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sabato 9 marzo 2019

NON SIATE SORDI ALLA CHIAMATA DEL SIGNORE!

 Il coraggio di rischiare 

per la promessa di Dio

-  Papa Francesco: " .... La chiamata del Signore  non è un’ingerenza di Dio nella nostra libertà; non è una “gabbia” o un peso che ci viene caricato addosso. Al contrario, è l’iniziativa amorevole con cui Dio ci viene incontro e ci invita ad entrare in un progetto grande, del quale vuole renderci partecipi, prospettandoci l’orizzonte di un mare più ampio e di una pesca sovrabbondante.
Il desiderio di Dio, infatti, è che la nostra vita non diventi prigioniera dell’ovvio, non sia trascinata per inerzia nelle abitudini quotidiane e non resti inerte davanti a quelle scelte che potrebbero darle significato. Il Signore non vuole che ci rassegniamo a vivere alla giornata pensando che, in fondo, non c’è nulla per cui valga la pena di impegnarsi con passione e spegnendo l’inquietudine interiore di cercare nuove rotte per il nostro navigare. Se qualche volta ci fa sperimentare una “pesca miracolosa”, è perché vuole farci scoprire che ognuno di noi è chiamato – in modi diversi – a qualcosa di grande, e che la vita non deve restare impigliata nelle reti del non-senso e di ciò che anestetizza il cuore. La vocazione, insomma, è un invito a non fermarci sulla riva con le reti in mano, ma a seguire Gesù lungo la strada che ha pensato per noi, per la nostra felicità e per il bene di coloro che ci stanno accanto.
Naturalmente, abbracciare questa promessa richiede il coraggio di rischiare una scelta. I primi discepoli, sentendosi chiamati da Lui a prendere parte a un sogno più grande, «subito lasciarono le reti e lo seguirono» (Mc 1,18). Ciò significa che per accogliere la chiamata del Signore occorre mettersi in gioco con tutto sé stessi e correre il rischio di affrontare una sfida inedita; bisogna lasciare tutto ciò che vorrebbe tenerci legati alla nostra piccola barca, impedendoci di fare una scelta definitiva; ci viene chiesta quell’audacia che ci sospinge con forza alla scoperta del progetto che Dio ha sulla nostra vita. In sostanza, quando siamo posti dinanzi al vasto mare della vocazione, non possiamo restare a riparare le nostre reti, sulla barca che ci dà sicurezza, ma dobbiamo fidarci della promessa del Signore.
Penso anzitutto alla chiamata alla vita cristiana, che tutti riceviamo con il Battesimo e che ci ricorda come la nostra vita non sia frutto del caso, ma il dono dell’essere figli amati dal Signore, radunati nella grande famiglia della Chiesa. Proprio nella comunità ecclesiale l’esistenza cristiana nasce e si sviluppa, soprattutto grazie alla Liturgia, che ci introduce all’ascolto della Parola di Dio e alla grazia dei Sacramenti; è qui che, fin dalla tenera età, siamo avviati all’arte della preghiera e alla condivisione fraterna. Proprio perché ci genera alla vita nuova e ci porta a Cristo, la Chiesa è nostra madre; perciò, dobbiamo amarla anche quando scorgiamo sul suo volto le rughe della fragilità e del peccato, e dobbiamo contribuire a renderla sempre più bella e luminosa, perché possa essere testimonianza dell’amore di Dio nel mondo.
La vita cristiana, poi, trova la sua espressione in quelle scelte che, mentre danno una direzione precisa alla nostra navigazione, contribuiscono anche alla crescita del Regno di Dio nella società. Penso alla scelta di sposarsi in Cristo e di formare una famiglia, così come alle altre vocazioni legate al mondo del lavoro e delle professioni, all’impegno nel campo della carità e della solidarietà, alle responsabilità sociali e politiche, e così via. Si tratta di vocazioni che ci rendono portatori di una promessa di bene, di amore e di giustizia non solo per noi stessi, ma anche per i contesti sociali e culturali in cui viviamo, che hanno bisogno di cristiani coraggiosi e di autentici testimoni del Regno di Dio.
Nell’incontro con il Signore qualcuno può sentire il fascino di una chiamata alla vita consacrata o al sacerdozio ordinato. Si tratta di una scoperta che entusiasma e al tempo stesso spaventa, sentendosi chiamati a diventare “pescatori di uomini” nella barca della Chiesa attraverso un’offerta totale di sé stessi e l’impegno di un servizio fedele al Vangelo e ai fratelli. Questa scelta comporta il rischio di lasciare tutto per seguire il Signore e di consacrarsi completamente a Lui, per diventare collaboratori della sua opera. Tante resistenze interiori possono ostacolare una decisione del genere, così come in certi contesti molto secolarizzati, in cui sembra non esserci più posto per Dio e per il Vangelo, ci si può scoraggiare e cadere nella «stanchezza della speranza» (Omelia nella Messa con sacerdoti, consacrati e movimenti laicali, Panamá, 26 gennaio 2019).
Eppure, non c’è gioia più grande che rischiare la vita per il Signore! In particolare a voi, giovani, vorrei dire: non siate sordi alla chiamata del Signore! Se Egli vi chiama per questa via, non tirate i remi in barca e fidatevi di Lui. Non fatevi contagiare dalla paura, che ci paralizza davanti alle alte vette che il Signore ci propone. Ricordate sempre che, a coloro che lasciano le reti e la barca per seguirlo, il Signore promette la gioia di una vita nuova, che ricolma il cuore e anima il cammino.
Carissimi, non è sempre facile discernere la propria vocazione e orientare la vita nel modo giusto. Per questo, c’è bisogno di un rinnovato impegno da parte di tutta la Chiesa – sacerdoti, religiosi, animatori pastorali, educatori – perché si offrano, soprattutto ai giovani, occasioni di ascolto e di discernimento. C’è bisogno di una pastorale giovanile e vocazionale che aiuti la scoperta del progetto di Dio, specialmente attraverso la preghiera, la meditazione della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica e l’accompagnamento spirituale...... "

giovedì 6 settembre 2018

GIOVANI, L'ATTESA DI CRESCERE CON ADULTI CHE ASCOLTANO

 Un’educazione aperta ai sogni dei giovani

di Ernesto Diaco

     «Caro papa Francesco, sono Letizia, ho 23 anni e studio all’università. Vorrei dirle una parola a proposito dei nostri sogni e di come vediamo il futuro». L’aspetto principale che ha caratterizzato il cammino preparatorio del Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», in Vaticano dal 3 al 28 ottobre, è stata la ricerca di ascolto e di dialogo con gli stessi giovani. Anche il grande incontro fra papa Francesco e le migliaia di giovani italiani, giunti a Roma «da mille strade» nei giorni più caldi di agosto, ha subito preso la forma di un reciproco guardarsi e parlarsi senza barriere e timori reverenziali.
      Dopo Letizia, che ha scelto la facoltà universitaria seguendo le sue passioni e non gli inviti a considerare prioritarie le esigenze del mercato, nel corso del grande incontro al Circo Massimo dell’11 agosto è intervenuto Lucamatteo, anche lui con progetti più grandi di chi dovrebbe aiutarlo a realizzarli. Martina, 24 anni, ha confidato il suo sogno di costruire una famiglia senza aspettare un’indefinita realizzazione sul lavoro. Nelle parole di Dario, 27enne infermiere in un reparto di cure palliative, sono poi emerse le «grandi domande» su Dio, la morte, l’ingiustizia della sofferenza e della povertà. Accanto a ogni interrogativo, e nient’affatto in secondo piano, l’amara esperienza della delusione, accompagnata dalla richiesta esplicita di punti di riferimento «appassionati e solidali» e della testimonianza autentica di una Chiesa «che ci accompagni e ci ascolti».
      Il pensiero dei giovani su questo punto è chiarissimo: più che strategie, strumenti o metodi pastorali, chiedono persone. Adulti credibili disposti a spendere tempo con loro, offrendo ascolto e segni di fiducia. È una domanda rivolta alla famiglia, alla scuola, all’università, alla Chiesa. Rispetto ai loro coetanei di cinquant’anni fa, l’atteggiamento verso gli adulti sembra essersi rovesciato. Nel 2018, la 'rivoluzione' vogliono farla con i loro genitori, insegnanti, preti e datori di lavoro, non contro di loro.
         Lo notava di recente anche Umberto Galimberti, nel libro in cui aggiorna l’analisi di dieci anni fa sul nichilismo, l’ospite inquietante nella vita dei giovani. L’atmosfera che respirano resta pesante, spiega il filosofo, ma crolla il numero dei rassegnati. Non ci stanno a sentirsi dire continuamente che il loro futuro sarà più grigio di quello dei loro padri. Ciò che chiedono, continua, «sono insegnanti motivati e carismatici, perché si impara per fascinazione». E agli adulti dicono: «Non vi odiamo, anzi vi siamo riconoscenti se ci potete aiutare a realizzare quel che vogliamo diventare, perché un sogno ce l’abbiamo anche noi e non vogliamo vederlo spegnersi come si spengono le stelle cadenti».
U na volta riallacciato il dialogo, i temi sono quelli sollevati dai giovani del Circo Massimo: studio e lavoro, amore e famiglia, Dio.
      Dietro a tali questioni, non è difficile leggere un desiderio spesso inascoltato di identità, di relazioni, di partecipazione. «Santo Padre, con quali occhi possiamo rileggere tutto questo?», chiedevano l’11 agosto a chi appare loro come un interlocutore autorevole e affidabile, per ricevere da lui in cambio l’invito a rischiare un’umanità più fraterna e a «correre nella Chiesa», attratti dal volto di Cristo presente nell’Eucaristia e nella carne dei fratelli che soffrono.
È il metodo educativo di papa Francesco che, quando era vescovo, ha ideato una rete di scuole attorno alla triplice educazione della mente, del cuore e delle mani. L’intelletto, gli affetti, l’agire. Nel contesto della formazione ecclesiale dei giovani potremmo tradurlo in una sorta di alternanza tra parola, preghiera e servizio.
       Descritti dalle ricerche sociali in stand by rispetto alla fede religiosa, propensi cioè a rinviare l’argomento, come se non fosse cosa per la loro età, sono molti però i ragazzi che sfuggono alle etichette che si trovano appiccicate addosso, rovesciandole con la loro sete di incontri non superficiali e di orizzonti di vita più coraggiosi di quelli che offrono gli storereali e virtuali. I nostri giovani non sono affatto indisponibili a un cristianesimo di grazia e di libertà, di rischio e perfino disacrificio. Ma è difficile che questo fuoco divampi se non c’è qualcuno, magari una comunità, che glielo faccia conoscere al di là delle semplificazioni, e soprattutto sperimentare. A ben vedere, chi ha più paura oggi non sono i giovani. Anche davanti al Vangelo.
       Sì, è vero, sembra che la parola vocazione continui a incutere grande timore. Colpa però di una cultura e una società che tramano contro le decisioni definitive e incoraggiano relazioni a bassa intensità, dove essere liberi significa poter revocare ogni propria scelta. La folla delle solitudini che popola le nostre città non è colpa di Internet quanto di chi riduce l’amore all’alternativa estrema tra annullarsi completamente per l’altro oppure bramare di controllarlo e possederlo. La concretezza delle domande giovanili ricorda che tutto ciò che apprendiamo lo facciamo nostro grazie alla molla del desiderio e sul terreno dell’esperienza, tentando anche vie inesplorate. In questo senso, l’educazione dei giovani si declina oggi secondo verbi quali allargare, desiderare, orientare, provare, meglio se insieme. Ciò non elimina certo la fatica dello studio e il valore della conoscenza, troppo spesso trattata come sinonimo di informazione. L’esperienza infatti da sola non basta; quello che semmai è da abbandonare è la standardizzazione di percorsi formativi che non valorizzano i talenti di ciascuno.
     Questo vale anche per la dimensione religiosa, di cui un giovane si appropria solo se la vaglia nelle situazioni e nelle relazioni quotidiane. La vita scolastica e universitaria, oltre che le esperienze lavorative, sono perciò momenti di fondamentale importanza per coloro a cui il Sinodo intende rivolgersi. È qui, infatti, che si sviluppano il senso critico e il desiderio, si è chiamati a rispondere degli impegni presi, si impara a riconoscere i propri limiti e a fare tesoro dei fallimenti. E ancora, si stringono amicizie durature, si impara ad accettare se stessi e gli altri, si percepisce la chiamata a costruire una società migliore per tutti. Non di rado, infine, è qui che vengono messi in discussione – e ritrovati in modo nuovo – il valore della spiritualità, le ragioni della fede, il senso della Chiesa. N el maggio scorso, durante il convegno pastorale della diocesi di Roma, a una domanda sulle attenzioni da riservare alla nuova generazione, papa Francesco non ha nascosto il suo punto di vista: «Uno dei problemi a mio giudizio più difficili, oggi, dei giovani – ha detto – è questo: che sono sradicati.                  
         Devono ritrovare le radici, senza andare indietro: devono ritrovarle per andare avanti». Viene da qui l’insistenza con cui il Pontefice invita a far incontrare i giovani e gli anziani, e a non 'scartare' i nonni, tanto da fare del versetto di Gioele 3,1 uno dei testi biblici da lui più citati: «I vostri anziani sogneranno e i vostri figli profetizzeranno».
        «Quando non ci sono radici, qualsiasi vento finisce per trascinarti», aveva ricordato Francesco nello stesso appuntamento dell’anno prima. Per questo è necessario che i giovani conoscano la terra e la fede che li hanno generati e possano a loro volta costruire un tessuto vitale fatto di legami, di appartenenza reciproca, di progetti comuni. «Affinché i nostri giovani abbiano visioni, siano 'sognatori', possano affrontare con audacia e coraggio i tempi futuri, è necessario che ascoltino i sogni profetici dei loro padri», ripete ancora il Papa lanciando la sfida a noi adulti: aiutiamo i nostri ragazzi a ritrovare le radici. Loro ci metteranno le ali.

*Direttore dell’Ufficio Cei per l’educazione, la scuola e l’università

www.avvenire.it  

sabato 3 dicembre 2016

AVVENTO: IN CAMMINO CON GIOVANNI BATTISTA

SAN GIOVANNI BATTISTA,
un educatore cristiano
di   Vincent Dollmann


L’Avvento ci propone di camminare non solo con Maria, ma anche con san Giovanni Battista, il precursore di Gesù.  Egli, grazie al suo insegnamento e alla sua testimonianza di vita, annuncia l’imminente venuta del Messia. La sua autorevolezza e competenza sono riconosciute dalla gente, tanto che molti lo confondevano con lo stesso Gesù.
Nel contempo, egli si mette da parte per dare spazio al vero Messia.
Nel “mestiere” dell’educatore la competenza va di pari passo con l’umiltà. E’ una necessità per ogni educatore e condizione di riuscita nel servizio che svolge.

  1. L’educatore, un ricercatore di verità
Essere educatore come San Giovanni Battista vuol dire cercare la verità, cioè essere capace di scoprire l’iniziativa e la presenza di Dio. Infatti, è sempre Dio a fare il primo passo. E’ Dio che ha incontrato Giovanni Battista attraverso Gesù.
Quando Giovanni vede avvicinare Gesù, egli dice: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Egli accoglie anzitutto il mistero di Gesù che vivrà la sua fedeltà a Dio Padre sino alla morte e aprirà una breccia al fine di permettere agli uomini d’accedere al perdono a alla vita di Dio.

Il dipinto di Matthias Grünewald (Museo Unterlinden di Colmar) presenta Giovanni Battista come un contemporaneo della crocifissione. L’artista lo raffigura con il dito che indica Cristo in croce, un Cristo sofferente che si fa carico di tutta la sofferenza del mondo e dei peccati degli uomini, manifestando l’amore infinito di Dio che raggiunge l’uomo e gli offre la salvezza........

Leggi:   SULLE ORME DI GIOVANNI BATTISTA