. Questa interazione in presenza non c’è più e a distanza non è la stessa cosa”.

Perché si reagisce con l’autolesionismo?

“L’autolesionismo esiste da sempre: il 20% degli adolescenti in Italia e il 25% in Europa si fa del male, si taglia, si infligge un danno fisico intenzionalmente. Tra le attività di autolesionismo c’è anche il tentativo di suicidio che è la seconda causa di morte per i giovani tra i 10 e i 25 anni dopo gli incidenti stradali. Questo fenomeno è sempre esistito, ma da ottobre si è acutizzato. Si tratta principalmente di tagli negli avambracci, nelle braccia, nelle gambe. Molti ragazzini ci dicono che lo fanno perché si sentono attanagliati da un malessere psicologico ed è come se il male fisico li liberasse dal dolore interiore”.

Quanti sono i posti letto dedicati alla psichiatria dei minori in Italia?

“Da questo punto di vista c’è un problema troppo spesso sommerso: sebbene il 20% degli adolescenti soffra di un disturbo mentale, i posti letto complessivi in Italia sono soltanto 92. Qui al Bambin Gesù ce ne sono otto, ma ci sono regioni che non ne hanno neanche uno. Si tratta di una vera e propria emergenza, calcolando che il numero di tentati suicidi e autolesionismo si sta alzando. Dove non ci sono posti, i giovani vengono ricoverati in pediatria - accanto magari al bimbo con la bronchite - o in strutture dedicate agli adulti, dove la permanenza non è di certo facile. I disturbi psichiatrici e la loro cura passano ancora in secondo piano. Basti pensare che, sebbene i disturbi psichiatrici siano più frequenti in età evolutiva, i pediatri non studiano psichiatria nel loro percorso di formazione”.

La mancanza della scuola in presenza ha un ruolo nell’aumento degli episodi di autolesionismo e tentati suicidi?

“Sono convinto che sia proprio l’assenza della scuola ad aver ‘pesato’ così tanto sugli adolescenti. Continuiamo a pensare che la scuola sia solo didattica: questo è un errore gravissimo. La scuola non può essere vista come luogo di preparazione al mondo del lavoro ma come luogo di formazione del carattere e della conoscenza. All’interno della scuola si cresce culturalmente, ma non solo. Ci si riscatta, ci si afferma. Anche chi appartiene a contesti umili, tramite la scuola può studiare e riscattarsi. Se la scuola non c’è, l’affermazione di sé passa attraverso valori negativi: le risse per strada, l’autolesionismo, i litigi violenti, con compagni e genitori. I giovani hanno necessità di ribellarsi, ma più riduciamo gli spazi di possibile ‘deragliamento’, gli spazi in cui possono infrangere le regole sotto lo stretto controllo dell’adulto - come appunto, le scuole - più queste ribellioni diventano violente”.

Cosa ne pensa di chi dice che i giovani non stiano soffrendo in questa pandemia perché “non stanno mica combattendo la guerra”?

“Penso che si sbagli di grosso. Ai ragazzi è stato chiesto di fare uno sforzo enorme in questi mesi: allontanarsi dai propri compagni, dalla propria routine, da tutto quello che prima costituiva il loro mondo. Chi ha gli strumenti giusti, ovvero risorse economiche, famiglie solide alle spalle, può cavarsela. Ma chi vive in periferia, in contesti poveri con genitori con rapporti conflittuali: ecco, per questi giovani la permanenza in casa non è così facile. Sono costretti a cercare altre valvole di sfogo”.

Cosa si può fare per invertire la rotta?

“In questa emergenza i giovani sono stati dimenticati: devono invece essere rimessi al centro dell’attenzione del mondo, politico e non, per il semplice fatto che saranno loro gli adulti di domani. Dobbiamo supportarli e dotare di strumenti per affrontare questo momento storico anche quei ragazzi che risorse non ne hanno. Dovremmo poi lavorare su ciò che rinforza la salute mentale, cioè famiglia e scuola, e potenziare le strutture psichiatriche sul territorio, dato che le Asl hanno impoverito fortemente i servizi di neuropsichiatria infantile. La buona notizia è che dalle malattie mentali si guarisce. Il genitore di un figlio con malattia mentale fa fatica ad accettarla perché in qualche modo se ne dà la colpa. Un papà con la figlia anoressica non va dallo psichiatra perché crede di essere stato un cattivo padre. La malattia mentale fa paura, ma solo affrontandola senza pregiudizi si può sconfiggere”.

 

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The young hope. "I giovani da soli nel lockdown hanno trovato risorse impreviste" (di I. Betti)

 

 Fonte


mercoledì 8 gennaio 2020

ADOLESCENZA ZERO. HIKIKOMORI, CUTTERS, ADHD e la CRESCITA NEGATA

Gioventù bruciata nell’era dei farmaci

Sos della psicoanalista Laura Pigozzi, autrice di “Adolescenza zero”: «Siamo di fronte a una torva medicalizzazione della crescita, oggi a ogni disagio anziché con l’ascolto e il confronto si risponde con il farmaco»

Intervista di Luce Miele

Ragazzi che si auto segregano in casa, altri che ripiegano su se stessi fino a disanimarsi, altri ancora che si infliggono ferite, incidendosi la pelle. Se – come scrive Laura Pigozzi, psicoanalista, musicoterapeuta e insegnante di canto, nel suo Adolescenza zero. Hikikomori, cutters, ADHD e la crescita negata, Edizione Nottetempo, pag. 256, euro 17) – «ogni adolescente è un migrante per definizione, è colui che migra dallo stato infantile a quello adulto», oggi questa migrazione appare sempre più sfibrata, insidiata, minacciata. E quel «passaggio mortale», nel quale il bambino depone il suo corpo per diventare adulto, rischia di non avvenire.
In Adolescenza zero scrive che il «bambino è il sintomo della sua famiglia». Cosa ci racconta il disagio dei ragazzi? Che tipo di dinamiche familiari testimonia?
Oggi la famiglia è interessata da una mutazione genetica. Dentro questo riassetto, i ruoli genitoriali sono evaporati. Non ci sono più adulti, l’intero nucleo familiare si è infantilizzato. Per seguire i figli, i genitori stanno rinunciando al loro ruolo di guida. Non solo. L’asse della famiglia si è drammaticamente spostato: dalla coppia madre-padre a quella madre-figlio. Il risultato è che il padre viene sempre più marginalizzato, estromesso dall’educazione dei figli. E quella del «padre materno» è una stortura che conferma, anziché contestarla, questa mutazione.
Leggendo la geografia del disagio giovanile che lei traccia, si ha la sensazione di essere davanti al fallimento delle due agenzie educative che dovrebbero incaricarsi della cura dei ragazzi: scuola e famiglia. Sono due crisi intrecciate? Una è lo specchio dell’altra?
La famiglia si sta trasformando in un’agenzia di protezione. Come tale deborda, invadendo lo spazio della scuola. La famiglia pretende di annettersi il campo educativo. Sono sempre più frequenti i casi dei genitori che contestano gli insegnanti, entrando nel merito dei contenuti scolastici. Un’invasione che non si riesce a contenere perché la scuola non può permettersi di perdere alunni e, per non perdere alunni, deve accaparrarsi i genitori, tenerseli stretti. È una logica mercantile. Il risultato è che la scuola subisce la stesso processo della famiglia: si infantilizza. Ma offrendo ai ragazzi una protezione continua, viene preclusa loro ogni possibilità di crescita. È quella che chiamo «la pedagogia della protezione». Siamo impegnanti in un’opera di soccorso continua e pervasiva. I ragazzi così non solo non corrono e, se corrono, corrono con le stampelle, ma faticano anche a camminare. È un pericolo grave che minaccia il futuro. È una crisi anche più grave di quella ambientale.
Questa adesività dei genitori al corpo dei figli come si spiega? È una conseguenza dell’eclissi della famiglia tradizionale?
Il benessere dei genitori dipende oggi dal consenso dei figli. Siamo diventati dei vampiri: ci nutriamo del loro benessere, lo assorbiamo, lo prelogicatendiamo. Questo fenomeno non riguarda solo le famiglie monoparentali, nelle quali un solo genitore “amministra” la legge. Ma anche nelle famiglie più numerose la regola spesso non cambia. È un genitore, e uno solo, a dettare legge: la madre. È il plusmaterno. Ma il plusmaterno non è il trionfo della maternità ma la sua sconfitta. È un eccesso di materno che si traduce nel suo fallimento. Perché, ricordiamolo, la finalità ultima del materno è gestire l’assenza, la propria. Un figlio non nasce per soddisfare i nostri bisogni, la sua vocazione non è quella di gratificarci ma quella di diventare adulto.La sua vocazione è esplorare,
sperimentare il nuovo, cadere, farsi male, rialzarsi, inventare, congedarsi dai genitori, aprirsi al mondo.
Oggi i ragazzi sono soffocati dalle cose. Questa iper presenza delle cose non rischia di uccidere il desiderio?
Il soddisfacimento ottunde il pensiero. Il desiderio nasce, invece, dalla mancanza, dal vuoto, dalla fatto che manca qualcosa. Ma l’ansia di controllo dei genitori tende a riempire i ragazzi di oggetti. Si tratta di un’acquiescenza al sistema capitalistico e alla sua dell’eccesso.
La ribellione dei ragazzi ci spiazza. È come se noi adulti non sapessimo accettarla, vogliamo che tutto sia levigato, morbido, piatto. La rimozione del conflitto cosa ci dice?
Oggi gli adolescenti sono sempre più mimetici. Non confliggono più con i genitori, ma con se stessi. I sintomi di cui sono portatori preferiamo ignorarli. Se un ragazzo va male a scuola ci sta dicendo qualcosa. Il dislessico ci sta dicendo che nella sua famiglia esiste un disordine. Non stiamo più insegnando ai nostri ragazzi come si litiga. Nelle famiglia il conflitto è azzerato. Ma se il conflitto viene rimosso, esso riemerge come distruttività. Stiamo capovolgendo la storia del mondo che è una ininterrotta storia di conflitti tra le generazioni. Si cresce opponendosi. Non potendo più opporsi, i ragazzi configgono con se stessi. È impressionante la distruttività che portano dentro e che spesso si scarica sugli oggetti, sulle cose, perché manca un bersaglio vero.
Nel suo libro scrive che è in atto una sorta di psichiatrizzazione dell’infanzia. Tutto quello che fuoriesce dalla norma, viene ascritto al patologico. Come si spiega questo fenomeno?
Siamo dinanzi a una medicalizzazione torva: a un disagio si risponde con un farmaco. Se il sintomo parla, con il farmaco non lo si ascolta, lo si zittisce. Stiamo tornando a essere dei barbari: nel Rinascimento l’uomo era al centro delle dinamiche sociali, era generativo, creativo, oggi invece stiamo retrocedendo a una sorta di uomo-macchina deresponsabilizzato che, si pensa, possa essere riparato solo con il farmaco. E purtroppo questo assunto sta conquistando l’infanzia. Curare i sintomi dei bambini con gli psicofarmaci significa una cosa sola: non aver capito niente dell’infanzia. Significa non riconoscere due cose incontrovertibili. Primo: la struttura psichica dei bambini non è rigida od ossificata, ma fluida, in continua formazione. Secondo: significa non riconoscere al bambino, e all’essere umano in generale, la capacità di auto-ripararsi. Ecco la grande differenza tra il metodo farmacologico, oggi imperante, e quello praticato nella psicoanalisi. La psicanalisi chiede all’individuo quale sia la sua responsabilità. Perché è nella responsabilità che si diventa adulti.




martedì 10 gennaio 2017

GENDER a SCUOLA.

Spettacoli gender a scuola:
 ecco perché sono dannosi

Secondo il pedagogista Furio Pesci, lo smarrimento dell’adolescente riguardo alla propria identità sessuale è una normale e frequente fase della crescita e va lasciata al proprio corso: il ragazzo arriverà comunque alla sua maturazione

di Luca Marcolivio

Maria Montessori sosteneva che la vera maturità di una persona si riscontra quando un giovane, arrivato alla fine dell’adolescenza, inizia a porsi come meta la costruzione di una famiglia. Dovrebbe essere anche questo uno degli obiettivi più o meno espliciti della scuola, laddove, però, di questi tempi, il sistema scolastico italiano sta proponendo progetti pedagogici che sembrano andare in tutt’altra direzione. A ribadirlo in un’intervista a ZENIT è Furio Pesci, professore associato di storia della pedagogia all’Università La Sapienza di Roma e responsabile dell’équipe scientifica dell’associazione Non si tocca la famiglia.
Il professor Pesci è recentemente intervenuto nel dibattito sullo spettacolo Fa’Afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, in tour presso le scuole di tutta la penisola, che illustra la vicenda di un ragazzo gravemente incompreso dai suoi genitori e dai suoi compagni di scuola per le sue incertezze sulla propria identità sessuale. Lo spettacolo è stato incoraggiato dal MIUR nell’ambito della campagna contro l’omofobia e la discriminazione di genere.

Nel manifestare la sua contrarietà di pedagogista allo spettacolo, il professor Pesci è al fianco di molte associazioni senz’altro favorevoli alla condanna del “bullismo omofobico” ma non meno ferme sulla tutela della famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna e su un’educazione che valorizzi il più possibile le differenze sessuali.......