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giovedì 7 marzo 2019

I GIOVANI E IL FUTURO: IL RUOLO DEGLI ADULTI

La responsabilità 
di un patto 
tra generazioni

In Italia i giovani sono troppo pochi rispetto a quello che sarebbe economicamente, socialmente, culturalmente necessario. E quei pochi, talvolta, non hanno le competenze necessarie per operare nei settori tecnologicamente avanzati, ma sovente sono sottoutilizzati, impossibilitati a costruire un proprio progetto di vita, costretti – i più intraprendenti – ad andarsene. Il rapporto tra formazione, mercato del lavoro, mondo delle imprese e dei servizi è problematico. Ciò non sempre per i ritardi della scuola. In numerosi casi la struttura qualitativa della domanda di lavoro espressa dal sistema produttivo corrisponde solo in parte all’accresciuto livello di scolarizzazione e di conoscenze possedute. Non sempre c’è correlazione tra grado di istruzione e mansioni offerte. Un occupato su quattro – come evidenziato in un recente Rapporto Istat – è troppo istruito per i compiti svolti.
Ciò non significa ovviamente che il livello di capacità acquisite dai nostri giovani sia nel complesso soddisfacente specie se raffrontato a quanto si verifica altrove. La situazione in cui ci troviamo è paradossale. Siamo in presenza di una generazione di giovani molto più istruita rispetto a 20-25 anni fa, anche se ancora al di sotto della media europea. Pur tuttavia questa generazione di giovani guadagna molto meno degli adulti. Eppure i ragazzi di oggi hanno molti punti di forza. Sanno usare le Ict, conoscono le lingue, sanno muoversi nel mondo, non si stupiscono della diversità, credono nel merito e nella solidarietà. Il guaio è che questi giovani non hanno voce, non fanno sistema, non riescono ad attivare masse critiche. I giovani italiani dovrebbero avere le stesse condizioni e opportunità dei loro coetanei tedeschi e francesi.
Dietro i numeri delle statistiche sul mercato del lavoro giovanile ci stanno ragazzi e ragazze in carne e ossa con le loro storie, esigenze, aspirazioni, sogni, delusioni che rischiano di tradursi in rassegnazione e sfiducia. Questi giovani ci interpellano, aspettano delle risposte che tardano ad arrivare. Eppure il futuro del nostro Paese dipende da loro. Il ricambio generazionale – inteso come solidarietà costruttiva tra generazioni – è tra i fattori fondamentali dell’innovazione di cui tanto si parla.
La consapevolezza di tutto ciò è molto scarsa. La generazione che si trova nei posti di comando, ha largamente mancato alla sua responsabilità. Si è occupata solo di se stessa e ha saturato di merci e di consumi il paesaggio delle nuove generazioni. La relazione genitori-figli è stata, per così dire, monetizzata, senza preoccuparsi delle questioni di senso. E i giovani hanno finito per trovarsi soli e sfiduciati.
In questa prospettiva si impone la necessità di riprogettare nuovi e buoni legami tra le generazioni nei diversi contesti della vita sociale. Sono i legami che tengono in vita e aprono al progredire della storia. Le generazioni si susseguono, ma anche coesistono. Si aiutano all’interno della famiglia (la pensione dei nonni, la liquidazione del padre aiutano i nipoti e i figli a studiare, a mettersi in proprio) e sono talvolta contrapposte nella società (gli anziani tolgono il lavoro ai giovani, i figli sono più poveri dei padri). Mancano reali processi di cooperazione e di mutuo sostegno. C’è una grande povertà relazionale.
Ogni generazione ha bisogno dell’altra. Ognuna ha le proprie risorse che possono contribuire al bene e alla crescita di tutti. Perché ciò avvenga occorre creare le condizioni per un patto tra le generazioni. Sta alla politica proporsi l’obiettivo dell’equità e della solidarietà nelle creazione e nella distribuzione delle opportunità affinché, superando sterili contrapposizioni, si possano unire le forze per promuovere collaborazioni e sinergie in vista di una vita buona e duratura per tutti. In questa ottica sviluppo e lavoro dei giovani devono essere assunti in termini contestuali. Il lavoro dei giovani non deve venire dopo, come semplice e improbabile conseguenza. Al contrario costituisce elemento coessenziale dello sviluppo stesso. La prima cosa da fare è allora quella di guardare i nostri giovani con occhi diversi, non come un problema da risolvere, ma come una opportunità per rigenerare il nostro Paese dotandolo di quelle energie e di quelle spinte ideali che solo i giovani hanno se adeguatamente formati e responsabilizzati.
*Economista, professore emerito Università di Genova

da www.Avvenire.it

giovedì 6 settembre 2018

GIOVANI, L'ATTESA DI CRESCERE CON ADULTI CHE ASCOLTANO

 Un’educazione aperta ai sogni dei giovani

di Ernesto Diaco

     «Caro papa Francesco, sono Letizia, ho 23 anni e studio all’università. Vorrei dirle una parola a proposito dei nostri sogni e di come vediamo il futuro». L’aspetto principale che ha caratterizzato il cammino preparatorio del Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», in Vaticano dal 3 al 28 ottobre, è stata la ricerca di ascolto e di dialogo con gli stessi giovani. Anche il grande incontro fra papa Francesco e le migliaia di giovani italiani, giunti a Roma «da mille strade» nei giorni più caldi di agosto, ha subito preso la forma di un reciproco guardarsi e parlarsi senza barriere e timori reverenziali.
      Dopo Letizia, che ha scelto la facoltà universitaria seguendo le sue passioni e non gli inviti a considerare prioritarie le esigenze del mercato, nel corso del grande incontro al Circo Massimo dell’11 agosto è intervenuto Lucamatteo, anche lui con progetti più grandi di chi dovrebbe aiutarlo a realizzarli. Martina, 24 anni, ha confidato il suo sogno di costruire una famiglia senza aspettare un’indefinita realizzazione sul lavoro. Nelle parole di Dario, 27enne infermiere in un reparto di cure palliative, sono poi emerse le «grandi domande» su Dio, la morte, l’ingiustizia della sofferenza e della povertà. Accanto a ogni interrogativo, e nient’affatto in secondo piano, l’amara esperienza della delusione, accompagnata dalla richiesta esplicita di punti di riferimento «appassionati e solidali» e della testimonianza autentica di una Chiesa «che ci accompagni e ci ascolti».
      Il pensiero dei giovani su questo punto è chiarissimo: più che strategie, strumenti o metodi pastorali, chiedono persone. Adulti credibili disposti a spendere tempo con loro, offrendo ascolto e segni di fiducia. È una domanda rivolta alla famiglia, alla scuola, all’università, alla Chiesa. Rispetto ai loro coetanei di cinquant’anni fa, l’atteggiamento verso gli adulti sembra essersi rovesciato. Nel 2018, la 'rivoluzione' vogliono farla con i loro genitori, insegnanti, preti e datori di lavoro, non contro di loro.
         Lo notava di recente anche Umberto Galimberti, nel libro in cui aggiorna l’analisi di dieci anni fa sul nichilismo, l’ospite inquietante nella vita dei giovani. L’atmosfera che respirano resta pesante, spiega il filosofo, ma crolla il numero dei rassegnati. Non ci stanno a sentirsi dire continuamente che il loro futuro sarà più grigio di quello dei loro padri. Ciò che chiedono, continua, «sono insegnanti motivati e carismatici, perché si impara per fascinazione». E agli adulti dicono: «Non vi odiamo, anzi vi siamo riconoscenti se ci potete aiutare a realizzare quel che vogliamo diventare, perché un sogno ce l’abbiamo anche noi e non vogliamo vederlo spegnersi come si spengono le stelle cadenti».
U na volta riallacciato il dialogo, i temi sono quelli sollevati dai giovani del Circo Massimo: studio e lavoro, amore e famiglia, Dio.
      Dietro a tali questioni, non è difficile leggere un desiderio spesso inascoltato di identità, di relazioni, di partecipazione. «Santo Padre, con quali occhi possiamo rileggere tutto questo?», chiedevano l’11 agosto a chi appare loro come un interlocutore autorevole e affidabile, per ricevere da lui in cambio l’invito a rischiare un’umanità più fraterna e a «correre nella Chiesa», attratti dal volto di Cristo presente nell’Eucaristia e nella carne dei fratelli che soffrono.
È il metodo educativo di papa Francesco che, quando era vescovo, ha ideato una rete di scuole attorno alla triplice educazione della mente, del cuore e delle mani. L’intelletto, gli affetti, l’agire. Nel contesto della formazione ecclesiale dei giovani potremmo tradurlo in una sorta di alternanza tra parola, preghiera e servizio.
       Descritti dalle ricerche sociali in stand by rispetto alla fede religiosa, propensi cioè a rinviare l’argomento, come se non fosse cosa per la loro età, sono molti però i ragazzi che sfuggono alle etichette che si trovano appiccicate addosso, rovesciandole con la loro sete di incontri non superficiali e di orizzonti di vita più coraggiosi di quelli che offrono gli storereali e virtuali. I nostri giovani non sono affatto indisponibili a un cristianesimo di grazia e di libertà, di rischio e perfino disacrificio. Ma è difficile che questo fuoco divampi se non c’è qualcuno, magari una comunità, che glielo faccia conoscere al di là delle semplificazioni, e soprattutto sperimentare. A ben vedere, chi ha più paura oggi non sono i giovani. Anche davanti al Vangelo.
       Sì, è vero, sembra che la parola vocazione continui a incutere grande timore. Colpa però di una cultura e una società che tramano contro le decisioni definitive e incoraggiano relazioni a bassa intensità, dove essere liberi significa poter revocare ogni propria scelta. La folla delle solitudini che popola le nostre città non è colpa di Internet quanto di chi riduce l’amore all’alternativa estrema tra annullarsi completamente per l’altro oppure bramare di controllarlo e possederlo. La concretezza delle domande giovanili ricorda che tutto ciò che apprendiamo lo facciamo nostro grazie alla molla del desiderio e sul terreno dell’esperienza, tentando anche vie inesplorate. In questo senso, l’educazione dei giovani si declina oggi secondo verbi quali allargare, desiderare, orientare, provare, meglio se insieme. Ciò non elimina certo la fatica dello studio e il valore della conoscenza, troppo spesso trattata come sinonimo di informazione. L’esperienza infatti da sola non basta; quello che semmai è da abbandonare è la standardizzazione di percorsi formativi che non valorizzano i talenti di ciascuno.
     Questo vale anche per la dimensione religiosa, di cui un giovane si appropria solo se la vaglia nelle situazioni e nelle relazioni quotidiane. La vita scolastica e universitaria, oltre che le esperienze lavorative, sono perciò momenti di fondamentale importanza per coloro a cui il Sinodo intende rivolgersi. È qui, infatti, che si sviluppano il senso critico e il desiderio, si è chiamati a rispondere degli impegni presi, si impara a riconoscere i propri limiti e a fare tesoro dei fallimenti. E ancora, si stringono amicizie durature, si impara ad accettare se stessi e gli altri, si percepisce la chiamata a costruire una società migliore per tutti. Non di rado, infine, è qui che vengono messi in discussione – e ritrovati in modo nuovo – il valore della spiritualità, le ragioni della fede, il senso della Chiesa. N el maggio scorso, durante il convegno pastorale della diocesi di Roma, a una domanda sulle attenzioni da riservare alla nuova generazione, papa Francesco non ha nascosto il suo punto di vista: «Uno dei problemi a mio giudizio più difficili, oggi, dei giovani – ha detto – è questo: che sono sradicati.                  
         Devono ritrovare le radici, senza andare indietro: devono ritrovarle per andare avanti». Viene da qui l’insistenza con cui il Pontefice invita a far incontrare i giovani e gli anziani, e a non 'scartare' i nonni, tanto da fare del versetto di Gioele 3,1 uno dei testi biblici da lui più citati: «I vostri anziani sogneranno e i vostri figli profetizzeranno».
        «Quando non ci sono radici, qualsiasi vento finisce per trascinarti», aveva ricordato Francesco nello stesso appuntamento dell’anno prima. Per questo è necessario che i giovani conoscano la terra e la fede che li hanno generati e possano a loro volta costruire un tessuto vitale fatto di legami, di appartenenza reciproca, di progetti comuni. «Affinché i nostri giovani abbiano visioni, siano 'sognatori', possano affrontare con audacia e coraggio i tempi futuri, è necessario che ascoltino i sogni profetici dei loro padri», ripete ancora il Papa lanciando la sfida a noi adulti: aiutiamo i nostri ragazzi a ritrovare le radici. Loro ci metteranno le ali.

*Direttore dell’Ufficio Cei per l’educazione, la scuola e l’università

www.avvenire.it  

giovedì 10 maggio 2018

ADOLESCENTI ALLA RICERCA DI ADULTI SIGNIFICATIVI

ATTESE E INTERROGATIVI DELLA «GENERAZIONE Z»

Fanno notizia per il diffondersi di comportamenti a rischio ma questo non deve indurre una lettura negativa: resta intatta la loro domanda di una relazione formativa con guide che però spesso appaiono più disorientate di loro

di Elena Marta*

Nelle ultime settimane molto si è scritto e si è detto sugli adolescenti, con una giusta preoccupazione in merito ai loro comportamenti violenti, di bullismo e di cyberbullismo. I fatti di cronaca di cui si sono resi protagonisti alcuni adolescenti devono certamente non solo interrogare ma anche attivare tutti gli adulti, tutta la comunità educante che viene sollecitata ad assumersi le responsabilità educative che le competono per accompagnare in un adeguato percorso di crescita le giovani generazioni.
Sarebbe però rischioso pensare che quei fatti rappresentino la cifra di tutta le generazione degli adolescenti, coprire con una lettura negativa tutte le sfere dell’esistenza di tutti gli adolescenti, pensare che tutti gli adolescenti siano così. L’universo adolescenziale è molto ricco e composito, e così come vi sono giovani che mettono in atto comportamenti socialmente e fisicamente rischiosi, patogeni, vi sono molti altri adolescenti che cercano quotidianamente di far fronte alle sfide evolutive poste dalla transizione all’età adulta vissuta in un contesto socioculturale non facile e non facilitante, molto spesso alle prese con adulti disorientati quanto o più di loro.
S arebbe mortificante e ingiusto non prestare attenzione anche a questi adolescenti – la maggioranza di loro – alla ricerca di guide e di uno sguardo adulto attento anche ai loro bisogni. È a partire da questi presupposti che ha preso vita dallo scorso anno la ricerca «Generazione Z», promossa dall’Istituto Toniolo di Studi Superiori. Si tratta di una ricerca con un campione nazionale rappresentativo che si propone di seguire per un arco di tempo di 5 anni adolescenti tra i 14 ed i 19 anni iscritti a diversi tipi di scuole.
L’esito della prima rilevazione, che ha visto coinvolte 36 scuole e circa 6.000 ragazzi e ragazze, è confluito nel volume Generazione Z.
Guardare il mondo con fiducia e speranza a cura di Paola Bignardi, Elena Marta e Sara Alfieri, pubblicato dalla casa editrice Vita e Pensiero.
L’approccio teorico alla base del lavoro è il Positive Youth Development, che si propone di guardare anche alle risorse e alla capacità degli adolescenti e non solo ai loro limiti o ai loro comportamenti a rischio o devianti. Inoltre, l’approccio focalizza l’attenzione anche su come i contesti di vita degli adolescenti – la famiglia, la scuola, l’oratorio, la società sportiva, l’associazione di volontariato, la compagnia teatrale... – possano sostenere e favorire lo sviluppo di queste potenzialità e competenze.
La ricerca ha messo in luce alcuni interessanti aspetti di questa generazione, i primi veri 'nativi digitali'. Per esempio, gli adolescenti che hanno partecipato alla ricerca si percepiscono capaci di comprendere e assumere la prospettiva dell’altro, di sviluppare empatia (su una scala da 1 a 5 il punteggio medio si attesta a 4,2), mentre si sentono un po’ più in difficoltà nell’acquisizione di competenze sociali, scolastiche e relative all’accettazione del proprio corpo, confermando le attese data la fase di vita che stanno attraversando (sempre su una scala da 1 a 5 il punteggio medio è pari a 3,2). Le ragazze più dei ragazzi si sentono capaci di relazioni di cura e del rispetto delle norme, i ragazzi più delle ragazze sono fiduciosi verso di sé e verso il mondo, si sentono competenti e capaci di avere buone relazioni. Si possono quindi delineare un profilo al femminile e uno al maschile, che in parte confermano dati di altre ricerche, e che mostrano come le ragazze siano più attente – o siano più educate – alla cura dell’altro e all’osservanza delle norme, ma rispetto ai coetanei maschi si sentano meno competenti e con una minor soddisfazione in merito alla qualità delle relazioni instaurate, forse a causa di una maggior capacità di lettura complessa delle realtà relazionali.
Rispetto al mondo della scuola, gli adolescenti mostrano una visione mediamente positiva del loro impegno e del rapporto con gli insegnanti, mentre sembrano più in difficoltà nel mettere in atto una partecipazione più massiccia, critica e consapevole alla vita della comunità scolastica e nell’attivare un confronto sincero e approfondito con i compagni in merito ai temi civili, legati alla costruzione del  bene comune e alla convivenza.
È anche questa, come quella dei loro fratelli e delle loro sorelle maggiori, i Millennials, una generazione che fatica a mettere in atto processi partecipativi sia nella scuola sia nella comunità di vita più ampia.
Impegnati nella regolazione delle distanze dalla famiglia e nella costruzione della propria identità, non riescono a percepire il contesto sociale come meritevole di impegno e luogo in cui vengono offerte opportunità di crescita. Sono ragazzi che hanno bisogno di comprendere il senso e il valore di ciò che fanno, affamati di modelli adulti con cui confrontarsi, desiderosi di essere ascoltati.
Non solo bulli o violenti, dunque, ma anche giovani uomini e donne in crescita, alla ricerca di un senso del vivere, alla ricerca di orientamenti valoriali. Alla ricerca di adulti che valorizzino i loro talenti ma che siano anche disposti a costruire con loro il mondo di domani, che li considerino un bene prezioso non da coccolare e proteggere come 'cuccioli d’oro' ma da far crescere come generazione. 
Per far questo la generazione adulta deve assumersi però la propria responsabilità, essere 'generativa' sino in fondo, trattando e gestendo situazioni critiche, patogene, ma anchemettendosi in ascolto, offrendo la possibilità a questi ragazzi e ragazze di costruire una sorta di bussola valoriale interiore e consentendo loro di innovare. Occorre rischiare oggi fiducia e speranza per avere domani cittadini capaci di fiducia e speranza.

*professore ordinario di Piscologia sociale e di comunità nella Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.

www.Avvenire.it