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giovedì 10 maggio 2018

ADOLESCENTI ALLA RICERCA DI ADULTI SIGNIFICATIVI

ATTESE E INTERROGATIVI DELLA «GENERAZIONE Z»

Fanno notizia per il diffondersi di comportamenti a rischio ma questo non deve indurre una lettura negativa: resta intatta la loro domanda di una relazione formativa con guide che però spesso appaiono più disorientate di loro

di Elena Marta*

Nelle ultime settimane molto si è scritto e si è detto sugli adolescenti, con una giusta preoccupazione in merito ai loro comportamenti violenti, di bullismo e di cyberbullismo. I fatti di cronaca di cui si sono resi protagonisti alcuni adolescenti devono certamente non solo interrogare ma anche attivare tutti gli adulti, tutta la comunità educante che viene sollecitata ad assumersi le responsabilità educative che le competono per accompagnare in un adeguato percorso di crescita le giovani generazioni.
Sarebbe però rischioso pensare che quei fatti rappresentino la cifra di tutta le generazione degli adolescenti, coprire con una lettura negativa tutte le sfere dell’esistenza di tutti gli adolescenti, pensare che tutti gli adolescenti siano così. L’universo adolescenziale è molto ricco e composito, e così come vi sono giovani che mettono in atto comportamenti socialmente e fisicamente rischiosi, patogeni, vi sono molti altri adolescenti che cercano quotidianamente di far fronte alle sfide evolutive poste dalla transizione all’età adulta vissuta in un contesto socioculturale non facile e non facilitante, molto spesso alle prese con adulti disorientati quanto o più di loro.
S arebbe mortificante e ingiusto non prestare attenzione anche a questi adolescenti – la maggioranza di loro – alla ricerca di guide e di uno sguardo adulto attento anche ai loro bisogni. È a partire da questi presupposti che ha preso vita dallo scorso anno la ricerca «Generazione Z», promossa dall’Istituto Toniolo di Studi Superiori. Si tratta di una ricerca con un campione nazionale rappresentativo che si propone di seguire per un arco di tempo di 5 anni adolescenti tra i 14 ed i 19 anni iscritti a diversi tipi di scuole.
L’esito della prima rilevazione, che ha visto coinvolte 36 scuole e circa 6.000 ragazzi e ragazze, è confluito nel volume Generazione Z.
Guardare il mondo con fiducia e speranza a cura di Paola Bignardi, Elena Marta e Sara Alfieri, pubblicato dalla casa editrice Vita e Pensiero.
L’approccio teorico alla base del lavoro è il Positive Youth Development, che si propone di guardare anche alle risorse e alla capacità degli adolescenti e non solo ai loro limiti o ai loro comportamenti a rischio o devianti. Inoltre, l’approccio focalizza l’attenzione anche su come i contesti di vita degli adolescenti – la famiglia, la scuola, l’oratorio, la società sportiva, l’associazione di volontariato, la compagnia teatrale... – possano sostenere e favorire lo sviluppo di queste potenzialità e competenze.
La ricerca ha messo in luce alcuni interessanti aspetti di questa generazione, i primi veri 'nativi digitali'. Per esempio, gli adolescenti che hanno partecipato alla ricerca si percepiscono capaci di comprendere e assumere la prospettiva dell’altro, di sviluppare empatia (su una scala da 1 a 5 il punteggio medio si attesta a 4,2), mentre si sentono un po’ più in difficoltà nell’acquisizione di competenze sociali, scolastiche e relative all’accettazione del proprio corpo, confermando le attese data la fase di vita che stanno attraversando (sempre su una scala da 1 a 5 il punteggio medio è pari a 3,2). Le ragazze più dei ragazzi si sentono capaci di relazioni di cura e del rispetto delle norme, i ragazzi più delle ragazze sono fiduciosi verso di sé e verso il mondo, si sentono competenti e capaci di avere buone relazioni. Si possono quindi delineare un profilo al femminile e uno al maschile, che in parte confermano dati di altre ricerche, e che mostrano come le ragazze siano più attente – o siano più educate – alla cura dell’altro e all’osservanza delle norme, ma rispetto ai coetanei maschi si sentano meno competenti e con una minor soddisfazione in merito alla qualità delle relazioni instaurate, forse a causa di una maggior capacità di lettura complessa delle realtà relazionali.
Rispetto al mondo della scuola, gli adolescenti mostrano una visione mediamente positiva del loro impegno e del rapporto con gli insegnanti, mentre sembrano più in difficoltà nel mettere in atto una partecipazione più massiccia, critica e consapevole alla vita della comunità scolastica e nell’attivare un confronto sincero e approfondito con i compagni in merito ai temi civili, legati alla costruzione del  bene comune e alla convivenza.
È anche questa, come quella dei loro fratelli e delle loro sorelle maggiori, i Millennials, una generazione che fatica a mettere in atto processi partecipativi sia nella scuola sia nella comunità di vita più ampia.
Impegnati nella regolazione delle distanze dalla famiglia e nella costruzione della propria identità, non riescono a percepire il contesto sociale come meritevole di impegno e luogo in cui vengono offerte opportunità di crescita. Sono ragazzi che hanno bisogno di comprendere il senso e il valore di ciò che fanno, affamati di modelli adulti con cui confrontarsi, desiderosi di essere ascoltati.
Non solo bulli o violenti, dunque, ma anche giovani uomini e donne in crescita, alla ricerca di un senso del vivere, alla ricerca di orientamenti valoriali. Alla ricerca di adulti che valorizzino i loro talenti ma che siano anche disposti a costruire con loro il mondo di domani, che li considerino un bene prezioso non da coccolare e proteggere come 'cuccioli d’oro' ma da far crescere come generazione. 
Per far questo la generazione adulta deve assumersi però la propria responsabilità, essere 'generativa' sino in fondo, trattando e gestendo situazioni critiche, patogene, ma anchemettendosi in ascolto, offrendo la possibilità a questi ragazzi e ragazze di costruire una sorta di bussola valoriale interiore e consentendo loro di innovare. Occorre rischiare oggi fiducia e speranza per avere domani cittadini capaci di fiducia e speranza.

*professore ordinario di Piscologia sociale e di comunità nella Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica membro del Comitato scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo.

www.Avvenire.it  



mercoledì 22 febbraio 2017

EDUCARE. TESTIMONIANZA, RICERCA, CURA, ATTESA, COMUNITÀ', ACCOMPAGNAMENTO ......

Educatori, 
compagni di cordata

di DANIELA POZZOLI

 Educare i giovani è «uno sport di squadra »: nel secondo giorno del XV Convegno nazionale di pastorale giovanile («La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana»), in corso a Bologna fino a giovedì, la figura dell’educatore prende sempre più forma attraverso le parole dei relatori.

Il pubblico, formato da 700 incaricati di pastorale giovanile arrivati da tutta Italia, riempie i taccuni. Sono qui per ascoltare gli esperti, ma anche per scambiarsi esperienze e modi diversi di affrontare il proprio compito. Tra un piatto di pasta al forno alla bolognese e un dessert ipercalorico perché come ripete spesso l’«anima » di questo incontro, don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile: «I convegni si fanno anche a tavola».
L’educatore è una persona che «impara a sua volta dai ragazzi», come sostiene il vescovo di Vigevano, Maurizio Gervasoni, che ha celebrato la Messa di apertura dei lavori di oggi, «è colui che oltre a portare la testimonianza della sua vita – ha spiegato – ascolta le persone e si prende cura degli altri, lasciandosi da questi anche istruire. Perché ogni testimone mi permette di allargare la mia esperienza di vita e di mettermi in gioco».
Questo adulto ha altre caratteristiche che lo contraddistinguono: sa parlare al plurale e non dice mai «i miei ragazzi», ma coinvolge anche altre figure; sa pronunciare dei «no» al momento giusto perché non teme di essere meno amato; è paziente e non pretende subito di vedere i risultati che purtroppo spesso non arrivano; è «regista», cioè accompagna i giovani, ne favorisce la crescita, li conduce dentro a una trama; è «medico» perché li ascolta, loro che sono come vasi d’argilla, e li tocca con un abbraccio o una pacca sulla spalla per far sentire la sua presenza; ma è anche la persona che li allena ad amare il sentiero.
Perché, come ha spiegato l’arcivescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, facendo riferimento al suo passato scout, solo facendosi compagni di vita è possibile essere adulti credibili. «Quando andavo in route di strada – ha ricordato – mi spendevo nel motivare il significato del sentiero. Davanti a un cammino, spesso ripido, dicevo ai ragazzi: 'Vedete quella meta? Non è la stessa cosa raggiungerla a piedi sudando e faticando o arrivarci in seggiovia belli riposati. Se ce la sudiamo la gusteremo di più, sarà nostra per sempre'. Non li ho mai convinti, questo è sicuro, ma sono certo che sia così». L’educatore insomma non è chi, stando seduto, indica il cammino, suggerisce come non finire fuori strada o come rialzarsi: «È piuttosto chi cammina a fianco dei ragazzi – riprende Castelucci –, tiene il loro passo, li incoraggia, raccontando la sua fatica perché è un atto educativo anche comunicare le proprie difficoltà, i propri fallimenti e dubbi. I ragazzi hanno bisogno di sentire che i loro educatori non sono dei supereroi, ma donne e uomini che credono nella meta, nel Vangelo di Gesù e, anche se facendo fatica, cercano di raggiungerla». (Su questo tema è intervenuta la pedagogista Chiara Scardicchio di cui diamo conto nell’intervista qui di fianco).
Chi educa si muove per conto dalla comunità cristiana e «la comunità che educa – riprende l’arcivescovo di Modena – è costituita da tutti i collaboratori pastorali: anche i volontari del Centro d’ascolto o gli animatori della liturgia. A questo livello occorre vincere una tentazione: l’apertura della caccia, dove la specie più ambita è quella dei giovani e dove tutti chiedono di arruolarli nelle loro fila. Ma la pastorale non può diventare una campagna di arruolamento, è piuttosto un gruppo di giovani che, attraverso un discernimento guidato, intreccerà la sua attività con i diversi ambiti della comunità.
L’Agesci, per fare un esempio, invita i ragazzi a fare servizio anche fuori dall’associazione per riportare poi nel gruppo scout la ricchezza delle esperienze vissute». Sarebbe molto facile adottare con i giovani, tira le somme Castellucci, «una pastorale degli scacchi: bianco o nero, giusto o sbagliato, regolare o irregolare. Ma è una pastorale statica che ha come unica preoccupazione collocare e classificare, mentre qui si tratta non di giudicare, ma di accompagnare nella vita».

La pedagogista.
«Porre domande e saper stimolare la ricerca»
Racconta di essere stata una «secchiona», ma di aver dovuto ripensare la propria esistenza per vivere nel migliore di modi una maternità difficile dopo la nascita della figlia Serena, affetta da autismo. Chiara Scardicchio, barese, pedagogista e ricercatrice all’università degli studi di Foggia, non si nasconde: «I libri e la cultura erano la mia coperta di linus, ma non servono a niente se non ci si interroga su chi siamo. E questo a volte avviene, come nel mio caso, all’interno di un percorso fatto di dolore, redenzione, bellezza che al momento ti spiazza ma poi ti fa risorgere». Scardicchio, mamma e pedagogista, non ha ricette da offrire alla platea di addetti ai lavori che la ascolta attenta nell’hotel bolognese che ospita il convegno nazionale di pastorale giovanile. Può solo testimoniare che il «buon educatore » è una persona «in continua ricerca», onesta con se stessa e coraggiosa.
«L’educatore deve essere innanzitutto un adulto – spiega la ricercatrice che si occupa dal 1997 di progettazione e formazione negli ambienti dell’educazione e della cura –, mentre spesso, soprattutto in oratorio, si tratta di ragazzi troppo giovani. Deve avere competenze particolari, la prima è saper lavorare su se stesso con autenticità. Una persona che sappia guardare alla propria storia e alle proprie sofferenze e che nutra un desiderio appassionato di non smettere di cercare». In questo «mestiere» così difficile, per Scardicchio però il cuore non basta. «Cruciale per la crescita di un ragazzo – prosegue – è fargli domande senza però fornirgli risposte già pronte, perché significa sottovalutarlo. Invece un buon educatore-ricercatore è chi cammina al loro fianco, impara a osservare e soprattutto li sprona alla ricerca ».
Anche essere presi solo da obbiettivi pratici da realizzare è un errore. «Noi adulti – dice ancora – siamo credibili non quando siamo perfetti ma quando siamo in grado di vedere la nostra fragilità e di lavorare su di essa». Progettare dunque è il verbo. «Significa movimento, smottamento, innamoramento – conclude –. Innamorarsi della realtà coincide con il rischio e con la creazione. Col desiderio di ingravidare, col proprio slancio, il reale. È questo il senso della pedagogia fertile che fonda ogni progettazione».

Daniela Pozzoli

Da AVVENIRE, 22.02.2017